Definizione
Un inganno commesso tramite internet per indurre la vittima in errore e ottenere un profitto ingiusto.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 123 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 79% dei casi il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 14%
- Rigettato 4%
- Inammissibile 79%
- Altro 3%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Penale Sez. 754%
- Penale Sez. 244%
- Penale Sez. 12%
Precedenti più richiamati
- Cass. 40045/2018in 8 provvedimenti
- Cass. 43706/2016in 11 provvedimenti
- Cass. 17937/2017in 14 provvedimenti
- Cass. 15091/2026in 5 provvedimenti
- Cass. 2585/2022in 3 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Una donna ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per una truffa online. L'accusa si basava su prove precise: l'utenza telefonica usata per pubblicare l'annuncio e il codice IBAN su cui la vittima ha versato il denaro risultavano entrambi intestati a lei. La ricorrente ha contestato la logica della prova, sostenendo l'insufficienza degli indizi. La Corte di Cassazione ha rigettato l'impugnazione dichiarandola inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'accredito dei soldi su un conto o una carta intestata all'imputata, insieme al numero telefonico, costituisce prova decisiva di colpevolezza se l'interessata non dimostra una spiegazione alternativa plausibile. La donna dovrà pagare le spese e una sanzione di tremila euro.
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I giudici hanno condannato un uomo per il reato di truffa online dopo l'accredito dei proventi della frode sulla sua carta prepagata. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione lamentando difetti di motivazione della sentenza d'appello e negando la propria colpevolezza. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile e ha confermato la condanna. I giudici hanno chiarito che l'incasso del denaro su un conto o su una carta intestata all'imputato dimostra il suo ruolo essenziale nel delitto, a meno che l'interessato non fornisca una plausibile spiegazione alternativa sull'origine di tali fondi. Oltre alla conferma della pena, l'imputato deve pagare le spese processuali e una sanzione di tremila euro.
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Un acquirente subisce una truffa online dopo aver versato mille euro su una carta prepagata ricaricabile per un acquisto concordato in chat, senza ricevere il bene. La vittima sporge denuncia orale allegando gli screenshot delle conversazioni telematiche. L'imputato, titolare della carta e destinatario dell'accredito, contesta la condanna sostenendo che la carta fosse smarrita e che mancasse una formale querela. La Corte di Cassazione respinge il ricorso e conferma la condanna penale dell'imputato. I giudici stabiliscono che allegare le chat alla denuncia dimostra chiaramente la volontà punitiva della persona offesa. Inoltre, l'intestazione della carta prepagata e la corrispondenza dei dati bancari costituiscono prove solide della responsabilità dell'autore della truffa online, escludendo la particolare tenuità del fatto a causa della serialità e dell'uso del mezzo telematico.
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Un venditore è stato condannato per truffa online dopo aver ricevuto il pagamento per un bene mai consegnato. Ha presentato appello, ma la Corte d'Appello lo ha dichiarato inammissibile per motivi troppo generici. La Cassazione ha confermato questa decisione, ribadendo che i motivi di impugnazione devono essere specifici e contestare puntualmente le argomentazioni della sentenza precedente. L'Imputato ha dovuto pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle Ammende. La sentenza sottolinea l'importanza della specificità dei motivi nei ricorsi, anche per casi di truffa online.
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Un Lavoratore è stato condannato per **truffa online**. Aveva venduto un oggetto tramite annuncio, ricevuto il pagamento su una Postepay a lui intestata, ma non aveva consegnato l'oggetto. La Corte d'Appello aveva confermato la condanna. Il Lavoratore ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che non c'erano prove sufficienti per attribuirgli la condotta e che non c'era danno patrimoniale diretto, poiché il pagamento era stato fatto da una persona diversa dall'acquirente. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che per la **truffa online** non è necessario che la persona ingannata e quella che subisce il danno economico siano la stessa. Basta un nesso causale tra l'inganno e il danno. Il Lavoratore ha perso, dovrà pagare le spese processuali e una sanzione.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato, confermando la condanna per Truffa online (art. 640 c.p., comma 2) e l'aggravante di minorata difesa (art. 61 n. 5 c.p.). L'imputato aveva effettuato una vendita truffaldina di prodotti online. Il ricorso è stato ritenuto inammissibile perché riproponeva questioni già esaminate e respinte in appello, senza criticare specificamente la sentenza impugnata. Inoltre, il ricorso tentava di riesaminare fatti, compito non spettante alla Cassazione. La condanna e le relative sanzioni sono state quindi confermate, con l'aggiunta delle spese processuali e di una somma a favore della Cassa delle Ammende.
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Un Individuo è stato condannato per truffa online, avendo messo in vendita una macchina fotografica su due siti diversi, incassando un acconto senza mai consegnare il bene. La difesa ha sostenuto la prescrizione del reato e vizi procedurali. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la condanna. Ha ritenuto corretta la sospensione dei termini di prescrizione e ha respinto le eccezioni sull'incompatibilità del giudice e sull'acquisizione delle prove. La vendita su più piattaforme ha dimostrato l'intento truffaldino.
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Un Lavoratore è stato condannato per una truffa online, commessa tramite un annuncio su un noto sito di compravendita. La Corte d'Appello ha confermato la condanna. Il Lavoratore ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che le prove del suo smarrimento di documenti non fossero state considerate e che non gli fosse stata concessa un'attenuante. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ritenuto inverosimile la tesi difensiva e ha sottolineato la mancata prova delle denunce di smarrimento, violando il principio di autosufficienza del ricorso. Inoltre, l'attenuante non era stata richiesta nei gradi precedenti. Il Lavoratore deve pagare le spese processuali e una sanzione di tremila euro.
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Un Individuo è stato condannato per truffa online, avendo ingannato una Persona Offesa nella vendita di un'auto e depositato un assegno falsificato. La Corte d'Appello ha confermato questa condanna. L'Individuo ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la motivazione della sentenza. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ritenuto che le motivazioni della Corte d'Appello fossero corrette e che il ricorrente chiedesse solo una nuova valutazione dei fatti, cosa non permessa in sede di legittimità. L'Individuo deve quindi pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Un venditore ha messo in vendita beni su internet senza averne mai avuto la disponibilità materiale e ha incassato il denaro senza spedire la merce. L'imputato ha sostenuto di essere incorso in un semplice inadempimento contrattuale di natura civile. I giudici di merito hanno invece qualificato la condotta come reato. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il delitto di truffa online. I giudici di legittimità hanno chiarito che le trattative sul web impongono un particolare affidamento sulla buona fede. Chi vende beni inesistenti o indisponibili commette reato penale e non un mero illecito civile. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna alle spese e alla sanzione pecuniaria.
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Un venditore è stato condannato per `truffa online` dopo aver messo in vendita un iPad su internet, ricevuto il pagamento tramite Postepay, ma non aver mai consegnato il bene. La Corte d'Appello ha confermato la condanna inflitta dal Tribunale. Il suo ricorso in Cassazione è stato dichiarato inammissibile. La Suprema Corte ha ritenuto che le motivazioni dei giudici precedenti fossero solide, basate su scambi di email e sull'intestazione della carta Postepay al venditore. Il venditore ha perso e dovrà pagare le spese processuali.
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Un venditore pubblica un annuncio sul web per la vendita di pneumatici e cerchi, facendosi pagare in anticipo con bonifico ma senza mai spedire la merce e rendendosi irreperibile. La vittima ritira successivamente la denuncia. Tuttavia, la Corte di Cassazione stabilisce che la truffa online è procedibile d'ufficio quando sussiste l'aggravante della minorata difesa, legata alla distanza geografica che impedisce il controllo del bene e favorisce il venditore. Inoltre, la presenza della recidiva qualificata, considerata aggravante ad effetto speciale, impedisce l'estinzione del processo per remissione della querela. Di conseguenza, la sentenza di proscioglimento viene annullata e la causa rinviata al giudice d'appello per proseguire l'azione penale.
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Un individuo è stato condannato per truffa online, avendo venduto cerchi in lega su un noto sito web senza mai consegnare la merce dopo aver ricevuto il pagamento. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la valutazione delle prove e la mancata riapertura dell'istruttoria. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha confermato la condanna, ribadendo che la valutazione dei fatti e delle prove spetta ai giudici di merito, soprattutto quando le sentenze di primo e secondo grado concordano (doppia conforme).
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Un soggetto ha proposto in vendita uno smartphone usato su un sito web, incassando 250 euro senza mai spedirlo. La vittima, uno studente diciannovenne, ha presentato denuncia. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo la sussistenza di un semplice inadempimento contrattuale e richiedendo la particolare tenuità del fatto in relazione al reddito familiare della vittima. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, qualificando la condotta come truffa online. I giudici hanno chiarito che il danno economico va valutato solo sulla persona offesa, per la quale 250 euro costituiscono una somma non irrilevante. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese e a tremila euro per la cassa delle ammende.
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Una persona è stata condannata per truffa online aggravata, avendo realizzato una vendita fittizia su internet. La Corte d'Appello ha confermato la condanna. L'imputata ha presentato ricorso in Cassazione, contestando l'attribuzione del reato e l'applicazione dell'aggravante della minorata difesa. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ritenendo le contestazioni generiche e infondate. Ha confermato la responsabilità dell'imputata, poiché il profitto era confluito su una carta a lei intestata, attivata con i suoi documenti. L'aggravante è stata ritenuta valida per le truffe online, data la distanza tra le parti.
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Un individuo è stato condannato per truffa online, avendo pubblicato un annuncio di vendita falso, incassato il pagamento su una PostPay a lui intestata e poi denunciato lo smarrimento della carta. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il suo ricorso, confermando la condanna. La Corte ha ritenuto che la responsabilità fosse provata da elementi oggettivi e che una precedente assoluzione per fatti simili ma distinti non configurasse "bis in idem". Il ricorso è stato respinto per manifesta infondatezza delle contestazioni sulla motivazione e sul travisamento della prova, con conseguente condanna alle spese e al pagamento di una sanzione.
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L'imputata è stata accusata del reato di truffa online per aver venduto prodotti sul web senza consegnarli all'acquirente, sfruttando la distanza per nascondere la propria identità. Nel corso del processo penale, l'acquirente ha dichiarato di ritirare la querela. A seguito delle recenti riforme normative, la truffa commessa a distanza con strumenti telematici che ostacolano l'identificazione costituisce un'aggravante specifica, punibile soltanto a querela di parte. La Corte di Cassazione ha chiarito che l'ostacolo all'identificazione derivava esclusivamente dall'uso del mezzo informatico. Di conseguenza, il ritiro della querela ha determinato l'estinzione del reato. La Suprema Corte ha quindi annullato la sentenza di condanna senza rinvio, ponendo le sole spese processuali a carico dell'imputata.
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Un individuo è stato condannato per una truffa online legata alla vendita di un bene mai consegnato. Le indagini della Polizia Postale hanno accertato la titolarità della carta di pagamento utilizzata per ricevere il denaro e dell'utenza telefonica impiegata nella trattativa, smentendo la falsa denuncia di smarrimento della carta presentata subito dopo la transazione. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'incapacità di intendere e di volere, la mancanza di prova della responsabilità e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I motivi presentati sono risultati generici, ripetitivi e volti a richiedere una inammissibile riesecuzione delle valutazioni sui fatti. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Due soggetti venivano assolti in primo grado dall'accusa di truffa online poiché il giudice riteneva non provato l'uso effettivo delle carte di pagamento a loro intestate. La Corte di Cassazione ha annullato l'assoluzione accogliendo il ricorso della pubblica accusa. I giudici di legittimità hanno stabilito che l'incasso del denaro illecito su una carta intestata all'imputato costituisce prova diretta del reato. Per superare questa prova, la difesa non può limitarsi a prospettare ipotesi astratte o dubbi congetturali. La difesa deve infatti fornire elementi concreti e riscontrati nel processo. La Corte ha chiarito che il principio dell'oltre ogni ragionevole dubbio non protegge da semplici possibilità teoriche. Di conseguenza, il processo dovrà svolgersi nuovamente davanti a un diverso giudice.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da due soggetti condannati per truffa online. Gli imputati contestavano la propria responsabilità e chiedevano l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici hanno chiarito che l'intestazione della carta di credito usata per incassare le somme, poi estinta subito dopo i raggiri, costituisce una prova logica e solida. Inoltre, la Suprema Corte ha ricordato che non può riesaminare i fatti o le prove già valutati nei precedenti gradi di giudizio. Infine, la causa di non punibilità è stata negata a causa dell'insidiosità della condotta, del danno economico rilevante e del carattere non occasionale del reato. I due ricorrenti devono versare tremila euro ciascuno alla Cassa delle Ammende e pagare le spese processuali.
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