Definizione
Un'organizzazione criminale di tipo mafioso.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 116 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 46% dei casi il ricorso è stato rigettato.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 13%
- Rigettato 46%
- Inammissibile 41%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Penale Sez. 138%
- Penale Sez. 531%
- Penale Sez. 631%
Precedenti più richiamati
- Cass. 20577/2020in 4 provvedimenti
- Cass. 3508/2019in 3 provvedimenti
- Cass. 1235/2013in 3 provvedimenti
- Cass. S.U. 36958/2021in 11 provvedimenti
- Cass. 39424/2019in 3 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Un detenuto condannato per reati associativi legati alla criminalità organizzata ha richiesto la misura alternativa dell'affidamento in prova terapeutico per trattare la propria dipendenza. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto la domanda a causa del passato ruolo di vertice del condannato nel clan mafioso, ancora attivo, e dell'assenza di un'effettiva rottura dei legami criminali. Il condannato ha impugnato la decisione sostenendo che i giudici avessero ignorato il buon comportamento in carcere e il tempo trascorso dai fatti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il bisogno di cura non supera la tutela della collettività quando sussiste il pericolo di recidiva e di ripresa dei contatti con la criminalità organizzata.
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Un individuo, già condannato per partecipazione a un sodalizio mafioso e per reati-fine come estorsione e omicidio, ha chiesto l'applicazione della continuazione del reato, sostenendo che i crimini fossero parte di un unico disegno criminoso. Il Giudice dell'esecuzione ha negato tale richiesta. La Corte di Cassazione ha confermato il diniego, stabilendo che per riconoscere la continuazione del reato tra un'associazione mafiosa e i reati-fine, è necessaria una prova specifica che i reati-fine fossero stati programmati sin dall'inizio, al momento dell'ingresso nell'associazione. Non basta una generica inclinazione a delinquere o un programma non specifico.
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Un Indagato, sottoposto ad arresti domiciliari per gravi reati come associazione mafiosa ed estorsione, ha chiesto la revoca o la sostituzione della misura cautelare. Il Tribunale del riesame ha respinto la sua richiesta, confermando la presunzione di adeguatezza della misura per la tipologia di reati contestati e ritenendo irrilevante il mero decorso del tempo senza nuovi elementi. L'Indagato ha presentato ricorso in Cassazione, lamentando vizi di motivazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la presunzione di sussistenza delle esigenze cautelari per reati gravi prevale e che il tempo trascorso non attenua il pericolo senza specifici fatti nuovi. La decisione conferma la validità degli arresti domiciliari e la non accoglibilità della richiesta di revoca misure cautelari.
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Un Lavoratore, già sottoposto a sorveglianza speciale per gravi reati (strage, omicidio, associazione mafiosa) commessi fino al 1996, ha chiesto la revoca della misura. La Corte d'Appello ha respinto la richiesta, ritenendo persistente la sua pericolosità sociale. Il Lavoratore ha proposto ricorso in Cassazione, contestando la motivazione basata su mere presunzioni e l'omessa valutazione di elementi positivi (percorso rieducativo, lavoro, estraneità a indagini recenti). La Cassazione ha accolto il ricorso, annullando il decreto e rinviando il caso. Ha stabilito che i giudici devono valutare l'attualità della pericolosità sociale in modo completo, considerando tutti gli elementi, inclusi il tempo trascorso e il percorso di risocializzazione, senza automatismi.
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Un individuo condannato per omicidio aggravato e associazione di tipo mafioso ha chiesto al Giudice dell'esecuzione di applicare la continuazione del reato, sostenendo che i due crimini fossero legati da un unico disegno criminoso. Il Giudice ha respinto la richiesta, rilevando che l'omicidio era avvenuto prima dell'affiliazione all'associazione e in modo estemporaneo. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. Ha ribadito che la data del reato, una volta stabilita in sentenza definitiva, non può essere modificata in fase di esecuzione, escludendo così la continuazione del reato tra i fatti.
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Un Lavoratore, assolto da un reato di associazione mafiosa dopo anni di detenzione cautelare, ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione. La Corte d'Appello ha negato il risarcimento, ritenendo il suo comportamento gravemente colposo a causa di contatti ambigui con esponenti mafiosi, pur non provando la sua partecipazione diretta. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione. Ha ribadito l'autonomia del giudizio di riparazione rispetto al processo penale, affermando che una condotta gravemente colposa, anche se non costituisce reato, può impedire la riparazione se ha creato una falsa apparenza di illiceità.
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La Suprema Corte ha esaminato il ricorso di un Indagato, sottoposto a custodia cautelare in carcere per estorsione e associazione di stampo mafioso. Il ricorso contestava la decisione del Tribunale del Riesame che aveva confermato la misura. La Cassazione ha annullato con rinvio la decisione solo per una specifica accusa di estorsione (capo R), ritenendo la motivazione sulla gravità indiziaria insufficiente e congetturale. Per le altre accuse e le esigenze cautelari, il ricorso è stato dichiarato inammissibile, poiché l'Indagato si è limitato a riproporre argomenti già esaminati. La Corte ha ribadito che la presunzione di pericolosità per i reati di mafia è forte e non superabile dal solo trascorrere del tempo.
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La Corte di Cassazione ha annullato un decreto che confermava una misura di prevenzione personale (sorveglianza speciale) per un individuo precedentemente legato a un sodalizio mafioso. Il Ricorrente aveva contestato la decisione, sostenendo che la Corte d'Appello non aveva adeguatamente valutato il suo positivo comportamento in carcere e la sua attuale attività lavorativa lecita in una regione diversa. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, affermando che il giudice di merito deve sempre verificare l'attualità della pericolosità sociale, considerando tutti gli elementi che indicano un possibile allontanamento dalle dinamiche criminali. La sentenza sottolinea che la presunzione di pericolosità non può essere l'unico fondamento, specialmente dopo un lungo periodo di detenzione e un cambiamento di vita.
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Un detenuto, membro di un sodalizio mafioso, ha contestato la proroga del suo regime detentivo 41-bis. Ha sostenuto che le sue ammissioni di responsabilità in processi per fatti omicidiari dimostravano una revisione critica e una dissociazione dalla sua organizzazione criminale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno ritenuto che le dichiarazioni del detenuto fossero tardive e non sufficienti a provare una vera rottura con il contesto mafioso, confermando la necessità del regime detentivo 41-bis per prevenire nuovi collegamenti con l'esterno.
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Un Individuo era sottoposto a misura cautelare di custodia in carcere per partecipazione ad associazione di tipo mafioso. Il Tribunale del Riesame aveva confermato la misura, basandosi su intercettazioni e condotte che attestavano il suo ruolo attivo nel clan, come accompagnare il padre a incontri e gestire questioni di interesse del sodalizio. L'Indagato ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la gravità degli indizi di colpevolezza e l'attendibilità delle prove. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che la partecipazione ad associazione mafiosa si configura con l'inserimento stabile nella struttura per fini criminosi. La Corte ha ritenuto la motivazione del Tribunale del Riesame logica e adeguata, confermando la misura cautelare e condannando l'Indagato alle spese.
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Un Cittadino, assolto da accuse di associazione mafiosa e reati connessi, ha chiesto la riparazione per ingiusta detenzione per il periodo trascorso in carcere. La Corte d'Appello ha negato il risarcimento, ritenendo che la sua condotta, pur non costituendo reato, fosse gravemente colposa. Il Cittadino aveva infatti mantenuto contatti con esponenti mafiosi e partecipato a un episodio violento che aveva generato la "falsa apparenza" di un illecito. La Cassazione ha confermato questa decisione, ribadendo l'autonomia del giudizio sulla riparazione per ingiusta detenzione rispetto all'assoluzione penale.
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Un individuo, già condannato per gravi reati e ritenuto legato a un sodalizio mafioso, ha chiesto l'ammissione al patrocinio a spese dello Stato. I giudici hanno respinto la sua richiesta. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione. Ha ribadito che la presunzione di superamento dei limiti di reddito per chi ha commesso certi reati è relativa. Questo significa che il richiedente deve dimostrare con prove concrete di non avere mezzi economici sufficienti. Non bastano semplici autocertificazioni o generiche allegazioni. Il ricorrente non ha fornito prove adeguate per superare la presunzione di reddito illecito. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Un Individuo ha chiesto la Riparazione per ingiusta detenzione dopo essere stato assolto dall'accusa di associazione mafiosa, per la quale aveva subito una misura cautelare. La Corte d'Appello ha negato la riparazione, sostenendo che la sua condotta era stata gravemente colposa. L'Individuo aveva infatti avuto rapporti non occasionali e di natura economica con esponenti mafiosi, legati ad attività illecite, e conosceva le dinamiche criminali. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione. Ha ribadito che, sebbene il diritto al silenzio non precluda più la riparazione, la condotta gravemente colposa dell'Individuo, evidente nei suoi legami con la criminalità organizzata, giustifica il diniego.
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Un Lavoratore, assolto dall'accusa di associazione mafiosa, ha chiesto l'equa riparazione per ingiusta detenzione. La Corte d'Appello ha negato il risarcimento, ritenendo che il Lavoratore avesse avuto una colpa grave. Egli aveva mantenuto contatti ambigui con il fratello detenuto, membro di un'organizzazione criminale, usando nomi falsi e linguaggio criptico per comunicazioni illecite. La sua condotta ha creato una falsa apparenza di reato, contribuendo alla sua detenzione. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del Lavoratore e negando il diritto all'equa riparazione.
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Un Imprenditore edile è stato accusato di partecipare a un'associazione mafiosa e di concorso in estorsione aggravata, per aver beneficiato di un sistema di spartizione illecita di lavori edili controllato da famiglie criminali. Il Tribunale del Riesame aveva confermato la misura cautelare del carcere. L'Imprenditore ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la mancanza di prove sulla sua partecipazione all'associazione mafiosa e sull'estorsione, oltre a vizi di motivazione sulle esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, ritenendolo in parte generico e in parte infondato, confermando la decisione del Tribunale.
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Un Lavoratore, già condannato per gravi reati, ha chiesto il Patrocinio a spese dello Stato per difendersi in un procedimento. I giudici di merito hanno respinto la sua richiesta, applicando la presunzione che chi ha commesso reati gravi abbia redditi illeciti. Il Lavoratore ha contestato l'affidabilità di un collaboratore di giustizia e ha presentato prove di redditi leciti e del suo percorso accademico. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che per superare la presunzione di redditi illeciti, il richiedente deve fornire prove concrete e specifiche della sua effettiva situazione economica, non bastano semplici dichiarazioni o generiche contestazioni.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un individuo contro l'applicazione di misure di prevenzione, tra cui la sorveglianza speciale e una cauzione. L'individuo era stato ritenuto socialmente pericoloso per la sua presunta appartenenza a un'associazione mafiosa e per aver commesso vari reati, inclusi quelli legati al gioco d'azzardo e alla truffa. Il ricorrente contestava l'attualità della sua pericolosità, sostenendo che le condotte risalivano a diversi anni prima. La Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, ritenendo che la motivazione sull'attualità della pericolosità fosse adeguata, data la persistenza del suo ruolo nel gruppo criminale e l'assenza di segnali di abbandono delle logiche delinquenziali.
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La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un individuo a cui era stata applicata una misura di prevenzione di sorveglianza speciale per due anni, a causa della sua ritenuta appartenenza a un sodalizio mafioso. L'individuo contestava l'assenza di "attualità della pericolosità sociale", sostenendo che i fatti a lui attribuiti fossero troppo datati. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la valutazione dell'attualità della pericolosità sociale deve considerare il contesto complessivo e che i fatti associativi, anche se non recentissimi, possono giustificare la misura se inseriti in un quadro di persistente legame con la criminalità organizzata. L'individuo è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle Ammende.
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Un Imputato, accusato di omicidio aggravato da metodo mafioso e dall'agevolazione di un sodalizio mafioso, ha presentato ricorso contro la decisione del Tribunale del Riesame che aveva respinto la sua richiesta di revoca o sostituzione della custodia cautelare in carcere. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ritenuto che le motivazioni fossero generiche e manifestamente infondate. La Corte ha ribadito la doppia presunzione di sussistenza delle esigenze cautelari e di adeguatezza della misura carceraria per i reati gravi, confermando la detenzione.
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Un Tribunale ha confermato la misura cautelare in carcere per un Indagato, accusato di associazione di stampo mafioso e tentata estorsione. L'Indagato ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la valutazione degli indizi e la sussistenza delle esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ritenuto che le motivazioni del Tribunale fossero logiche e coerenti, evidenziando il contributo stabile dell'Indagato all'associazione criminale e il pericolo di recidiva. L'Indagato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende.
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