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Art. 203 Codice Penale — Anno 2022

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Altri anni per Art. 203 Codice Penale

Pericolosità sociale: disintossicazione non ferma l’espulsione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero condannato per rapina e furto aggravato, confermando l'applicazione della misura di sicurezza dell'espulsione dall'Italia. La difesa contestava la sussistenza della pericolosità sociale attuale, sostenendo che l'imputato avesse completato un percorso di disintossicazione. I giudici hanno chiarito che la pericolosità sociale non derivava solo dall'uso di droga, ma dalla gravità dei reati commessi di notte in abitazioni private, con l'uso di violenza. Il ricorso è stato ritenuto generico perché non ha contestato queste specifiche motivazioni della sentenza d'appello. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Espulsione dello straniero: il patteggiamento non la evita
Un cittadino straniero, condannato tramite patteggiamento a due anni e sei mesi di reclusione per spaccio di droga e furto di energia elettrica, non era stato destinatario di alcuna valutazione circa l'espulsione dello straniero dal territorio nazionale. Il Procuratore Generale ha impugnato la decisione lamentando l'omessa pronuncia sulla misura di sicurezza. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che nel patteggiamento allargato (pena superiore a due anni) il giudice ha l'obbligo di valutare in concreto la pericolosità sociale del condannato per decidere sull'applicazione della misura di sicurezza. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la sentenza limitatamente a questo aspetto, rinviando il caso al Tribunale per una nuova decisione.
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Legittimo impedimento a comparire: annullata la decisione
Il Detenuto, sottoposto alla misura della libertà vigilata, ha impugnato la decisione del Tribunale di Sorveglianza. Egli aveva espresso la volontà di partecipare all'udienza davanti al Magistrato di Sorveglianza mentre era in carcere. Successivamente, veniva posto agli arresti domiciliari per un'altra causa. Il giudice, pur conoscendo la nuova condizione, ha celebrato l'udienza senza disporre la sua traduzione o partecipazione a distanza. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la detenzione domiciliare costituisce un legittimo impedimento a comparire. Di conseguenza, l'udienza celebrata in sua assenza è nulla. La Suprema Corte ha annullato i provvedimenti precedenti e ha ordinato un nuovo giudizio.
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Revoca della libertà vigilata: fuggire all’estero non basta
Il caso riguarda la richiesta di revoca della libertà vigilata presentata da un condannato per associazione mafiosa e lesioni personali. Dopo aver scontato la pena detentiva, l'uomo si era trasferito in Germania, avviando un'attività lavorativa e una relazione affettiva. Sulla base di questo allontanamento volontario, egli sosteneva fosse venuta meno la sua pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha invece confermato il rigetto della richiesta. I giudici hanno evidenziato che il trasferimento all'estero ha costituito una deliberata sottrazione alla misura di sicurezza, senza che vi sia stato un reale distacco dagli ambienti criminali d'origine o una revisione critica del proprio passato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la misura e condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Buona condotta ma legami mafiosi: la pericolosità sociale
Il Tribunale di Sorveglianza applica la misura della libertà vigilata per tre anni a un uomo condannato per associazione mafiosa. Il difensore ricorre in Cassazione, sostenendo che la pericolosità sociale non sia attuale e che non si sia considerata la buona condotta in carcere. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici confermano la persistente pericolosità sociale del soggetto, evidenziando il suo ruolo di rilievo nel clan, la mancanza di un percorso di revisione critica del proprio passato e le frequentazioni con pregiudicati dopo la scarcerazione, segnalate dalle forze dell'ordine. Il ricorrente viene condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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