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Art. 1372 Codice Civile — Sezione Lavoro Civile

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Altri anni per Art. 1372 Codice Civile

Obbligo di assunzione nel cambio appalto anche se il prezzo cala
Un lavoratore impiegato in un appalto aeroportuale ha richiesto di essere assunto dall'azienda subentrante nell'appalto, invocando la tutela del contratto collettivo nazionale. L'azienda subentrante si è opposta, sostenendo che il minor prezzo di aggiudicazione dell'appalto escludesse l'obbligo di assunzione nel cambio appalto e che un accordo sindacale successivo avesse ridotto l'orario di lavoro a un'ora al giorno. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda. I giudici hanno chiarito che la semplice riduzione del corrispettivo economico non cancella l'obbligo di assunzione, a meno che non vi sia una reale riorganizzazione tecnica. Inoltre, l'accordo sindacale peggiorativo non è vincolante per il lavoratore che non lo ha firmato, poiché i sindacati non possono disporre dei diritti individuali senza mandato. Il lavoratore ha quindi diritto all'assunzione e al pagamento delle retribuzioni arretrate.
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Cessione di ramo d’azienda: salvo il posto anche dopo l’accordo
Due lavoratori impugnano la cessione di ramo d'azienda tra la loro ex azienda datrice di lavoro e una nuova società, ritenendola invalida. Successivamente, i lavoratori firmano un verbale di conciliazione con la società acquirente per risolvere il rapporto di lavoro di fatto instaurato. L'azienda originaria sostiene che tale accordo estingua ogni pretesa anche nei suoi confronti. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso dell'azienda originaria, confermando che l'invalidità della cessione di ramo d'azienda mantiene in vita il rapporto giuridico con il datore di lavoro originario. La risoluzione del rapporto con l'acquirente di fatto non elimina l'interesse dei lavoratori a chiedere il ripristino del posto di lavoro originario.
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Lavoro a progetto: consorzio salvo dai debiti della consorziata
Un lavoratore ha impugnato due contratti di lavoro a progetto stipulati con un'azienda consorziata, chiedendo la conversione in rapporto subordinato a tempo indeterminato e il pagamento delle differenze retributive. La Corte d'Appello ha accertato la natura subordinata del rapporto e ha condannato in solido l'azienda, il committente e il consorzio stabile. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del committente pubblico ma ha accolto quello del consorzio. I giudici hanno chiarito che il consorzio non risponde solidalmente dei debiti di lavoro della singola consorziata se il contratto di lavoro è stato stipulato direttamente ed esclusivamente con quest'ultima. Di conseguenza, la Cassazione ha escluso ogni responsabilità del consorzio stabile, condannando il lavoratore a rifondere le spese legali a quest'ultimo.
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Conversione in rapporto di lavoro subordinato: consorzio escluso
Il Lavoratore ha impugnato due contratti di collaborazione a progetto stipulati con una Società Consorziata, chiedendo la conversione in rapporto di lavoro subordinato per mancanza di uno specifico progetto. La Corte d'Appello ha accolto la domanda, condannando in solido anche il Consorzio e il Committente. La Cassazione ha confermato la conversione del rapporto di lavoro, ma ha escluso la responsabilità solidale del Consorzio per i debiti della consorziata, poiché i contratti erano stati stipulati direttamente con quest'ultima e non dal Consorzio come mandatario. Di conseguenza, la domanda contro il Consorzio è stata rigettata, mentre è stata confermata la condanna del Committente e della Società Consorziata.
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Contratto di agenzia: recesso automatico o tutele per l’agente?
Un'azienda ha interrotto un contratto di agenzia a tempo indeterminato con un agente, invocando una clausola risolutiva espressa per il mancato raggiungimento dei minimi di fatturato. L'agente ha fatto causa chiedendo le indennità di fine rapporto e di preavviso. I giudici di merito hanno accolto la domanda dell'agente, poiché l'azienda non aveva provato tempestivamente il calo di fatturato in primo grado, essendo rimasta contumace. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso dell'azienda. La Corte ha stabilito che, anche in presenza di una clausola risolutiva espressa, il giudice deve sempre verificare se l'inadempimento dell'agente sia così grave da costituire una giusta causa di recesso immediato, valutando l'equilibrio contrattuale e il rapporto di fiducia. L'azienda perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Interposizione illecita di manodopera: quando l’appalto è vero
Un gruppo di lavoratori ha adito le vie legali chiedendo il riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato direttamente con una grande società committente. I lavoratori sostenevano che il servizio di assistenza informatica e telefonica, formalmente appaltato a ditte esterne, costituisse in realtà un'ipotesi di interposizione illecita di manodopera. Sia il Tribunale che la Corte d'Appello hanno respinto la domanda, rilevando la genuinità dell'appalto. La Corte di Cassazione ha confermato queste decisioni, rigettando i ricorsi dei lavoratori. La Suprema Corte ha chiarito che, negli appalti cosiddetti leggeri, l'autonomia dell'appaltatore si manifesta principalmente nella gestione effettiva del proprio personale, escludendo l'illecita intermediazione anche in presenza di attrezzature fornite dal committente.
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Superminimo individuale: l’azienda taglia, i dipendenti vincono
Un gruppo di dipendenti di una clinica medica ha richiesto il pagamento del "Superminimo individuale" fisso mensile, precedentemente stabilito da un accordo sindacale del 2000. L'Azienda aveva smesso di pagarlo nel 2014, esercitando un recesso unilaterale dall'accordo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda, confermando che la dicitura dell'accordo originario, che definiva l'emolumento come "parte integrante della retribuzione mensile", ha di fatto incorporato tale somma nei contratti individuali dei lavoratori. Di conseguenza, il datore di lavoro non poteva eliminarlo o ridurlo senza il consenso dei singoli dipendenti espresso in una sede protetta. L'Azienda è stata condannata a pagare le spese legali e a mantenere il beneficio economico per i lavoratori.
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Contratto di somministrazione: tra causali generiche e prove reali
Un lavoratore ha contestato la validità di cinque contratti di somministrazione di lavoro, chiedendo l'assunzione a tempo indeterminato presso l'azienda utilizzatrice. La Corte d'Appello ha accolto la domanda, ritenendo le causali dei contratti troppo generiche. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'azienda. I giudici di legittimità hanno stabilito che il giudice di merito deve valutare singolarmente ogni contratto di somministrazione. In particolare, per i primi due contratti, le causali riguardavano la sostituzione di personale e un progetto specifico, elementi che la Corte d'Appello ha omesso di esaminare. La sentenza è stata cassata con rinvio per una nuova valutazione dettagliata delle singole causali e delle prove testimoniali.
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Riqualificazione del rapporto di lavoro: stop ai finti autonomi
Una regista televisiva ha lavorato per anni per un'emittente con diciannove contratti di collaborazione autonoma. La lavoratrice ha chiesto la riqualificazione del rapporto di lavoro in subordinato a tempo indeterminato. I giudici di merito hanno accolto la domanda, accertando che l'attività era diretta dall'azienda e che l'inerzia della dipendente non indicava una risoluzione per mutuo consenso, ma derivava dal timore di ritorsioni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda, confermando la subordinazione. La Corte ha stabilito che i limiti al risarcimento previsti per i contratti a termine non si applicano in caso di riqualificazione del rapporto di lavoro da autonomo a subordinato fin dall'origine. L'azienda perde la causa e deve pagare le spese legali e regolarizzare i contributi.
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Rinuncia tacita alle provvigioni: l’agente perde la causa
Un agente di commercio ha richiesto all'azienda mandante il pagamento di differenze provvigionali e dell'indennità di incasso. La Corte d'Appello ha riconosciuto l'indennità ma ha respinto la richiesta sulle provvigioni, ravvisando una rinuncia tacita alle provvigioni in misura maggiore. L'agente ha proposto ricorso, ma la Corte di Cassazione lo ha rigettato. I giudici hanno stabilito che l'accettazione prolungata degli estratti conto senza contestazioni e l'emissione di fatture conformi ai minori importi costituiscono un comportamento concludente. Questo comportamento esprime in modo inequivocabile la volontà di rinunciare alle provvigioni originariamente pattuite. Di conseguenza, l'agente perde definitivamente la causa ed è condannato a pagare le spese processuali.
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Dimissioni e mansioni reali: sì alla conversione del contratto
Una lavoratrice, assunta formalmente come programmista regista con undici contratti a tempo determinato, ha svolto in concreto mansioni di giornalista redattore ordinario. La Corte d'Appello ha dichiarato la nullità dei contratti a termine, disponendo la conversione del contratto a termine in un rapporto a tempo indeterminato e condannando l'azienda al pagamento delle differenze retributive e risarcitorie. L'azienda ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che le dimissioni della lavoratrice e la mancata iscrizione all'albo dei giornalisti escludessero tali diritti. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che le dimissioni non cancellano il diritto alla conversione del contratto a termine e che lo svolgimento effettivo di mansioni giornalistiche, anche prima dell'iscrizione all'albo, dà diritto alla giusta retribuzione. La lavoratrice ha vinto definitivamente la causa.
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Diritto quesito dei lavoratori: svanisce lo sconto in bolletta
Un gruppo di ex dipendenti di un'azienda energetica ha fatto causa per mantenere lo sconto sulla bolletta elettrica, rimosso dall'azienda dopo la disdetta degli accordi collettivi. I pensionati sostenevano che il beneficio fosse ormai un diritto quesito dei lavoratori e parte della loro retribuzione. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'agevolazione tariffaria non ha natura retributiva, poiché non è legata alla quantità o qualità del lavoro svolto. Inoltre, non si tratta di un diritto quesito dei lavoratori: i contratti collettivi non si incorporano per sempre nei contratti individuali. Di conseguenza, in caso di accordi a tempo indeterminato, l'azienda può legittimamente recedere per evitare vincoli perpetui, lasciando ai pensionati solo una mera aspettativa di mantenimento del beneficio.
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Diritto quesito e sconti in bolletta: i pensionati perdono la causa
Un gruppo di pensionati ha fatto causa alla propria ex azienda per ottenere il ripristino delle agevolazioni tariffarie sulla fornitura di energia elettrica, eliminate a seguito della disdetta del contratto collettivo da parte della società. I pensionati sostenevano che lo sconto sulle bollette rappresentasse ormai un diritto quesito, entrato stabilmente nel loro patrimonio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei lavoratori. I giudici hanno chiarito che le agevolazioni previste dai contratti collettivi non si incorporano nei contratti individuali e possono essere legittimamente revocate o modificate nel tempo. Di conseguenza, i pensionati non possono vantare alcun diritto quesito su tali benefici assistenziali e devono rassegnarsi alla perdita dello sconto, oltre a dover pagare le spese di giudizio.
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Bollette ed ex dipendenti: lo sconto non è un diritto quesito
Un gruppo di ex dipendenti di un'azienda energetica ha fatto causa per mantenere lo sconto sulla bolletta elettrica, previsto da vecchi accordi collettivi. L'azienda aveva infatti cancellato l'agevolazione tramite un recesso unilaterale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei pensionati, stabilendo che l'agevolazione tariffaria non costituisce un diritto quesito. I contratti collettivi non si incorporano per sempre nel contratto individuale di lavoro e possono essere modificati o disdettati nel tempo. Inoltre, lo sconto non ha natura retributiva poiché non è legato alla qualità o quantità del lavoro svolto. L'azienda ha quindi legittimamente eliminato il beneficio, offrendo in cambio una somma una tantum. I pensionati perdono la causa e devono pagare le spese legali.
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Contratto a tempo determinato: nullo il termine e posto fisso
Il caso riguarda un lavoratore aeroportuale assunto con plurimi contratti a termine. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno dichiarato la nullità del termine apposto al quarto contratto, accertando l'esistenza di un rapporto a tempo indeterminato con il consorzio datore di lavoro e condannando le società coinvolte al risarcimento del danno. Le società hanno proposto ricorso in Cassazione contestando la decisione su vari punti, tra cui l'interpretazione di un accordo transattivo e l'applicabilità del trasferimento d'azienda. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la valutazione sulla legittimità del contratto a tempo determinato e la sussistenza delle causali costituiscono accertamenti di fatto riservati esclusivamente al giudice di merito e insindacabili in sede di legittimità. Di conseguenza, il lavoratore ha vinto la causa, ottenendo la stabilizzazione e il risarcimento.
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Lavoro interinale: l’inerzia del dipendente non salva l’azienda
Un lavoratore, assunto tramite contratti di lavoro interinale per prestare servizio presso un'azienda, ha impugnato i contratti lamentando la genericità delle causali indicate. L'Azienda ha eccepito la risoluzione del rapporto per mutuo consenso, evidenziando che il lavoratore era rimasto inerte per oltre sei anni prima di avviare la causa. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'Azienda, confermando che la semplice inerzia prolungata non equivale a una rinuncia tacita ai propri diritti. Inoltre, la Suprema Corte ha ribadito che l'utilizzo di formule generiche e ripetitive nei contratti di fornitura rende nullo il termine, determinando la conversione del rapporto in un contratto a tempo indeterminato direttamente con l'azienda utilizzatrice. L'Azienda è stata condannata al pagamento delle spese legali.
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Cessione di ramo d’azienda: il tempo non sana il trasferimento nullo
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità della cessione di ramo d'azienda effettuata da una grande società di telecomunicazioni a favore di un'impresa di servizi. I giudici hanno stabilito che il ramo ceduto non possedeva la necessaria autonomia funzionale preesistente al trasferimento. Di conseguenza, il rapporto di lavoro di due dipendenti deve essere ripristinato presso la società originaria, non potendosi configurare un loro consenso tacito al trasferimento per il solo decorso del tempo. La Corte ha inoltre accolto il ricorso di altri due lavoratori, inizialmente dipendenti di una controllata poi incorporata dalla capogruppo, rinviando la causa alla Corte d'Appello affinché valuti correttamente la sostanza delle loro domande di reintegrazione.
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Contratto a tempo determinato: il silenzio non cancella i diritti
Tre assistenti di volo hanno contestato la nullità del termine apposto ai loro contratti di lavoro. Le società datrici di lavoro sostenevano che il rapporto si fosse risolto per mutuo consenso, poiché i dipendenti avevano successivamente accettato un contratto a tempo indeterminato e fatto passare molto tempo prima di agire in giudizio. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso delle aziende. La Corte ha chiarito che l'accettazione di un nuovo impiego e il semplice passaggio del tempo non dimostrano la volontà di rinunciare ai diritti pregressi. Di conseguenza, è stata confermata la nullità del contratto a tempo determinato, con diritto alla ricostruzione della carriera e al risarcimento del danno.
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Contratto a termine illegittimo: il lavoratore vince dopo anni
Un assistente di volo ha contestato la scadenza del suo primo contratto di lavoro, firmato nel 2000 con una nota compagnia aerea. La Corte d'Appello ha dichiarato che si trattava di un contratto a termine illegittimo per mancanza delle causali di legge, riconoscendo un unico rapporto a tempo indeterminato fin dall'inizio e ordinando la ricostruzione della carriera del dipendente. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando inammissibile il ricorso della società datrice di lavoro. I giudici hanno chiarito che l'azione per far valere la nullità del termine non si prescrive mai e che il semplice passaggio del tempo non dimostra la volontà del lavoratore di rinunciare al posto. Di conseguenza, l'azienda è stata condannata anche al pagamento delle spese legali, consolidando il diritto del lavoratore alla stabilità dell'impiego e all'anzianità pregressa.
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Licenziamento collettivo: sì al risarcimento, no ai favoritismi
La Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento collettivo intimato da un'azienda di vigilanza a un lavoratore. L'azienda aveva violato le regole procedurali inviando una comunicazione tardiva e incompleta sui criteri di scelta e sui nominativi dei dipendenti in esubero. La Corte ha chiarito che la comunicazione finale deve essere unica, trasparente e inviata entro il termine perentorio di sette giorni dal primo recesso. Inoltre, i giudici hanno respinto il ricorso del lavoratore, stabilendo che l'anzianità convenzionale (derivante da un accordo individuale) non può essere utilizzata come criterio di scelta per la selezione dei lavoratori da licenziare, poiché priva di oggettività e lesiva della parità di trattamento rispetto agli altri dipendenti. Entrambi i ricorsi sono stati rigettati, confermando il diritto del lavoratore a ricevere un'indennità risarcitoria di diciotto mensilità.
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