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Violenza O Minaccia A Pubblico Ufficiale

Definizione

Il reato commesso da chi usa violenza o minaccia per costringere un pubblico ufficiale a compiere un atto contrario ai propri doveri o a omettere un atto d'ufficio.

Orientamento della Cassazione

Su LexCED 37 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 88% dei casi il ricorso è stato dichiarato inammissibile.

Esito del ricorso

  • Accolto, anche in parte 12%
  • Inammissibile 88%

Provvedimenti per anno

2022 2023 2024 2026

Sezioni

  • Penale Sez. 770%
  • Penale Sez. 624%
  • Penale Sez. 25%

Precedenti più richiamati

  • Cass. 7346/2004in 3 provvedimenti

Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Inammissibilità del ricorso in cassazione tra rissa e minaccia
Un imputato condannato per il reato di violenza o minaccia a pubblico ufficiale ha impugnato la decisione proponendo argomentazioni difensive incentrate su un fatto del tutto estraneo al processo, ossia una rissa. La Corte di appello aveva già respinto l'atto sottolineando la totale discrepanza tra l'accusa reale e i motivi di doglianza. L'uomo ha comunque presentato ricorso per la decisione di legittimità senza confrontarsi minimamente con il rilievo formulato dai giudici del gravame. I Supremi Giudici hanno rilevato la palese inconferenza delle tesi difensive e l'assoluto difetto di critica specifica. La vicenda si è conclusa con l'inammissibilità del ricorso in cassazione, la conferma della condanna penale originaria e l'obbligo di versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Violenza o minaccia a pubblico ufficiale: ricorso inammissibile
Un cittadino ha subito una condanna per il reato di violenza o minaccia a pubblico ufficiale e per minacce. L'imputato ha presentato ricorso per cassazione contestando la mancata applicazione della legittima difesa, l'esclusione della scriminante per reazione ad atti arbitrari del pubblico ufficiale e il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso totalmente inammissibile. I giudici hanno chiarito che i motivi sollevati contestavano accertamenti di fatto già risolti nei gradi precedenti con motivazione logica. Inoltre, la condotta ha mostrato una forte intensità del dolo e una chiara pervicacia, elementi incompatibili con la non punibilità. Il ricorrente deve pagare le spese del procedimento e una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Multa e violenza o minaccia a pubblico ufficiale
Un cittadino ha rivolto gravi intimidazioni a un pubblico ufficiale dopo aver ricevuto una contravvenzione stradale. I giudici di merito hanno qualificato la condotta come reato di violenza o minaccia a pubblico ufficiale, accertando che le espressioni intimidatorie puntavano a piegarne la libertà decisionale. L'imputato ha presentato ricorso per cassazione, sostenendo che le sue parole costituivano soltanto una protesta verbale per una sanzione ormai già applicata, con conseguente assenza dell'intento criminoso. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. Le doglianze difensive miravano esclusivamente a ottenere una rilettura non consentita delle prove, senza evidenziare vizi logici nella motivazione di secondo grado. Di conseguenza, la condanna a carico dell'imputato è divenuta irrevocabile, con l'obbligo ulteriore di sostenere le spese del procedimento e versare una pesante sanzione pecuniaria.
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Violenza o minaccia a pubblico ufficiale: impugna e perde
Un cittadino ha proposto ricorso per cassazione contro la condanna per violenza o minaccia a pubblico ufficiale emessa dalla Corte di Appello. L'imputato contestava la ricostruzione della propria responsabilità penale e lamentava una motivazione carente sulla quantificazione della sanzione, sostenendo che la pena base si fosse discostata eccessivamente dal minimo di legge. I Supremi Giudici hanno dichiarato l'impugnazione del tutto inammissibile. Il primo motivo richiedeva infatti un nuovo esame dei fatti e delle prove, precluso nel giudizio di legittimità. Il secondo motivo risultava invece smentito dagli atti, poiché i giudici di merito avevano già applicato la pena base minima, aggiungendo un solo mese per il vincolo della continuazione. Di conseguenza, la Corte ha respinto il ricorso e ha condannato il ricorrente alle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Violenza o minaccia a pubblico ufficiale: ricorso respinto
L'imputato ha presentato ricorso per cassazione contro la condanna d'appello per il reato di violenza o minaccia a pubblico ufficiale. La difesa ha contestato la sussistenza della condotta intimidatoria verso i pubblici ufficiali intervenuti. La Suprema Corte ha giudicato l'impugnazione inammissibile. L'atto difensivo conteneva censure generiche e mirava a ottenere una nuova valutazione delle prove, operazione vietata ai giudici di legittimità. I magistrati di merito avevano già motivato la decisione in modo coerente e privo di vizi logici. La Cassazione ha confermato in via definitiva la sentenza penale e ha condannato il ricorrente al versamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Violenza o minaccia a pubblico ufficiale: lo sfogo non è reato
Durante il sequestro del veicolo presso la caserma, un automobilista pronuncia frasi di sfida verso le forze dell'ordine, affermando che dopo ci avrebbe pensato lui. La Procura accusa l'uomo del reato di violenza o minaccia a pubblico ufficiale. Il Tribunale assolve l'imputato e la Corte di Cassazione conferma la decisione, dichiarando inammissibile il ricorso del Procuratore Generale. I giudici chiariscono che un mero sfogo ostile e generico non costituisce reato. L'espressione usata può alludere a una futura azione legale e non prospetta un danno ingiusto concreto né impedisce ai militari di svolgere il proprio dovere. L'automobilista ottiene così l'assoluzione definitiva.
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Violenza o minaccia a un pubblico ufficiale: cella chiusa e lama
Un detenuto impugna una lametta all'interno della propria cella e minaccia un agente di polizia penitenziaria per costringerlo ad aprire la porta. I giudici di merito condannano l'uomo per violenza o minaccia a un pubblico ufficiale. Il condannato propone ricorso per cassazione sostenendo l'inefficacia della minaccia, contestando l'effettiva presenza della lametta e invocando la reazione legittima contro un presunto atto arbitrario del poliziotto. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso totalmente inammissibile. I giudici confermano che il gesto intimidatorio accompagnato dall'arma rudimentale integra perfettamente il reato. Inoltre, il personale carcerario ha agito nel rispetto dei regolamenti interni, escludendo qualsiasi condotta arbitraria o persecutoria. Il ricorrente perde la causa e subisce la condanna al pagamento delle spese di giudizio e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Violenza o minaccia a pubblico ufficiale: ricorso respinto
Un cittadino ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza d'appello che lo vedeva condannato per il reato di violenza o minaccia a pubblico ufficiale. L'imputato sosteneva la mancanza degli elementi costitutivi del reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che le contestazioni avanzate erano del tutto generiche e fondate su questioni di fatto già ampiamente analizzate e respinte nei precedenti gradi di giudizio. A causa della manifesta infondatezza dell'atto, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento della somma di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Violenza a pubblico ufficiale: reato confermato ma pena ridotta
L'Imputato ha subito un processo per violenza a pubblico ufficiale e lesioni personali dopo aver aggredito un pubblico ufficiale, causandogli ferite guarite in tre giorni. I giudici di merito hanno affermato la responsabilità penale dell'aggressore e hanno applicato una pena detentiva cumulativa. L'Imputato ha presentato ricorso per contestare la competenza del Tribunale, la propria identificazione e il rigetto delle attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha confermato la piena colpevolezza e la competenza del giudice ordinario. Tuttavia, i Giudici Supremi hanno rilevato d'ufficio un errore nel computo della pena: il reato minore di lesioni, se giudicato dal giudice di pace, comporta una pena pecuniaria e non il carcere. La Corte ha quindi rideterminato la sanzione finale in sei mesi di reclusione e 516 euro di multa.
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Violenza o minaccia a pubblico ufficiale: quando scatta il reato
L'Imputato si è recato presso la caserma per assolvere l'obbligo di firma, pretendendo di essere servito subito e rivolgendo gravi frasi minatorie ai militari presenti. La Corte d'Appello ha riqualificato il fatto in minaccia semplice, dichiarando l'improcedibilità dell'azione penale per assenza di querela, sul presupposto che non vi fosse la prova di un concreto blocco del servizio o di una coda di attesa. Il Procuratore Generale ha proposto ricorso per Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso stabilendo che il delitto di violenza o minaccia a pubblico ufficiale è un reato di mera condotta. Non occorre l'effettivo stravolgimento dell'ordine d'ufficio, essendo sufficiente l'idoneità della minaccia a condizionare l'azione del pubblico ufficiale. La sentenza è stata annullata con rinvio.
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Violenza o minaccia a pubblico ufficiale: ricorso inammissibile
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un cittadino condannato per il reato di violenza o minaccia a pubblico ufficiale. L'Imputato contestava la sussistenza della recidiva per ottenere la prescrizione del reato e criticava la valutazione delle prove operata dai giudici di merito. I Supremi Giudici hanno dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. La contestazione sulla recidiva rappresentava un motivo nuovo, mai sollevato nel precedente grado di appello. Inoltre, le critiche sull'attendibilità dei testimoni e sulla ricostruzione dei fatti richiedevano un nuovo esame di merito, precluso in sede di legittimità. A causa dell'inammissibilità, la condanna è divenuta definitiva con l'obbligo di pagare le spese e la sanzione pecuniaria.
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Violenza o minaccia a pubblico ufficiale: carcere e cure negate
Un detenuto all'interno di un istituto penitenziario ha rivolto gravi minacce all'infermiera mentre la donna tentava di prestargli cure mediche. La difesa ha chiesto di considerare l'episodio come una semplice minaccia ordinaria verso un privato cittadino. La Corte di Cassazione ha rigettato la tesi difensiva confermando la condanna per il delitto di violenza o minaccia a pubblico ufficiale. I giudici hanno chiarito che il personale sanitario in carcere svolge una funzione pubblica a tutela della salute. L'aggressione verbale finalizzata a ostacolare l'attività sanitaria configura un reato contro la pubblica amministrazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile e ha condannato l'imputato al pagamento delle spese legali e di una somma alla cassa delle ammende.
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Violenza o minaccia a pubblico ufficiale e ricorso inammissibile
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a carico de L'Imputato per il reato di violenza o minaccia a pubblico ufficiale. Il soggetto aveva presentato ricorso contestando l'elemento psicologico del fatto e l'aggravamento della pena dovuto alla recidiva qualificata. I giudici supremi hanno dichiarato il ricorso inammissibile poiché privo di censure critiche concrete e meramente riproduttivo delle tesi già respinte dalla Corte di Appello. Di conseguenza, L'Imputato ha visto confermata la condanna penale e dovrà versare tremila euro alla Cassa delle ammende oltre al pagamento delle spese.
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Violenza o minaccia a pubblico ufficiale: ricorso inammissibile
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un imputato condannato per il reato di violenza o minaccia a pubblico ufficiale. Il ricorrente contestava l'esistenza del reato, sostenendo la propria innocenza senza però confrontarsi criticamente con la decisione emessa dalla Corte di Appello. I giudici di legittimità hanno rilevato la totale genericità delle contestazioni difensive, prive di precisi riferimenti agli argomenti giuridici e alle prove valutate nel giudizio precedente. La Suprema Corte ha pertanto dichiarato inammissibile il ricorso, confermando in via definitiva la responsabilità penale e condannando il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Violenza o minaccia a pubblico ufficiale: no a ricorsi di fatto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da due soggetti condannati per il reato di violenza o minaccia a pubblico ufficiale. I ricorrenti avevano impugnato la sentenza della Corte d'Appello proponendo censure basate su una diversa ricostruzione dei fatti. La Suprema Corte ha chiarito che il giudizio di legittimità non può essere utilizzato per riesaminare il merito della vicenda o per riproporre argomenti già ampiamente e logicamente superati nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, i ricorsi sono stati respinti con condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Violenza o minaccia a pubblico ufficiale: ricorso inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per violenza o minaccia a pubblico ufficiale. L'imputato contestava la ricostruzione dei fatti e il diniego delle attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno chiarito che le contestazioni di fatto non sono ammissibili in Cassazione. Inoltre, per negare le attenuanti generiche, è sufficiente che il giudice di merito indichi gli elementi decisivi che giustificano la scelta. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Violenza o minaccia a pubblico ufficiale: la vendetta è solo danno
La Corte di Cassazione ha confermato l'assoluzione di un cittadino dal reato di violenza o minaccia a pubblico ufficiale. L'imputato aveva danneggiato l'auto di un maresciallo che lo aveva precedentemente multato. I giudici hanno stabilito che il gesto aveva una natura esclusivamente ritorsiva e non era finalizzato a condizionare l'attività futura del pubblico ufficiale, mancando anche la volontà dell'autore di farsi riconoscere. Di conseguenza, la Cassazione ha dichiarato inammissibili sia il ricorso del Procuratore generale, che insisteva sulla configurabilità del reato, sia quello dell'imputato, che contestava il diniego delle attenuanti generiche e richiedeva sanzioni sostitutive. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al risarcimento delle parti civili.
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Violenza o minaccia a pubblico ufficiale: ricorso inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un'imputata condannata per il reato di violenza o minaccia a pubblico ufficiale. I motivi del ricorso si limitavano a richiedere una nuova valutazione dei fatti e delle prove, contestando la ricostruzione dei giudici di merito. La Suprema Corte ha ribadito che il giudizio di legittimità non può trasformarsi in un terzo grado di giudizio per riesaminare le prove, in assenza di specifiche e gravi illogicità nella motivazione della sentenza impugnata. L'imputata è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Violenza o minaccia a pubblico ufficiale: lo sfogo non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di violenza o minaccia a pubblico ufficiale. La difesa sosteneva che la condotta dell'imputato costituisse una semplice espressione di frustrazione e disappunto, priva di reale valenza intimidatoria. La Suprema Corte ha tuttavia stabilito che il ricorso mirava a ottenere una nuova valutazione dei fatti, operazione preclusa nel giudizio di legittimità. Inoltre, i motivi di ricorso sono stati ritenuti aspecifici, in quanto riproducevano le medesime contestazioni già respinte dalla Corte d'Appello con motivazione logica e coerente. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Violenza o minaccia a pubblico ufficiale: condanna definitiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato in appello per il reato di violenza o minaccia a pubblico ufficiale. I giudici di legittimità hanno rilevato che i motivi del ricorso erano del tutto generici, poiché non si confrontavano direttamente con le motivazioni della sentenza impugnata. Inoltre, la difesa mirava a ottenere una nuova valutazione delle prove e una diversa ricostruzione dei fatti, attività precluse nel giudizio di Cassazione. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende, confermando in via definitiva la sua responsabilità penale.
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