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Art. 157 Codice Penale — Anno 2026

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Altri anni per Art. 157 Codice Penale

Reato di calunnia e prescrizione: la condanna resta definitiva
L'imputato ha impugnato dinanzi alla Corte di Cassazione la condanna inflitta per il reato di calunnia, sostenendo l'intervenuta prescrizione dei fatti e contestando la sussistenza dell'elemento soggettivo del dolo. La Suprema Corte ha giudicato l'impugnazione inammissibile. Il calcolo della prescrizione eseguito dai giudici di merito è risultato corretto, poiché ha tenuto conto dei periodi di sospensione per l'astensione del difensore e per il blocco processuale dell'emergenza pandemica. I giudici hanno inoltre accertato la piena consapevolezza dell'imputato nell'incolpare ingiustamente la vittima. Il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese del procedimento oltre a una somma di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Prescrizione del reato e recidiva: ricorso respinto in Cassazione
L'Imputata ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo l'estinzione del proprio reato per decorso del tempo. La Suprema Corte ha respinto la richiesta chiarendo i criteri per la prescrizione del reato. I giudici hanno spiegato che la recidiva aumenta i termini necessari all'estinzione dell'illecito di due terzi rispetto al tempo base. Inoltre, i periodi di sospensione del procedimento allungano ulteriormente il conteggio. Nel caso di specie, l'intervallo tra la sentenza di primo grado e la citazione in appello rientrava pienamente nei limiti di legge. Non essendo spirato né il termine ordinario né quello massimo, la Cassazione ha dichiarato inammissibile l'impugnazione. La ricorrente ha subito la condanna alle spese processuali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: no ai motivi vaghi
L'Imputato ha proposto ricorso alla Corte di Cassazione lamentando vizi di motivazione, l'errata determinazione della sanzione e l'omessa dichiarazione di prescrizione del reato. I Supremi Giudici hanno rilevato la genericità di tutte le censure difensive. In particolare, la difesa ha trascurato la data limite di prescrizione fissata correttamente dalla Corte di Appello e ha contestato la pena nonostante i giudici di merito avessero già applicato il minimo edittale con le attenuanti. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese legali e di una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ammissione al gratuito patrocinio: falso anche sotto la soglia
Un cittadino ha presentato domanda per l'ammissione al gratuito patrocinio omettendo di dichiarare la presenza di un familiare convivente percettore di reddito e alcune rendite della madre. I giudici di merito hanno condannato l'imputato per falso. L'uomo ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo la propria buona fede, l'irrilevanza dei redditi omessi rispetto alla soglia massima di legge e l'avvenuta prescrizione del reato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il reato punisce qualsiasi omissione o falsità nella dichiarazione reddituale, anche parziale, a prescindere dal superamento effettivo del limite economico previsto per ottenere il beneficio statale. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Prescrizione dei reati edilizi: immobile grezzo e pena da rifare
Il proprietario di un immobile e un tecnico abilitato affrontano un processo penale per violazioni edilizie e falsità ideologica relative alla realizzazione difforme di un garage e al cambio d'uso non autorizzato di una fioriera in bagno. I ricorrenti invocano la prescrizione dei reati edilizi sostenendo l'avvenuta conclusione dei lavori in data antecedente. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso del tecnico, confermandone la condanna. Per il committente, i giudici stabiliscono che la prescrizione dei reati edilizi decorre solo dal completamento totale delle rifiniture e degli infissi, smentendo la tesi difensiva. Tuttavia, la Suprema Corte accoglie il ricorso limitatamente al trattamento sanzionatorio poiché i giudici di merito non hanno rideterminato la pena dopo una parziale assoluzione, rinviando gli atti per un nuovo calcolo della sanzione e confermando la colpevolezza.
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Falso contrassegno invalidi: scatta il reato ma c’è prescrizione
Un automobilista ha esposto sul cruscotto della propria vettura la riproduzione a colori del permesso per disabili intestato alla moglie per accedere e parcheggiare nella zona a traffico limitato. I giudici hanno accertato che la copia ingannava i controlli per via delle dimensioni e del colore azzurro identici all'originale. Tale condotta integra il delitto di falsità materiale. L'automobilista ha presentato ricorso denunciando la mancata concessione della non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha confermato che l'uso di un falso contrassegno invalidi costituisce reato qualora il documento appaia autentico. Tuttavia, i giudici supremi hanno annullato la condanna senza rinvio perché il reato si è estinto per prescrizione nel corso del lungo procedimento giudiziario.
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Utilizzabilità delle intercettazioni e truffa: la Cassazione
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi presentati da più persone condannate per truffe seriali e associazione a delinquere. La difesa ha contestato la legittimità delle prove raccolte tramite registrazioni ambientali derivanti da una diversa indagine per omicidio. I giudici hanno stabilito che l'utilizzabilità delle intercettazioni provenienti da un altro procedimento richiede una motivazione rigorosa sulla sussistenza di una connessione qualificata tra le fattispecie. Mancando tale verifica, la Suprema Corte ha annullato la sentenza con rinvio per quattro imputati limitatamente al reato associativo. Ha inoltre dichiarato estinto il reato associativo per intervenuta prescrizione nei confronti di un quinto ricorrente privo di recidiva, confermando in via definitiva le condanne per le singole truffe.
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Prescrizione del reato: condanna per droga annullata
L'Imputato veniva condannato per la detenzione e la cessione di sostanze stupefacenti in concorso con un minorenne, fatto avvenuto nel mese di novembre 2016. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'avvenuta prescrizione del reato. La Suprema Corte ha constatato che il termine massimo di prescrizione, pari a sette anni e sei mesi tenuto conto della fattispecie aggravata, era scaduto prima della sentenza emessa dalla Corte d'Appello. Di conseguenza, i giudici di legittimità hanno annullato senza rinvio la sentenza impugnata, dichiarando il reato completamente estinto.
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Reato di ricettazione: condanna confermata ma pena ridotta
L'Imputato è stato trovato in possesso di beni preziosi di provenienza illecita, senza fornire alcuna spiegazione plausibile sulla loro origine. I giudici di merito lo hanno condannato per il reato di ricettazione e per la vendita di prodotti con segni falsi. La Corte di Cassazione ha analizzato il ricorso presentato dalla difesa. I giudici supremi hanno accertato che il reato di contraffazione era caduto in prescrizione prima della sentenza di secondo grado. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la condanna per la contraffazione senza rinvio. Il ricorso è stato invece dichiarato inammissibile relativamente al reato di ricettazione, poiché chi detiene refurtiva senza giustificarne la provenienza risponde pienamente dell'illecito penale. La pena finale per L'Imputato è stata rideterminata in un anno e quattro mesi di reclusione, oltre al pagamento di quattrocento euro di multa.
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Prescrizione del reato: Cassazione respinge il ricorso del PG
La Procura Generale impugnava davanti alla Corte di Cassazione la decisione della Corte di Appello che dichiarava la prescrizione del reato contestato a un imputato. L'accusa contestava l'avvenuto decorso del tempo utile per punire l'illecito penale. La Suprema Corte ha respinto l'impugnazione dichiarandola inammissibile e manifestamente infondata. I giudici hanno chiarito che il termine massimo previsto dalla legge era già interamente spirato prima della pronuncia impugnata, perfino tenendo conto dei periodi di sospensione temporale previsti dalla cosiddetta Legge Orlando. Di conseguenza, l'imputato ottiene la definitiva chiusura del procedimento a proprio favore.
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Prescrizione del reato: la recidiva blocca lo stop alle accuse
L'Imputato propone ricorso per Cassazione sostenendo l'avvenuta prescrizione del reato e lamentando la mancata assunzione di nuove prove in appello. La Suprema Corte dichiara l'impugnazione inammissibile. I giudici stabiliscono che la recidiva reiterata estende sensibilmente il termine massimo di estinzione dell'illecito, quantificato nel caso specifico in sedici anni e otto mesi. Inoltre, il quadro probatorio documentale e testimoniale già raccolto risulta completo e non necessita di alcuna integrazione in secondo grado. L'Imputato perde definitivamente la causa e deve pagare le spese legali oltre a una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Abbandono di animali: nessuna violenza ma scatta la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a un'ammenda di 1.667,00 euro nei confronti di una donna per il reato di abbandono di animali (art. 727 c.p.). L'imputata teneva il proprio cane in un locale fatiscente, in pessime condizioni igieniche e circondato da escrementi. La difesa ha contestato il calcolo della prescrizione e ha richiesto l'applicazione della particolare tenuità del fatto. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile, chiarendo che per configurare l'abbandono di animali non serve la crudeltà intenzionale, ma basta una grave trascuratezza o il disinteresse verso il benessere dell'animale. Inoltre, spetta all'imputato dimostrare i presupposti per l'esclusione della punibilità. La ricorrente è stata condannata anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Reato di ricettazione: condanna confermata anche se la truffa cade
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di ricettazione a carico di due soggetti, dichiarando inammissibili i loro ricorsi. La vicenda riguardava la ricezione di assegni bancari di provenienza illecita consegnati alla vittima, successivamente deceduta prima del processo. I giudici hanno chiarito che la morte della persona offesa consente il recupero delle sue dichiarazioni scritte come prova. Inoltre, la Cassazione ha stabilito che il reato di ricettazione sussiste anche se il delitto presupposto non è procedibile per tardività della querela. Infine, il calcolo della prescrizione deve tenere conto dei periodi di sospensione del processo, escludendo l'estinzione del reato. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Danneggiamento aggravato: ricorso inutile e condanna confermata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un'imputata contro la sentenza d'appello che l'aveva condannata per il reato di danneggiamento aggravato. La ricorrente lamentava la mancata prescrizione del reato, l'assenza di condizioni di procedibilità e un errore nel calcolo della pena. I giudici di legittimità hanno stabilito che i motivi di ricorso erano del tutto generici e ripetitivi rispetto a quanto già esaminato e respinto in appello. La Corte d'appello aveva infatti calcolato correttamente i tempi di prescrizione, considerando i periodi di sospensione, e individuato correttamente la gravità del fatto. Di conseguenza, l'imputata è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Occultamento di scritture contabili: condanna definitiva
Un socio accomandatario di una società è stato condannato a un anno e dieci mesi di reclusione per il reato di occultamento di scritture contabili. L'imprenditore ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che i documenti fossero stati distrutti (circostanza che avrebbe fatto scattare la prescrizione) e non nascosti, e lamentando il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in mancanza di prove sulla distruzione fisica dei registri, la condotta costituisce occultamento, reato di natura permanente che sposta in avanti il calcolo della prescrizione. Inoltre, la presenza di precedenti penali esclude la concessione delle attenuanti generiche. L'imprenditore perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di peculato: condanna confermata ma la pena scende
Il Presidente di un Ordine professionale territoriale è stato condannato per il reato di peculato per essersi appropriato di circa 162.000 euro dai fondi dell'ente, utilizzandoli per spese personali come ristoranti, alberghi e carburante. La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità penale del professionista, ribadendo che chi presiede un ordine professionale riveste la qualifica di pubblico ufficiale. Tuttavia, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza per i fatti commessi prima del 17 gennaio 2012, dichiarandoli estinti per prescrizione. Di conseguenza, i giudici hanno ridotto la pena principale a due anni e nove mesi di reclusione e hanno sostituito l'illegittima interdizione perpetua dai pubblici uffici con un'interdizione temporanea di pari durata.
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Bancarotta fraudolenta documentale: condannato l’ex vertice
L'Amministratore di una società fallita è stato condannato per il reato di bancarotta fraudolenta documentale. Durante il suo mandato, l'imputato non ha tenuto né consegnato le scritture contabili obbligatorie. La difesa sosteneva l'assenza del dolo specifico, evidenziando che il fallimento era avvenuto anni dopo la cessazione della carica. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che l'omessa tenuta dei registri contabili era finalizzata a nascondere operazioni finanziarie opache, emissione di fatture per operazioni inesistenti e l'impiego di manodopera irregolare. Tali elementi dimostrano la precisa volontà di recare pregiudizio ai creditori, integrando pienamente l'elemento soggettivo del reato fallimentare.
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Prescrizione del reato: l’aggravante cade e cancella la condanna
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso de L'Imputato, accusato di reati in materia di stupefacenti. In sede di rinvio, la Corte d'appello aveva escluso l'aggravante a effetto speciale ma aveva rideterminato la pena senza rilevare l'avvenuta prescrizione del reato. I giudici di legittimità hanno chiarito che l'esclusione dell'aggravante ricalcola retroattivamente il tempo necessario a prescrivere. Di conseguenza, il giudicato parziale sull'accertamento del reato non impedisce la declaratoria di estinzione se il termine è già decorso. Nel caso specifico, la prescrizione si era perfezionata il 6 aprile 2023, ben prima della sentenza di annullamento parziale del 2025. La Cassazione ha quindi annullato senza rinvio la sentenza impugnata.
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Evasione per crisi di astinenza: lo stato di necessità non salva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di evasione dagli arresti domiciliari. L'imputato si era allontanato dalla propria abitazione giustificandosi con la necessità di reperire del metadone a causa di una grave crisi di astinenza. La difesa ha invocato lo stato di necessità, ma la Suprema Corte ha ritenuto il motivo generico e ripetitivo. Inoltre, i giudici hanno respinto la richiesta di prescrizione del reato a causa della presenza di una recidiva specifica e reiterata, che ha allungato i tempi di estinzione del reato. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria. L'evasione per crisi di astinenza non configura quindi una scriminante automatica.
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Prescrizione del reato: la Cassazione frena i ricorsi pretestuosi
I Ricorrenti hanno proposto ricorso per Cassazione contestando l'applicazione della recidiva e chiedendo la dichiarazione di prescrizione del reato. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi. Il motivo sulla recidiva è stato ritenuto inammissibile poiché richiedeva una nuova valutazione dei fatti, preclusa in sede di legittimità, e ripeteva argomenti già respinti in appello. La richiesta di prescrizione del reato è stata giudicata infondata, in quanto i ricorrenti non hanno considerato i periodi di sospensione della prescrizione introdotti dalla legge Orlando. Di conseguenza, la Corte ha condannato i soggetti al pagamento delle spese processuali e di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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