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LexCEDpedia

Scriminante

Definizione

La locuzione causa di giustificazione, (identificata anche come scriminante, o esimente), identifica particolari situazioni il cui verificarsi determini la mancata configurazione della fattispecie di reato. Esse sono stabilite per legge, da particolari norme dell'ordinamento giuridico, si pensi ad esempio alla legittima difesa.

Orientamento della Cassazione

Su LexCED 878 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2019–2026). Nel 62% dei casi il ricorso è stato dichiarato inammissibile.

Esito del ricorso

  • Accolto, anche in parte 18%
  • Rigettato 18%
  • Inammissibile 62%
  • Altro 1%

Provvedimenti per anno

2019 2022 2023 2024 2025 2026

Sezioni

  • Penale Sez. 756%
  • Penale Sez. 533%
  • Penale Sez. 112%

Precedenti più richiamati

  • Cass. 37397/2016in 24 provvedimenti
  • Cass. 41869/2013in 19 provvedimenti
  • Cass. 31263/2020in 26 provvedimenti
  • Cass. 35590/2016in 26 provvedimenti
  • Cass. 3967/2015in 23 provvedimenti

Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Sfoglia per anno

Provvedimenti

Violazione della sorveglianza speciale: la droga non è una scusa
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a oltre un anno di reclusione inflitta a un individuo sottoposto a misura di prevenzione. Le forze dell'ordine hanno sorpreso l'uomo fuori dalla propria abitazione prima delle ore 7:00 del mattino, integrando la violazione della sorveglianza speciale. La difesa ha sostenuto che lo stato di tossicodipendenza escludesse la colpevolezza del soggetto, chiedendo la concessione delle attenuanti generiche e la cancellazione dell'aggravante della recidiva. I giudici supremi hanno respinto ogni tesi difensiva, qualificando la dipendenza da sostanze stupefacenti come inidonea a giustificare l'inadempimento delle prescrizioni imposte. Dichiarando il ricorso inammissibile, la Corte ha condannato l'imputato al pagamento delle spese di giudizio e a una sanzione di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Esibizione del permesso di soggiorno: essere noti non salva
Un cittadino straniero, regolarmente soggiornante in Italia, rifiuta di mostrare i propri documenti durante un controllo delle forze dell'ordine avvenuto dopo una rissa. L'uomo sostiene di non avere con sé il titolo e mostra soltanto la denuncia di smarrimento della carta di identità. Nel processo egli afferma di aver lasciato a casa il permesso per timore di perderlo. Il giudice di primo grado lo assolve ritenendo il controllo ingiustificato e discriminatorio, poiché gli agenti conoscevano già l'identità dell'individuo. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del Procuratore Generale e cancella l'assoluzione. I giudici supremi precisano che la mera conoscenza personale non sostituisce l'obbligo di controllo documentale. La paura di smarrimento non scusa l'omessa esibizione del permesso di soggiorno.
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Resistenza a pubblico ufficiale: respinto il ricorso
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a carico di un cittadino per i reati di lesioni e resistenza a pubblico ufficiale. L'imputato aveva contestato la ricostruzione degli eventi, invocando la causa di non punibilità per reazione ad atti arbitrari dei pubblici ufficiali e contestando l'effettiva sussistenza dei danni fisici provocati. I Supremi Giudici hanno respinto l'impugnazione dichiarandola inammissibile. I motivi sollevati dalla difesa si limitavano a reiterare argomentazioni di fatto già ampiamente respinte nei precedenti gradi di giudizio, senza confrontarsi criticamente con le motivazioni della sentenza d'appello. La Suprema Corte ha imposto al ricorrente il pagamento delle spese di giudizio e una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Riforma della sentenza assolutoria: no alla condanna al buio
Un giornalista e direttore di una testata online subiva un processo per omesso controllo e diffamazione aggravata a causa di due video-interviste diffuse su internet ritenute offensive verso un'associazione e il suo presidente. Il Tribunale assolveva il giornalista in primo grado. I giudici d'appello ribaltavano il verdetto e condannavano l'imputato, riascoltando unicamente la persona offesa e ignorando i testimoni difensivi. La Corte di Cassazione ha annullato la condanna con rinvio. Il ribaltamento del giudizio impone il rispetto rigoroso delle garanzie difensive. I Supremi Giudici hanno stabilito che la riforma della sentenza assolutoria richiede necessariamente la riaudizione diretta di tutte le fonti orali decisive prima di poter infliggere una condanna.
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Delitto di diffamazione: la critica non copre l’insulto
Una cittadina ha impugnato la condanna pronunciata dal Tribunale per il delitto di diffamazione nei confronti di un professionista. La ricorrente sosteneva di aver esercitato il legittimo diritto di critica e chiedeva l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che le espressioni lesive usate costituivano un attacco personale ingiustificato e slegato da una critica costruttiva. Inoltre, la particolare tenuità del fatto non trova applicazione nei procedimenti per reati di competenza del giudice di pace. Per le sentenze di appello relative a tali reati, il ricorso in Cassazione è limitato alla sola violazione di legge. L'imputata ha subito la conferma definitiva della condanna penale, dell'obbligo di risarcire il danno e del pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Rifiuto dell’alcoltest: la scusa dell’emergenza costa la condanna
I giudici hanno confermato la condanna penale nei confronti di un automobilista per il reato di rifiuto dell'alcoltest durante un controllo su strada. Il Tribunale prima e la Corte di Appello poi hanno inflitto quattro mesi di arresto e mille euro di ammenda. L'imputato ha presentato ricorso per cassazione invocando la scriminante dello stato di necessità, giustificando il proprio comportamento con una presunta urgenza. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. La difesa ha riproposto in sede di legittimità gli stessi argomenti già motivatamente respinti nel giudizio di secondo grado, omettendo una critica puntuale alla decisione impugnata. L'automobilista deve quindi scontare la pena originaria, pagare le spese processuali e versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Legittima difesa nella rapina: esclusa per l’aggressore
Un individuo con il volto coperto da passamontagna entrava nel retrobottega di un esercizio commerciale per compiere una rapina. Di fronte al rifiuto del commerciante, l'aggressore afferrava una pesante mannaia da macellaio dal bancone e feriva gravemente la vittima al capo e al volto. Il negoziante reagiva impugnando un altro coltello per salvarsi la vita. La difesa dell'imputato sosteneva la tesi della legittima difesa nella rapina, asserendo che il commerciante avesse sferrato il primo fendente e chiedendo la riqualificazione dei reati. I giudici di merito hanno condannato l'aggressore a dodici anni di reclusione per tentata rapina aggravata e tentato omicidio. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile: chi crea volontariamente una situazione di grave pericolo illecito non può invocare alcuna tutela giustificatrice.
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Principio del bis in idem: errore anagrafico e doppia condanna
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un cittadino condannato per interruzione di pubblico servizio durante una manifestazione presso uffici comunali. La difesa ha eccepito la violazione del principio del bis in idem, sostenendo che un precedente processo avesse già giudicato e condannato l'imputato per lo stesso identico episodio. La Corte di appello aveva liquidato la questione a causa di una lieve divergenza nella data di nascita registrata nel primo fascicolo. I giudici di legittimità hanno ritenuto sbrigativa tale decisione. A fronte di fatti identici commessi nella medesima data e nello stesso luogo, i giudici di merito dovevano accertare l'effettiva coincidenza dei procedimenti anziché ipotizzare improbabili omonimie. La Suprema Corte ha annullato la condanna con rinvio, imponendo un nuovo esame per verificare il divieto di doppio giudizio.
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Guida senza patente con passeggero abilitato: condanna
Un automobilista è stato condannato alla pena di tre mesi di arresto per il reato di guida senza patente reiterato nel biennio. L'uomo ha impugnato la decisione sostenendo di aver guidato per necessità a causa di un pericolo per la propria persona. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato. I giudici hanno escluso lo stato di necessità perché a bordo del veicolo viaggiava la moglie, provvista di regolare licenza di guida, che avrebbe potuto mettersi al volante. Inoltre, la Suprema Corte ha respinto l'applicazione della particolare tenuità del fatto, poiché la violazione penale presuppone la recidiva e dunque esclude l'occasionalità della condotta. Il ricorrente è stato infine condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende per aver insultato le forze dell'ordine durante il controllo.
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Concessione in sanatoria: annullata la sanzione al Consorzio
L'Ente Provinciale ha contestato a un Consorzio d'irrigazione l'uso industriale di risorse idriche in assenza del titolo originario, irrogando una sanzione amministrativa pecuniaria. Il Consorzio ha proposto opposizione dimostrando di aver presentato, in epoca antecedente, una regolare domanda di concessione in sanatoria presso il Ministero statale all'epoca competente. Successivamente, le funzioni amministrative in materia idrica sono state trasferite alla Provincia. La Corte di Cassazione ha accertato che la pendenza della domanda di concessione in sanatoria autorizzava la prosecuzione dell'uso dell'acqua secondo la legge vigente al momento dell'istanza. Il mutamento di competenze tra enti pubblici non può pregiudicare il cittadino né imporre la presentazione di una nuova domanda. Di conseguenza, la Corte Suprema ha annullato integralmente la sanzione amministrativa.
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Nullità notifica ricorso fallimento: la Cassazione ferma l’Agenzia
L'Agenzia delle Entrate ha impugnato una sentenza che aveva annullato sanzioni IVA a carico di una Cooperativa, riconoscendo la forza maggiore per il mancato versamento. La Corte di Cassazione, esaminando il ricorso dell'Agenzia, ha rilevato un vizio procedurale fondamentale: la nullità notifica ricorso era stata eseguita in modo non valido. Questo perché la Cooperativa era fallita e il suo precedente difensore era deceduto durante il giudizio di appello. La Corte ha quindi dichiarato la nullità della notifica, rinviando la causa per una corretta ri-notifica ai Curatori del fallimento.
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Diffamazione a mezzo stampa: Giornalista assolta, vittima condannata
Un Lavoratore ha citato in giudizio un Giornalista e un Gruppo Editoriale per diffamazione a mezzo stampa. L'articolo contestato collegava il Lavoratore, come socio occulto di una società, a presunte infiltrazioni camorristiche e incentivi statali illeciti. Il Tribunale di Monza aveva riconosciuto la diffamazione, ma la Corte d'Appello di Milano ha ribaltato la decisione, qualificando l'articolo come legittima critica e commento ironico. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Lavoratore, confermando che la valutazione delle espressioni giornalistiche spetta ai giudici di merito e che la motivazione della Corte d'Appello era logica. Il Lavoratore deve quindi restituire le somme e pagare le spese legali.
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Diffamazione a mezzo stampa e uso figurato di rissa
Un professionista citava in giudizio una testata editoriale chiedendo il risarcimento per diffamazione a mezzo stampa a causa di un articolo su un acceso alterco in una sede televisiva. Il testo qualificava l'episodio con il termine 'rissa'. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto della domanda risarcitoria. I giudici hanno chiarito che l'uso figurato del termine 'rissa', inteso come aspro scontro verbale arricchito da toni satirici e ironici, rientra pienamente nel diritto di cronaca. Sussistono la verità del fatto centrale, l'interesse pubblico all'informazione e la continenza formale dell'esposizione. Di conseguenza, l'articolo non integra alcun illecito civile e il ricorrente deve pagare le spese processuali.
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Risarcimento danni per diffamazione: negato se il fatto è vero
Una professionista ha citato in giudizio un avversario politico del marito per chiedere il risarcimento danni per diffamazione. Durante due comizi elettorali, il convenuto aveva affermato che il rivale gli aveva chiesto raccomandazioni per far ottenere alla moglie incarichi pubblici. I giudici di merito hanno rigettato la domanda risarcitoria. La decisione si è basata sulla veridicità dei fatti, provata da testimonianze, e sull'esercizio del diritto di critica politica. L'attacco mirava infatti a screditare l'avversario politico e non la moglie. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della donna. La Suprema Corte ha confermato che l'accertamento sui fatti spetta ai giudici di merito e che la presenza di fatti veri coperti da critica politica esclude l'illecito.
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Lavoratore Condannato per Appropriazione Indebita: Ricorso Inammissibile
Un Lavoratore, incaricato della gestione delle vendite online per un'Azienda, si è appropriato indebitamente di somme di denaro versate dai clienti per prodotti mai consegnati. Il Lavoratore sosteneva di aver agito per recuperare crediti dall'Azienda e di essere stato autorizzato a incassare direttamente. La Corte d'Appello ha confermato la condanna per appropriazione indebita, riqualificando l'originaria accusa di truffa. La Cassazione ha dichiarato il ricorso del Lavoratore inammissibile, confermando la sua responsabilità e l'obbligo di risarcire le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Diffamazione politica: l’ex sindaco assolto, la critica vince sull’accusa
Un ex sindaco fu accusato di diffamazione aggravata per aver definito un consigliere comunale "elusore fiscale" durante un'intervista. Questo avvenne in un contesto di accesa critica politica reciproca. In primo grado, l'ex sindaco fu assolto per provocazione. In appello, fu condannato al risarcimento danni. La Corte di Cassazione ha ribaltato questa decisione. Ha stabilito che le dichiarazioni rientravano nel legittimo esercizio del diritto di critica politica, una scriminante che tollera toni aspri se pertinenti al dibattito. La Corte ha annullato la condanna, affermando che il fatto non costituisce reato di diffamazione politica.
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Ricorso Penale Inammissibile: La Cassazione Rifiuta la Ripetizione di Argomenti
L'Imputato ha presentato un ricorso in Cassazione contro una sentenza della Corte d'Appello che aveva escluso la difesa dello stato di necessità. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità ricorso penale. Ha ritenuto che i motivi presentati dall'Imputato fossero una semplice ripetizione di argomenti già esaminati e respinti dai giudici precedenti, senza evidenziare vizi logici o giuridici. In particolare, la difesa dello stato di necessità non era stata provata. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato a pagare le spese processuali e una somma di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di evasione e liti familiari: la fuga resta punibile
Un soggetto sottoposto a misura detentiva si è allontanato dal domicilio, giustificando la condotta con il deterioramento dei rapporti con i familiari conviventi. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di evasione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che le tensioni e i litigi domestici non integrano la causa di giustificazione dello stato di necessità. Per escludere la colpevolezza occorre infatti la prova di un pericolo attuale e inevitabile di danno grave alla persona, elemento del tutto assente nella vicenda. Il ricorrente deve versare le spese di giudizio e una sanzione economica.
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Occupazione abusiva immobile: quando la difesa non basta in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una persona condannata per occupazione abusiva immobile e reati edilizi. L'imputata aveva occupato due locali di proprietà pubblica, unificandoli e modificandone la destinazione d'uso. La difesa aveva invocato lo stato di necessità e la particolare tenuità del fatto, ma la Cassazione ha ritenuto il ricorso una mera ripetizione delle argomentazioni già respinte in appello. Non sono stati provati i requisiti per lo stato di necessità né la tenuità del fatto, data la modifica dell'immobile. La condanna è stata confermata, con spese a carico della ricorrente.
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Furto Monoaggravato: Ricorso Inammissibile e Condanna Definitiva
Un Lavoratore è stato condannato per furto monoaggravato. Ha presentato ricorso in Cassazione, contestando l'applicazione della legge e l'illogicità della motivazione della sentenza d'appello. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ritenuto che le contestazioni fossero infondate e mirassero a una nuova valutazione dei fatti, non consentita in Cassazione. Il Lavoratore dovrà pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle ammende per il suo ricorso inammissibile.
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