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Art. 326 Codice Penale — Anno 2022

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Altri anni per Art. 326 Codice Penale

Rivelazione di segreto d’ufficio: condannata la guardia giurata
Una guardia giurata addetta alla sicurezza aeroportuale ha fotografato lo schermo del radiogeno che mostrava una pistola in un bagaglio e ha condiviso l'immagine su WhatsApp, insieme alla relazione di servizio contenente i dati del passeggero. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di rivelazione di segreto d'ufficio. I giudici hanno chiarito che la guardia giurata, pur dipendente di una società privata, riveste la qualifica di incaricato di pubblico servizio poiché svolge controlli di sicurezza di rilevanza pubblica. La diffusione di dati riservati tramite messaggistica viola il dovere di fedeltà e segretezza. Di conseguenza, la Suprema Corte ha respinto il ricorso della lavoratrice, confermando la responsabilità penale e condannandola al pagamento delle spese processuali e di risarcimento.
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Rivelazione di segreto d’ufficio: arresti e revoche
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi del Procuratore della Repubblica e di un militare della Guardia di Finanza. Il caso riguardava la presunta rivelazione di segreto d'ufficio e il favoreggiamento personale a vantaggio di un clan locale. Secondo l'accusa, un avvocato e un finanziere avrebbero cercato notizie su indagini riservate. Tuttavia, i giudici hanno confermato che non vi erano prove di un'effettiva fuga di notizie per il primo gruppo di indagati. Al contrario, per un secondo militare, la Cassazione ha confermato gli arresti domiciliari a causa dei suoi stretti legami con esponenti della criminalità e del concreto rischio di reiterazione del reato, avendo messo la propria funzione pubblica a disposizione di interessi privati.
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Accesso abusivo a sistema informatico: da carabiniere a complice
Un appartenente alle forze dell'ordine, sfruttando le proprie credenziali di servizio, effettuava interrogazioni ingiustificate alla banca dati delle forze di polizia. Le informazioni ottenute venivano poi rivelate a esponenti di un clan mafioso locale, svelando l'esistenza di telecamere investigative. Successivamente, il soggetto, eletto vicesindaco, continuava a mostrare disponibilità verso la consorteria. La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari, ribadendo che l'utilizzo delle credenziali per scopi estranei ai doveri d'ufficio integra il reato di accesso abusivo a sistema informatico, aggravato dal fine di agevolare l'associazione mafiosa. Il ricorso dell'indagato è stato rigettato.
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Rivelazione di segreto d’ufficio: condannato il candidato
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di rivelazione di segreto d'ufficio a carico di un candidato che ha ottenuto in anticipo le domande di un concorso pubblico. Il candidato, pur essendo un soggetto esterno alla pubblica amministrazione, ha istigato il direttore generale dell'ente a farsi consegnare le tracce d'esame dal presidente della commissione. La Corte ha invece accolto il ricorso di una coimputata, prosciolta per particolare tenuità del fatto, annullando la sua condanna al risarcimento delle spese civili. Nei casi di proscioglimento per lieve entità, infatti, il giudice penale non può decidere sulle richieste di risarcimento della parte civile.
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Rivelazione di segreto d’ufficio: la condanna del dirigente
Il Direttore Generale di una società pubblica, responsabile di una gara d'appalto per un'importante opera sanitaria, è stato condannato per turbata libertà degli incanti e rivelazione di segreto d'ufficio. L'imputato aveva favorito un'associazione temporanea di imprese rivelando in anticipo i nomi dei concorrenti, suggerendo modifiche al progetto e concedendo una proroga di 45 giorni su richiesta dei favoriti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Direttore Generale, confermando la condanna. La Corte ha stabilito che la rivelazione di segreto d'ufficio si configura anche per atti non espressamente vietati dalla legge speciale, qualora la divulgazione possa arrecare un pregiudizio alla pubblica amministrazione o a terzi, come nel caso dell'anticipazione della proroga dei termini di presentazione delle offerte.
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Rivelazione di segreto d’ufficio: arresti per il verbale falso
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso del Presidente di una commissione esaminatrice di concorsi pubblici, sottoposto agli arresti domiciliari per falsità ideologica e rivelazione di segreto d'ufficio. L'indagato era accusato di aver anticipato i quesiti d'esame ad alcuni candidati e di aver falsificato i verbali di selezione delle prove. La Suprema Corte ha annullato la misura cautelare per l'accusa di rivelazione di segreto d'ufficio: in un caso per totale mancanza di motivazione del giudice, nell'altro perché il reato è stato riqualificato in una fattispecie meno grave che non consente l'applicazione di misure restrittive della libertà personale. Tuttavia, la Cassazione ha confermato gli arresti domiciliari per il reato di falso in atto pubblico, avendo accertato che il verbale attestava falsamente la totale ignoranza preventiva dei quiz da parte della commissione.
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Rivelazione di segreti d’ufficio: condannato il carabiniere
Un appartenente alle forze dell'ordine ha stretto un accordo illecito con un collaboratore privato. Il militare trasmetteva i dati riservati di persone coinvolte in incidenti stradali in cambio di una percentuale sui futuri risarcimenti gestiti dall'agenzia del privato. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per corruzione e per il reato di rivelazione di segreti d'ufficio. I giudici hanno respinto la tesi della difesa, che chiedeva di applicare il solo reato di utilizzazione di segreti d'ufficio ritenendolo speciale rispetto alla corruzione. La Corte ha chiarito che la corruzione e la rivelazione di segreti d'ufficio concorrono formalmente, poiché tutelano beni giuridici diversi e presentano strutture del tutto differenti, non applicandosi quindi il principio di specialità. Vince lo Stato, con la conferma della condanna del pubblico ufficiale.
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Rivelazione di segreto d’ufficio: assolto chi invia atti già noti
Un Comandante della Polizia locale viene accusato di rivelazione di segreto d'ufficio per aver inviato a una giornalista, tramite email, alcuni atti di indagine. Tra questi vi erano informazioni di garanzia e inviti a presentarsi già notificati ai diretti interessati, oltre a verbali ancora riservati. La Corte di Cassazione ha stabilito che non sussiste il reato per la diffusione di atti già legalmente noti agli indagati, poiché per essi decade il vincolo di segretezza previsto dal codice di procedura penale. Per i restanti documenti ancora segreti, la Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del reato per intervenuta prescrizione, annullando la precedente condanna senza rinvio.
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