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Art. 246 Codice di Procedura Civile — Anno 2023

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Altri anni per Art. 246 Codice di Procedura Civile

Incapacità a testimoniare: guida al caso dei consiglieri
Una società committente ha impugnato la decisione che la condannava al pagamento di lavori extra in un contratto di appalto per la creazione di motori industriali. Il punto centrale della controversia riguardava l'incapacità a testimoniare di un membro del consiglio di amministrazione della società, la cui deposizione era stata dichiarata nulla dai giudici d'appello. La Corte di Cassazione ha annullato la sentenza, chiarendo che la semplice carica di consigliere, priva di rappresentanza legale o di un interesse giuridico concreto nella lite, non determina l'esclusione automatica del testimone, ma influisce solo sulla valutazione della sua attendibilità.
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Intermediazione finanziaria: guida alla responsabilità
La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto della domanda di risarcimento danni proposta da due investitori contro un istituto di credito. Al centro della controversia vi era l'asserita mala gestio e la mancanza di informativa adeguata in merito a investimenti in strumenti derivati. La Corte ha ribadito che, in presenza di una intermediazione finanziaria documentata e di una profilatura di rischio elevata sottoscritta dai clienti, non sussiste responsabilità della banca se gli investitori non provano specifiche violazioni o carenze organizzative. È stata inoltre confermata l'inammissibilità di censure sui fatti in presenza di una doppia conforme.
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Incapacità a testimoniare del coniuge in azienda
La Corte di Cassazione ha confermato la riduzione del prezzo di un impianto di climatizzazione installato in un agriturismo, risultato inidoneo alla funzione di riscaldamento. Il ricorrente contestava l'**incapacità a testimoniare** del marito della committente, sostenendo che il regime di comunione legale e la partecipazione alle trattative creassero un interesse giuridico. La Suprema Corte ha rigettato tale tesi, precisando che l'interesse di mero fatto non preclude la testimonianza e che i beni destinati all'impresa individuale di un coniuge non entrano immediatamente in comunione. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile e infondato, con condanna per colpa grave.
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Prova della proprietà: onere e non contestazione
Un'ordinanza della Corte di Cassazione chiarisce che, in un'azione di rivendicazione, l'onere della prova della proprietà grava sempre sull'attore. La mancata contestazione da parte del convenuto sull'originario diritto di proprietà non è sufficiente a esonerare l'attore da tale onere. La Corte ha cassato la sentenza d'appello che aveva erroneamente accolto la domanda di rivendica basandosi solo sulla non contestazione, rinviando il caso per un nuovo esame che tenga conto della rigorosa necessità di fornire la prova della proprietà.
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Negatoria servitutis: quando il ricorso è inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile un ricorso riguardante una controversia su un diritto di passaggio e il posizionamento di contatori. L'azione, qualificata come negatoria servitutis, era già stata decisa in modo conforme nei primi due gradi di giudizio. La Suprema Corte ha ribadito che il ricorso non può trasformarsi in un terzo grado di merito per una nuova valutazione delle prove, soprattutto in presenza di una "doppia conforme", condannando i ricorrenti anche al pagamento di una somma ulteriore per lite temeraria.
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Onere della prova: assegno e inventario non bastano
La Corte di Cassazione ha stabilito che un assegno postdatato e la sua menzione nell'inventario dell'eredità del presunto debitore non sono sufficienti per invertire l'onere della prova. Il creditore deve sempre dimostrare il fondamento della sua pretesa, ovvero la legittimità del possesso del titolo e l'esistenza del rapporto sottostante, specialmente se tali elementi sono contestati. La Corte ha rigettato il ricorso, confermando che spetta a chi agisce in giudizio fornire la prova completa del proprio diritto.
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Conto finale appalti: l’accettazione senza firma
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 4805/2023, ha rigettato il ricorso di un'impresa edile condannata a restituire somme percepite in eccesso da un ente pubblico. La Corte ha stabilito che la mancata sottoscrizione del conto finale da parte dell'impresa, dopo essere stata regolarmente convocata, equivale a un'accettazione tacita delle somme in esso contenute, rendendo legittima la richiesta di restituzione dell'indebito. Inoltre, è stata confermata l'inammissibilità della domanda di risarcimento danni dell'impresa per la sua eccessiva genericità.
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