La proprietaria di quote in una multiproprietà alberghiera ha presentato un ricorso d'urgenza contro la società di gestione della struttura. La titolare lamentava il mancato riscontro alle proprie richieste via PEC per confermare i soggiorni della stagione invernale. A suo dire, il silenzio del gestore le impediva di conoscere l'importo della caparra e le esponeva al rischio di decadere dai propri turni. La società ha replicato precisando che i prezzi erano consultabili sul portale del consorzio dei proprietari. Il Tribunale ha respinto il ricorso cautelare. Il giudice ha accertato che il meccanismo di calcolo era già noto e che il listino era liberamente verificabile online. Non sussisteva alcun pericolo di danno imminente, potendo la proprietaria versare la caparra del trenta per cento entro il termine contrattuale fissato al quindici ottobre.
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Un acquirente cita in giudizio la società venditrice per ottenere la restituzione caparra confirmatoria di cinquantamila euro, versata per l'acquisto di un immobile poi sfumato per mutuo consenso. L'acquirente sostiene di aver ricevuto indietro solo venticinquemila euro. La società replica di aver saldato l'intero debito e di aver versato quattrocento euro in eccedenza mediante bonifici e due assegni circolari. L'acquirente riduce la pretesa ma contesta tardivamente la causale degli assegni. In primo grado il tribunale condanna la società, ritenendo non provato il legame tra assegni e debito. La Corte d'Appello ribalta la pronuncia: la mancata contestazione tempestiva dell'imputazione dei titoli rende pacifico il pagamento. L'acquirente perde la causa e deve restituire l'eccedenza con le spese di lite.
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Due acquirenti citano una società costruttrice per chiedere la risoluzione del compromesso per mancata concessione edilizia e la restituzione del doppio della caparra. La costruttrice eccepisce il recesso e trattiene la somma versata, lamentando la mancata cooperazione dei compratori. Il tribunale dà ragione all'impresa, ma la corte d'appello ribalta l'esito: i giudici dichiarano d'ufficio la nullità del contratto preliminare per indeterminatezza dell'oggetto, condannando l'impresa a restituire gli importi ricevuti. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della società venditrice. Il magistrato d'appello può rilevare la nullità contrattuale, ma deve obbligatoriamente stimolare il contraddittorio preventivo tra le parti. L'omessa segnalazione trasforma il verdetto in una sentenza a sorpresa, determinando la nullità insanabile del provvedimento per lesione del diritto di difesa.
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Un acquirente e due proprietarie stipulano un contratto preliminare di compravendita per un immobile. In seguito, le venditrici alienano il bene a terzi. L'acquirente recede chiedendo il doppio della caparra e la restituzione degli acconti. Le venditrici si difendono sostenendo che l'acquirente non aveva fondi sufficienti a causa di difficoltà economiche e di salute. La Corte d'Appello condanna le venditrici ritenendo rinunciate le loro richieste di prova testimoniale, poiché richiamate solo genericamente tramite rinvio all'atto di appello. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso delle venditrici. I giudici stabiliscono che il richiamo complessivo all'atto di impugnazione mantiene vive le istanze istruttorie, a meno che non emerga un'esplicita rinuncia.
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Un Acquirente ha citato in giudizio un Venditore e un'agenzia per un presunto inadempimento contrattuale relativo alla vendita di un immobile con vincoli non dichiarati. L'Acquirente chiedeva il legittimo esercizio del suo recesso dal preliminare e la restituzione del doppio della caparra confirmatoria. Il Venditore, a sua volta, ha esercitato il recesso per il mancato rispetto del termine di stipula da parte dell'Acquirente. Il Tribunale aveva condannato il Venditore, ma la Corte d'Appello ha annullato la condanna per ultrapetizione. La Cassazione ha accolto il ricorso dell'Acquirente, stabilendo che il giudice può valutare l'inadempimento complessivo delle parti anche se le specifiche motivazioni non sono identiche a quelle inizialmente dedotte, purché petitum e causa petendi rimangano invariati. La sentenza è stata cassata con rinvio per una nuova valutazione del recesso dal preliminare.
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Un Promissario Acquirente ha citato in giudizio una Promittente Venditrice per l'inadempimento di un contratto preliminare di vendita immobiliare, chiedendo l'esecuzione specifica o la risoluzione con risarcimento. La Venditrice aveva inviato una diffida ad adempiere all'Acquirente, che era risultato inadempiente. La questione centrale riguardava la possibilità per la Venditrice di ottenere la ritenzione caparra confirmatoria dopo la risoluzione automatica del contratto per effetto della diffida. La Corte di Cassazione ha stabilito che la parte non inadempiente può ritenere la caparra anche se il contratto si è risolto automaticamente tramite diffida, senza necessità di esercitare un formale diritto di recesso. La Venditrice ha vinto, potendo trattenere la caparra e ottenendo il rimborso delle spese processuali.
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Due proprietarie hanno promesso di vendere un terreno. L'acquirente ha versato una caparra. Successivamente, l'acquirente ha rifiutato di stipulare il contratto definitivo, sostenendo l'esistenza di una servitù di passaggio non dichiarata sul terreno. Le venditrici hanno esercitato il **recesso dal contratto preliminare** e preteso di trattenere la caparra. La Corte d'Appello ha dato ragione alle venditrici. La Cassazione, invece, ha accolto il ricorso dell'acquirente. Ha chiarito che il consulente tecnico d'ufficio può acquisire documenti per provare fatti principali rilevabili d'ufficio, come una servitù, e che il timore di una servitù non dichiarata giustifica il rifiuto dell'acquirente.
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Alcuni acquirenti stipulano un preliminare per un fabbricato e versano una cospicua caparra. In seguito formalizzano la cessione del preliminare a favore di un terzo tramite accordi interni riservati. Il venditore accetta il subentro del nuovo acquirente. Quando emergono irregolarità sull'abitabilità di un piano, il nuovo acquirente interrompe i pagamenti rateali concordati. Il venditore recede legittimamente dal contratto per grave inadempimento e incamera l'intera caparra versata. Gli acquirenti originari citano in giudizio il venditore e il cessionario, chiedendo il trasferimento coattivo del bene, la riduzione del prezzo o la restituzione delle somme. La Corte di Cassazione respinge definitivamente le richieste dei cedenti: la risoluzione del contratto ha effetto esclusivo verso il nuovo acquirente subentrato e gli accordi dissimulati restano del tutto inopponibili al venditore rimasto all'oscuro.
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La vicenda nasce dal contenzioso tra la promittente venditrice e la promissaria acquirente di un immobile. La venditrice ha richiesto un decreto ingiuntivo per ottenere pagamenti asseritamente non versati. L'acquirente si è opposta scoprendo la presenza di due ipoteche taciute sul bene, chiedendo la risoluzione del contratto preliminare e la restituzione delle somme anticipate. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, rigettando il ricorso della venditrice. La Suprema Corte ha stabilito che l'acquirente può rifiutare il rogito e domandare subito lo scioglimento contrattuale se il venditore tace l'esistenza di garanzie reali sull'immobile e non le estingue. Il venditore inadempiente deve restituire integralmente tutti gli importi ricevuti.
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Una società venditrice stipula un contratto preliminare per la vendita di cinquanta appartamenti, garantendo la loro destinazione urbanistica residenziale. La parte acquirente versa un milione di euro a titolo di caparra confirmatoria. Prima del rogito definitivo, la parte acquirente riscontra gravi incertezze sulla documentazione urbanistica ed edilizia degli immobili. Nonostante le espresse richieste, la parte venditrice non fornisce prove chiare della destinazione d'uso nei termini stabiliti. La parte acquirente comunica quindi il recesso dal contratto preliminare chiedendo la restituzione del doppio della caparra. La Corte di Cassazione conferma la legittimità del recesso per grave inadempimento del venditore.
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Un'azienda venditrice e una promittente acquirente stipulano un contratto preliminare per la cessione di un bar. L'acquirente versa tre cambiali a titolo di caparra confirmatoria, le quali restano insolute. L'azienda invia inizialmente un'intimazione ad adempiere, ma successivamente richiede in giudizio l'esecuzione in forma specifica del contratto e il pagamento dei titoli. L'acquirente sostiene che il contratto sia risolto e chiede la cancellazione dell'accordo. La Corte di Cassazione stabilisce che la rinuncia alla diffida ad adempiere è del tutto ammissibile anche per fatti concludenti, quando la parte adempiente agisce per ottenere il rispetto dell'accordo. L'acquirente perde la causa, viene condannata a saldare gli importi delle cambiali come acconto sul prezzo e deve rimborsare le spese legali.
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Un acquirente ha citato in giudizio un venditore per inadempimento di un contratto preliminare di vendita immobiliare. Il venditore ha chiesto il pagamento delle spese condominiali relative a un immobile concesso in comodato al padre dell'acquirente. Dopo una sentenza di primo grado favorevole all'acquirente, la Corte d'Appello ha condannato il padre dell'acquirente al pagamento delle spese condominiali. Il padre ha proposto ricorso in Cassazione, contestando l'errata valutazione delle prove e la violazione dell'onere della prova spese condominiali. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la condanna al pagamento delle spese condominiali a carico del padre dell'acquirente.
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Un contratto preliminare di compravendita immobiliare prevedeva l'**estinzione ipoteca preliminare** a carico della venditrice prima del rogito. La venditrice estinse il debito e ottenne il consenso bancario alla cancellazione, ma la formalità di registrazione richiese più tempo. L'acquirente ritenne la venditrice inadempiente e recedette. La Corte d'Appello diede ragione all'acquirente. La Cassazione ha cassato questa decisione, stabilendo che l'estinzione del debito e il consenso alla cancellazione sono sufficienti a soddisfare l'obbligo, anche se la cancellazione formale non avviene entro il termine pattuito per ragioni burocratiche. Richiedere l'impossibile viola il principio di buona fede.
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Un Acquirente ha stipulato un contratto preliminare per l'acquisto di un terreno, versando una caparra confirmatoria. Successivamente, ha scoperto un vincolo di inedificabilità sul terreno e ha esercitato il recesso dal contratto, chiedendo il doppio della caparra. Il Venditore ha contestato, sostenendo che il vincolo era noto e che l'Acquirente non aveva avviato le procedure per ottenere il permesso di costruire, come previsto dal contratto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Acquirente. Ha stabilito che il diritto di recesso era condizionato all'impossibilità di ottenere il permesso dopo aver tentato di richiederlo. Poiché l'Acquirente non aveva attivato tale procedura, il suo recesso è stato ritenuto illegittimo. Il Venditore ha potuto trattenere la caparra.
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Un Promissario Acquirente aveva stipulato un contratto preliminare di compravendita con un'Azienda, garantito da alcuni Fideiussori. A seguito dell'inadempimento dell'Azienda e del suo successivo fallimento, il Promissario Acquirente aveva chiesto la risoluzione del contratto e il risarcimento dei danni. La Corte d'Appello aveva limitato la responsabilità dei Fideiussori al solo obbligo di restituzione delle somme versate, escludendo il risarcimento del danno. La Cassazione, accogliendo il ricorso del Promissario Acquirente, ha stabilito che la fideiussione si estendeva anche al risarcimento dei danni, non solo alla restituzione, cassando la sentenza e rinviando alla Corte d'Appello per una nuova valutazione sulla portata della fideiussione e risarcimento danni.
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La Corte di Cassazione ha esaminato un caso di risoluzione del contratto preliminare di compravendita immobiliare. Un acquirente non si è presentato al rogito, contestando presunti difetti dell'immobile e mancanza di documentazione. Il venditore ha chiesto la risoluzione del contratto e il risarcimento per l'occupazione dell'immobile. La Cassazione ha confermato la decisione della Corte d'Appello, che aveva risolto il contratto per inadempimento dell'acquirente. La Suprema Corte ha chiarito che una domanda di "recesso" può essere qualificata come richiesta di "risoluzione" se accompagnata da una richiesta di risarcimento danni per l'uso del bene, senza configurare un'inammissibile mutatio libelli. Ha inoltre validato l'uso della consulenza tecnica d'ufficio per quantificare l'indennità di occupazione. L'acquirente ha perso la causa.
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Gli Acquirenti stipulano un contratto preliminare per l'acquisto di un immobile da ristrutturare con la Venditrice. L'accordo prevede una condizione risolutiva: l'ottenimento delle autorizzazioni comunali entro un termine essenziale. Gli Acquirenti versano una caparra confirmatoria. Le autorizzazioni non vengono rilasciate. Gli Acquirenti chiedono la risoluzione del contratto e la restituzione della caparra. La Venditrice sostiene che gli Acquirenti non hanno agito con la dovuta diligenza. La Corte di Cassazione, esaminando il caso sulla corretta applicazione della legge, dichiara inammissibile il ricorso della Venditrice. La Corte conferma la buona fede e la diligenza degli Acquirenti nel tentativo di avverare la condizione risolutiva contratto preliminare. La Venditrice deve quindi restituire la caparra.
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La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un contratto preliminare per la vendita di un immobile. La Promittente Venditrice aveva promesso di vendere una casa con abusi edilizi non sanabili, rendendo l'immobile incommerciabile. La Promissaria Acquirente si era rifiutata di stipulare il contratto definitivo. La Cassazione ha confermato la decisione del giudice di rinvio, che aveva attribuito la responsabilità principale alla Venditrice. Quest'ultima non aveva adeguatamente informato l'Acquirente sull'effettiva natura degli abusi e sull'impossibilità di sanatoria. Il rifiuto dell'Acquirente è stato ritenuto legittimo. La Venditrice è stata condannata a restituire il doppio della caparra e a rimborsare i miglioramenti, mentre l'Acquirente ha dovuto pagare un'indennità per l'occupazione dell'immobile.
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La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del recesso di un acquirente da un contratto preliminare di compravendita immobiliare, condannando il venditore a restituire il doppio della caparra confirmatoria. L'acquirente aveva scoperto un'ipoteca giudiziale sull'immobile non dichiarata e il venditore non si era presentato per il rogito. La Suprema Corte ha ribadito che l'inadempimento del contratto preliminare da parte del venditore, consistente nella mancata liberazione dell'immobile da ipoteche e nella mancata comparizione per la stipula, è grave e giustifica il recesso dell'acquirente e il diritto a ricevere il doppio della caparra. L'inadempimento contratto preliminare è stato ritenuto decisivo.
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Una società costruttrice stipula un contratto preliminare per acquistare un terreno edificabile. La società realizza le opere edilizie ma non versa il saldo del prezzo pattuito. Di fronte all'inadempimento, la società acquirente promuove una causa per ottenere l'esecuzione specifica del preliminare e il trasferimento forzoso della proprietà dell'immobile. I proprietari venditori resistono alla richiesta e pretendono la risoluzione dell'accordo. I giudici di merito e la Corte di Cassazione respingono le pretese della società costruttrice. L'acquirente non può ottenere la proprietà giudiziale del bene se il debito è già scaduto e manca un'offerta formale e tempestiva del prezzo dovuto.
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