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Art. 319 Codice Penale — Sezione Terza Penale

Altri anni per Art. 319 Codice Penale

Traffico di stupefacenti in carcere: corruzione sì, associazione no
I giudici di merito condannavano un agente penitenziario per corruzione e partecipazione a un'associazione dedita al traffico di stupefacenti in carcere. L'agente introduceva droga e cellulari per conto dei detenuti ricevendo compensi in denaro. La difesa contestava l'attendibilità dei collaboratori di giustizia e la mancanza di prove sulla reale adesione del pubblico ufficiale al sodalizio criminale. La Corte di Cassazione ha confermato la sussistenza dei reati di corruzione, dichiarando inammissibili le relative doglianze per via delle prove concrete sui singoli passaggi di denaro e beni. I giudici supremi hanno tuttavia annullato la condanna per associazione illecita con rinvio. Singoli episodi corruttivi non dimostrano automaticamente l'appartenenza organica alla consorteria senza una convergenza piena delle testimonianze e senza verificare la reale stabilità del vincolo associativo.
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Corruzione in carcere: condanne confermate ma salvi i beni
La Corte di Cassazione ha esaminato un vasto sistema di illeciti all'interno di un istituto penitenziario, confermando le condanne per i reati di spaccio e corruzione in carcere. Molti imputati chiedevano di riqualificare la corruzione in induzione indebita, sostenendo di trovarsi in uno stato di soggezione psicologica verso le guardie. I giudici hanno invece confermato il rapporto paritario e di reciproco vantaggio. Inoltre, la Corte ha ribadito che le intercettazioni telefoniche (la cosiddetta "droga parlata") sono sufficienti per la condanna anche senza sequestro fisico della sostanza. Infine, è stata annullata senza rinvio la confisca di oltre undicimila euro a carico di un corruttore, poiché il reato di corruzione non rientra tra quelli che consentono la confisca allargata.
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Prescrizione del reato: come si calcola? Analisi Cass.
Un soggetto condannato in appello ricorre in Cassazione sostenendo l'avvenuta prescrizione del reato. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile, spiegando nel dettaglio il calcolo del termine di prescrizione. La Corte chiarisce come le interruzioni processuali e la recidiva reiterata aumentino il tempo necessario a prescrivere, dimostrando che, nel caso specifico, il reato non era ancora estinto al momento della sentenza impugnata.
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Custodia cautelare: il licenziamento non è sufficiente
Un ex funzionario pubblico, detenuto per gravi reati tra cui associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga, ha richiesto la sostituzione della misura carceraria con gli arresti domiciliari a seguito del suo licenziamento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la custodia cautelare in carcere. La Corte ha stabilito che la perdita del lavoro non è sufficiente a escludere il pericolo di reiterazione del reato, poiché l'imputato potrebbe continuare a supportare l'organizzazione criminale offrendo la sua pregressa esperienza come consulente.
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Gravi indizi di colpevolezza: la Cassazione decide
Un agente penitenziario, accusato di corruzione e traffico di stupefacenti in carcere, ricorre in Cassazione contro la misura degli arresti domiciliari. La Corte ha rigettato il ricorso, confermando che i gravi indizi di colpevolezza per le misure cautelari non richiedono la stessa certezza della condanna finale e che la sospensione dal servizio non esclude il pericolo di reiterazione del reato.
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Ingiusta detenzione: quando la colpa grave la esclude
Un pubblico ufficiale, detenuto e poi assolto dall'accusa di corruzione, si è visto negare la riparazione per ingiusta detenzione. La Corte di Cassazione ha annullato tale decisione, chiarendo che la 'colpa grave' ostativa al risarcimento deve basarsi su fatti accertati nel processo penale e deve aver concretamente indotto in errore l'autorità giudiziaria, causando la detenzione. Non possono essere utilizzati fatti emersi successivamente o non provati in sede di cognizione.
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Errore giudiziario e indennizzo: no a riduzioni
Un ex funzionario pubblico, condannato ingiustamente e poi assolto in sede di revisione, ha richiesto la riparazione per errore giudiziario. La Corte d'Appello aveva ridotto l'indennizzo del 50%, attribuendo al ricorrente una colpa per aver scelto di rimanere in silenzio durante le indagini. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione, affermando che l'esercizio del diritto al silenzio non può mai giustificare una decurtazione dell'indennizzo dovuto. Il caso è stato rinviato per una corretta quantificazione del danno.
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Carenza di interesse: ricorso inammissibile, no spese
Un imprenditore rinuncia al ricorso in Cassazione contro il sequestro di un suo immobile, poiché nel frattempo il sequestro stesso viene revocato. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse, stabilendo un principio importante: se la causa della rinuncia non è imputabile al ricorrente, non vi è condanna al pagamento delle spese processuali.
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Citazione diretta: quando si applica il tempus regit actum
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per un reato fiscale. Il ricorrente lamentava un vizio procedurale legato all'uso della citazione diretta invece dell'udienza preliminare. La Corte ha respinto il motivo, applicando il principio "tempus regit actum". Ha chiarito che, per la scelta del rito processuale, rileva la legge in vigore al momento dell'esercizio dell'azione penale da parte del pubblico ministero, non quella vigente al momento della commissione del reato né le leggi successive. Al momento dell'azione, la pena massima per il reato rientrava nel limite previsto per la citazione diretta, rendendo la procedura corretta.
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