Un lavoratore ha impugnato il decreto del Tribunale che riconosceva solo parzialmente il suo credito per TFR nel fallimento di una società di trasporti. Il ricorrente sosteneva l'esistenza di una continuità aziendale tra diverse compagini societarie succedutesi dal 1992 al 2014, chiedendo di provarla tramite testimoni. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che le trasformazioni societarie e i mutamenti di denominazione devono risultare da atti pubblici. La prova testimoniale non può sostituire la documentazione notarile richiesta dalla legge per tali atti solenni.
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Una società finanziaria ha impugnato una sentenza che rigettava le sue richieste di risarcimento e nullità contrattuale. La Corte d'Appello ha dichiarato il gravame inammissibile per genericità dei motivi. La Corte di Cassazione ha confermato tale decisione, sottolineando che l'atto di appello deve contenere una critica specifica e argomentata della sentenza di primo grado. La mancanza di tale specificità porta all'inammissibilità dell'appello, impedendo l'esame del merito.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un creditore sociale contro la sentenza d'appello che aveva negato la responsabilità degli amministratori di una S.r.l. La decisione si fonda su un vizio procedurale: il ricorrente non ha impugnato una delle due autonome ragioni giuridiche (rationes decidendi) su cui si basava la decisione di secondo grado, ovvero l'insussistenza della prova dell'insufficienza patrimoniale della società. Poiché anche una sola ratio non contestata è sufficiente a sorreggere la sentenza, l'intero ricorso è stato respinto.
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La Corte di Cassazione conferma la condanna per bancarotta per dissipazione a carico di un amministratore che aveva acquistato yacht di lusso con fondi aziendali per uso personale. La sentenza chiarisce che tale condotta integra il reato anche se l'attività nautica era formalmente inclusa nell'oggetto sociale, poiché l'operazione, irragionevole e priva di utilità per l'impresa, ha creato un concreto pericolo per la garanzia patrimoniale dei creditori. La condanna penale è definitiva, ma la pena sarà ricalcolata per una nuova valutazione sulle circostanze attenuanti.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un ex amministratore unico contro un'azione di revocatoria fallimentare per oltre 200.000 euro di compensi. I giudici hanno confermato che i pagamenti, privi di una valida base nello statuto societario e deliberati in stato di insolvenza, costituivano atti di straordinaria amministrazione dannosi per i creditori. Di conseguenza, il principio di non revocabilità del compenso amministratore non era applicabile.
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