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Art. 2112 Codice Civile

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Premio aziendale ad personam: la disdetta cancella il bonus
Un gruppo de I Lavoratori ha fatto causa a L'Azienda per continuare a ricevere una somma in busta paga denominata premio aziendale ad personam. L'Azienda aveva smesso di pagarla dopo aver dato la disdetta del contratto integrativo aziendale del 2007. I giudici di merito hanno respinto la richiesta dei dipendenti. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione. I giudici hanno chiarito che il premio aziendale ad personam derivava da un accordo collettivo e non da contratti individuali. Di conseguenza, la disdetta del contratto integrativo aziendale ha cancellato legittimamente anche questa voce dello stipendio. I Lavoratori hanno perso la causa e devono pagare le spese di giudizio.
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Cessione di ramo d’azienda: banca perde e reintegra i dipendenti
Un'importante banca ha ceduto un presunto ramo d'azienda a un'altra società, trasferendo anche un gruppo di dipendenti. I Lavoratori hanno impugnato il trasferimento, sostenendo che le attività cedute non costituissero un vero e proprio ramo autonomo. La Corte d'Appello ha dichiarato nulla la cessione per mancanza di autonomia funzionale delle attività trasferite, ordinando la reintegrazione dei dipendenti. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso della banca. I giudici hanno chiarito che la cessione di ramo d'azienda richiede che la porzione ceduta sia capace, già al momento dello scorporo, di raggiungere uno scopo produttivo autonomo con i propri mezzi, senza integrazioni esterne. Di conseguenza, i dipendenti hanno diritto a tornare al loro posto di lavoro originario presso la banca.
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Credito d’imposta investimenti: fisco battuto sull’autonomia
L'Azienda, attiva nel commercio di abbigliamento, ha usufruito del credito d'imposta investimenti per l'apertura di un nuovo negozio di abbigliamento femminile. L'Agenzia delle Entrate ha contestato l'agevolazione, sostenendo che il punto vendita non fosse un'autonoma struttura produttiva e pretendendo il recupero delle somme. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Azienda. I giudici hanno stabilito che, per ottenere il bonus, un negozio è autonomo se costituisce un centro di costo e profitto separato e ha personale dedicato. Non rileva il fatto che il negozio condivida la partita IVA con altri punti vendita o sia coordinato centralmente dall'impresa. La sentenza impugnata è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Cessione di ramo d’azienda: il call center torna al vecchio titolare
Un'azienda di telecomunicazioni ha ceduto un servizio di call center a un'altra società. Due lavoratrici hanno impugnato la cessione di ramo d'azienda ritenendola illegittima per mancanza di autonomia del reparto trasferito. La Corte d'Appello ha accolto il ricorso delle lavoratrici, ordinando il ripristino del rapporto di lavoro originario. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione. I giudici hanno stabilito che il termine di decadenza introdotto nel 2010 non si applica ai trasferimenti avvenuti prima, nel 2007. Inoltre, hanno confermato che il call center non era un ramo d'azienda autonomo, poiché dipendeva interamente dalle direttive e procedure della società cedente. L'azienda cedente perde la causa e deve reintegrare le lavoratrici, pagando le spese legali.
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Trasferimento di ramo d’azienda: quando la cessione è lecita
Alcuni dipendenti hanno impugnato la cessione del reparto gestione fatture tra due grandi società, ritenendo illegittimo il trasferimento di ramo d'azienda e chiedendo il ripristino del rapporto di lavoro con la società originaria. La Corte d'Appello ha respinto la domanda, accertando l'autonomia organizzativa e la preesistenza del reparto ceduto. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione. I giudici hanno chiarito che, per configurare un valido trasferimento di ramo d'azienda, il reparto deve possedere un'autonomia funzionale preesistente alla cessione, ossia la capacità di perseguire uno scopo produttivo autonomo con i propri mezzi. Poiché i lavoratori non hanno dimostrato la mancanza di tale autonomia, la Cassazione ha rigettato il ricorso per i dipendenti superstiti, dichiarando cessata la materia del contendere per coloro che avevano rinunciato al giudizio.
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Trasferimento d’azienda: il subentro cancella la dismissione
Un lavoratore, impiegato nei servizi di pulizia del trasporto pubblico locale, ha chiesto l'accertamento del suo rapporto di lavoro a tempo indeterminato con la società uscente e il conseguente passaggio alle dipendenze del consorzio subentrante nella gestione del servizio. La Corte d'Appello ha accolto la domanda, ravvisando un trasferimento d'azienda. Il consorzio ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo l'insussistenza dei presupposti e la propria carenza di legittimazione passiva per aver successivamente dismesso il servizio. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che il subentro nella gestione con l'uso dei mezzi della precedente impresa integra un trasferimento d'azienda ai sensi dell'articolo 2112 del codice civile. La successiva rinuncia alla gestione non cancella il passaggio del lavoratore già perfezionatosi. Il lavoratore vince definitivamente la causa.
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Revocazione della sentenza: no al ricorso se il collega vince
Un lavoratore ha impugnato con ricorso per revocazione della sentenza la decisione della Cassazione che aveva confermato la legittimità del suo licenziamento per mancato superamento della prova. Il lavoratore sosteneva che un'altra sentenza, passata in giudicato e riguardante i suoi colleghi, avesse accertato un trasferimento d'azienda, estendendo i suoi effetti anche a lui. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la revocazione della sentenza di Cassazione per contrasto con un precedente giudicato (art. 395 n. 5 c.p.c.) non è ammessa dalla legge. Di conseguenza, il lavoratore ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento del doppio del contributo unificato.
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Trasferimento di ramo d’azienda: quando decide il tempo reale
Un lavoratore ha contestato il proprio passaggio a una nuova società, avvenuto a seguito di un trasferimento di ramo d'azienda relativo ai servizi di trasporto e custodia valori. Il dipendente sosteneva di non essere addetto in via prevalente a tale settore, bensì a quello della vigilanza privata, rimasto alla società cedente. Dopo alterne decisioni nei gradi di merito, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del lavoratore. I giudici di legittimità hanno stabilito che la Corte d'Appello ha omesso di valutare un fatto decisivo: la reale percentuale di tempo lavorativo dedicata dal dipendente al ramo ceduto, pari solo al venti per cento. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame che verifichi l'effettiva appartenenza del lavoratore al ramo trasferito.
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Trasferimento di ramo d’azienda: dipendenti contro cessione
Un gruppo di dipendenti ha contestato la cessione del proprio reparto da un'azienda di servizi informatici a un'altra società, sostenendo che non si trattasse di una vera porzione autonoma e preesistente. I lavoratori hanno chiesto l'annullamento del passaggio e il reintegro presso il datore di lavoro originario. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando la legittimità dell'operazione. I giudici hanno stabilito che il trasferimento di ramo d'azienda è valido anche quando l'attività si basa prevalentemente sulle competenze tecniche del personale (ramo dematerializzato), purché mantenga la propria autonomia operativa. Di conseguenza, i contratti di lavoro proseguono regolarmente con la società acquirente.
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Trasferimento d’azienda: no alla rivalutazione della buonuscita
Un gruppo di ex dipendenti postali ha richiesto la rivalutazione dell'indennità di buonuscita, congelata al momento della trasformazione dell'ente pubblico in società per azioni nel 1998. I lavoratori sostenevano che la privatizzazione costituisse un trasferimento d'azienda ai sensi delle direttive europee, con conseguente diritto alla conservazione dei trattamenti più favorevoli. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la semplice trasformazione della forma giuridica di un ente, senza cambio di proprietà o titolarità, non configura un trasferimento d'azienda. Di conseguenza, la legge nazionale che ha cristallizzato la buonuscita introducendo il TFR per il periodo successivo è pienamente legittima.
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Trasferimento d’azienda: no al rientro se il recesso è definitivo
Due dipendenti lavoravano in un reparto dato in gestione da un'azienda a un'altra società. Alla fine del contratto di gestione, la società gestrice ha licenziato i lavoratori. Questi ultimi non hanno contestato il licenziamento nei termini di legge, ma hanno chiesto il ripristino del rapporto di lavoro con l'azienda originaria, invocando le tutele del trasferimento d'azienda. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'azienda originaria. La Corte ha stabilito che, in caso di trasferimento d'azienda (o retrocessione), il rapporto di lavoro non può proseguire con il nuovo datore se è già cessato a causa di un licenziamento non impugnato nei termini. La mancata contestazione del recesso rende definitiva la fine del rapporto, impedendone il passaggio automatico.
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Demansionamento consensuale: valido l’accordo per salvare il posto
Un dirigente bancario ha contestato il demansionamento e la riduzione dello stipendio decisi dall'azienda a seguito di una crisi e di una fusione societaria. Il lavoratore aveva firmato un accordo in sede protetta accettando un inquadramento inferiore pur di conservare l'occupazione, ma successivamente si era dimesso lamentando un ulteriore demansionamento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del dipendente. I giudici hanno stabilito che i contratti collettivi successivi possono peggiorare il trattamento economico precedente e che l'accordo di demansionamento firmato in sede protetta è pienamente valido se finalizzato a salvare il posto di lavoro. Inoltre, le nuove mansioni assegnate erano compatibili con il livello contrattuale pattuito.
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Trasferimento di ramo d’azienda: legittimo anche senza beni
Un gruppo di lavoratori ha impugnato la cessione del proprio rapporto di lavoro, avvenuta tramite un doppio passaggio societario, sostenendo l'illegittimità del trasferimento. I giudici di merito hanno invece ritenuto valido il trasferimento di ramo d'azienda, qualificandolo come ramo leggero o dematerializzato dedito all'assistenza informatica sul posto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei lavoratori, confermando la legittimità dell'operazione. La Corte ha chiarito che il trasferimento di ramo d'azienda è valido anche in assenza di beni materiali significativi, purché il gruppo di dipendenti trasferiti sia dotato di competenze specialistiche tali da consentire lo svolgimento autonomo del servizio. Di conseguenza, i lavoratori rimangono alle dipendenze dell'azienda cessionaria e devono rimborsare le spese di giudizio.
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Trasferimento d’azienda: nullo il finto licenziamento
Un lavoratore, licenziato da un'azienda in liquidazione il 22 gennaio, viene assunto il giorno successivo da una nuova società subentrante con contratto a termine e patto di prova, per poi essere licenziato per mancato superamento della prova. Il lavoratore chiede l'applicazione delle tutele del trasferimento d'azienda (Art. 2112 c.c.). I giudici di merito respingono la domanda ritenendo il rapporto ormai cessato al momento del passaggio. La Cassazione accoglie il ricorso del lavoratore: i giudici non possono limitarsi alla sequenza temporale dei contratti, ma devono verificare se il licenziamento e la successiva riassunzione siano stati preordinati per aggirare la legge. La sentenza viene cassata con rinvio.
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Rapporto di lavoro subordinato: ricorso respinto per vizi formali
Un collaboratore ha chiesto l'accertamento di un rapporto di lavoro subordinato dal 1993 al 2009 nei confronti di uno studio professionale e poi di una società, pretendendo differenze retributive e TFR. Il Tribunale ha riconosciuto il rapporto solo dal 2001 con la società, decisione parzialmente ridotta nel quantum dalla Corte d'Appello. Il lavoratore ha proposto ricorso per cassazione lamentando, tra l'altro, l'omessa valutazione di documenti e vizi di motivazione sulle ore straordinarie. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso principale del lavoratore. I giudici hanno stabilito che i motivi erano generici e privi di autosufficienza, non avendo il ricorrente allegato o trascritto gli atti necessari a dimostrare le sue tesi. Di conseguenza, il lavoratore è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Reinternalizzazione servizi: no al trasferimento di ramo d’azienda
Un gruppo di dipendenti di una società di servizi ha chiesto il riconoscimento del passaggio alle dipendenze di una grande azienda di telecomunicazioni. Nel 2000, quest'ultima aveva ceduto il servizio di amministrazione del personale, ma nel 2017 ha deciso di reinternalizzare alcune attività di payroll, senza però acquisire beni o personale. I lavoratori sostenevano che tale operazione costituisse una retrocessione, configurando un trasferimento di ramo d'azienda. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei lavoratori. I giudici hanno chiarito che la semplice riassunzione di servizi, senza il passaggio di un complesso organizzato di beni e persone dotato di preesistente autonomia funzionale, non costituisce un trasferimento di ramo d'azienda, bensì una mera rimodulazione del contratto di appalto. Di conseguenza, i dipendenti rimangono alle dipendenze della società esterna.
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Cessione ramo d’azienda: nullo il passaggio senza beni
La Corte di Cassazione ha confermato la nullità della cessione dei contratti di lavoro attuata tramite una presunta cessione ramo d'azienda da una holding a una società di rete. I Lavoratori avevano contestato il trasferimento, evidenziando che l'operazione aveva riguardato solo il personale, mentre tutti i beni strumentali, i software e i servizi di supporto erano rimasti in capo alla società cedente. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso dell'Azienda, ribadendo che per configurarsi un legittimo trasferimento è indispensabile l'autonomia funzionale e la preesistenza del ramo ceduto. Di conseguenza, i rapporti di lavoro dei dipendenti devono proseguire alle dipendenze della società originaria.
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Retrocessione d’azienda: no a debiti futuri per l’ex gestore
Il Lavoratore ha chiesto il pagamento di crediti per cassa integrazione e mobilità maturati nel 2014 a un'azienda che aveva gestito in affitto l'attività fino al 2011. Il rapporto di lavoro era cessato prima che avvenisse la retrocessione d'azienda alla curatela fallimentare della proprietaria originaria. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Lavoratore, confermando che la tutela prevista in caso di trasferimento o retrocessione d'azienda presuppone che il rapporto di lavoro sia ancora attivo al momento del passaggio. Inoltre, la responsabilità solidale si applica solo ai crediti già esistenti al momento del trasferimento, escludendo quelli sorti successivamente. Di conseguenza, l'ex affittuaria non deve pagare i debiti maturati anni dopo la cessazione del rapporto.
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Trasferimento di ramo d’azienda: nullo senza autonomia
La Corte di Cassazione ha confermato l'inefficacia del trasferimento di ramo d'azienda effettuato da una società di telecomunicazioni a favore di un'azienda di servizi. Quattro dipendenti del settore back office avevano impugnato la cessione, lamentando la mancanza di autonomia funzionale del reparto trasferito. I giudici hanno accertato che i supporti informatici e i database essenziali non erano stati ceduti, mantenendo i lavoratori sotto il controllo indiretto della società cedente tramite un contestuale contratto di appalto. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi di tutte le parti, confermando che senza una reale indipendenza operativa preesistente non si configura un legittimo trasferimento di ramo d'azienda. Di conseguenza, l'azienda cedente deve ripristinare i rapporti di lavoro con i dipendenti illegittimamente trasferiti.
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Conservazione inquadramento professionale: vince la dipendente
Una Casa di Cura acquista un complesso aziendale tramite asta fallimentare e firma un accordo sindacale per riassumere i dipendenti. L'accordo prevede contratti ex novo senza continuità aziendale, ma una clausola specifica stabilisce che i lavoratori siano inquadrati secondo le qualifiche indicate in un allegato. La Lavoratrice, precedentemente inquadrata come ausiliaria di livello A3, chiede la conservazione dell'inquadramento professionale e le differenze retributive. L'Azienda si oppone, sostenendo che la nuova assunzione consenta modifiche peggiorative. La Corte di Cassazione respinge il ricorso dell'Azienda: l'accordo sindacale vincola il datore di lavoro a mantenere il livello contrattuale pattuito, a prescindere dall'inapplicabilità del trasferimento automatico del rapporto di lavoro. Vince La Lavoratrice.
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