Definizione
La ripetizione identica in Cassazione delle stesse difese già presentate e respinte in appello, senza muovere critiche specifiche alla nuova sentenza.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 49 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2019–2026). Nel 100% dei casi il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
Esito del ricorso
Provvedimenti per anno
2019
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Penale Sez. 796%
- Penale Sez. 62%
- Penale Sez. 22%
Precedenti più richiamati
- Cass. 20377/2009in 6 provvedimenti
- Cass. 42046/2019in 5 provvedimenti
- Cass. S.U. 8825/2016in 6 provvedimenti
- Cass. 27816/2019in 3 provvedimenti
- Cass. 44882/2014in 3 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un imputato per il reato di ricettazione avente a oggetto una consistente quantità di capi di abbigliamento. L'uomo deteneva i beni senza fornire alcuna documentazione fiscale o giustificazione lecita sulla provenienza della merce. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso totalmente inammissibile: i motivi presentati ripetevano in modo pedissequo le censure già respinte dalla Corte di Appello. I giudici hanno escluso la particolare tenuità del fatto a causa del volume elevato degli abiti posseduti, elemento che rende il danno non lieve. Inoltre, la Cassazione ha ribadito che la quantificazione della pena non può subire una rivalutazione nel giudizio di legittimità se la sentenza impugnata risulta priva di vizi logici. Il ricorrente deve pagare le spese del processo e una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Un datore di lavoro ha comunicato dati non veritieri al proprio commercialista, determinando l'inoltro all'ente previdenziale di dichiarazioni false sulla retribuzione e sulla fruizione di permessi in realtà mai goduti dai lavoratori dipendenti. Questo schema fraudolento ha causato un'evasione contributiva con un ingiusto profitto superiore a trentaduemila euro. L'imprenditore ha proposto ricorso per cassazione, chiedendo la prescrizione del reato, la non punibilità per particolare tenuità del fatto e una revisione della pena. I giudici di legittimità hanno respinto l'impugnazione. La Suprema Corte ha confermato la condanna per truffa ai danni dell'INPS, dichiarando il ricorso inammissibile a causa della genericità delle censure e dell'impossibilità di considerare di minima entità un danno economico rilevante per le casse pubbliche.
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L'Imputato, condannato per tentato furto aggravato, ha impugnato la decisione di secondo grado proponendo ricorso davanti alla Suprema Corte. La difesa ha formulato un motivo unico che riproduceva le medesime doglianze già respinte dai giudici di merito, omettendo un confronto critico con la decisione impugnata e inserendo censure confuse. I Supremi Giudici hanno rilevato il difetto di specificità dell'impugnazione. La pronuncia ha sancito la definitiva inammissibilità del ricorso per cassazione. Di conseguenza, la Corte ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Un imputato ha subito una condanna penale per aver fornito false dichiarazioni sulla propria identità personale a un pubblico ufficiale. Il soggetto ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione lamentando il mancato riconoscimento dell'esimente per la particolare tenuità del fatto. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile perché l'atto riproponeva pedissequamente le stesse contestazioni già esaminate e motivate dalla Corte di Appello. La Cassazione ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese legali e a una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un imputato condannato per il reato di furto aggravato con recidiva. L'uomo contestava la sussistenza della circostanza aggravante legata all'esposizione del bene alla pubblica fede, denunciando un vizio di motivazione della sentenza di secondo grado. I giudici supremi hanno rilevato che l'impugnazione si limitava a riproporre le medesime censure già esaminate e respinte in appello, omettendo un confronto critico con le argomentazioni logiche della decisione impugnata. Di conseguenza, la Corte ha confermato la condanna a un anno e otto mesi di reclusione e trecento euro di multa, condannando il ricorrente alle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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L'Imputato è stato condannato nei primi due gradi di giudizio per il reato di furto aggravato. Contro la sentenza della Corte d'Appello, la difesa ha presentato ricorso alla Suprema Corte. La Corte di Cassazione ha riscontrato l'inammissibilità del ricorso per cassazione poiché l'atto richiedeva un nuovo esame del merito dei fatti, attività preclusa ai giudici di legittimità. Inoltre, i motivi proposti si limitavano a ripetere le argomentazioni già ampiamente analizzate e respinte dai giudici del secondo grado, senza evidenziare gravi illogicità o travisamenti delle prove. Di conseguenza, la Cassazione ha dichiarato l'atto inammissibile, confermando la responsabilità penale e condannando L'Imputato al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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L'Imputato propone ricorso per Cassazione contestando il diniego della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto stabilito dalla Corte territoriale. I giudici di legittimità dichiarano il ricorso inammissibile. L'atto difensivo ripropone semplicemente le stesse censure già esaminate e respinte con argomenti corretti dalla corte di merito. A causa della colpevole proposizione di un ricorso inammissibile, la Suprema Corte condanna l'Imputato alle spese processuali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un'imputata condannata per i reati di minaccia, mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice e appropriazione indebita. I giudici di legittimità hanno rilevato che i motivi di ricorso presentati dalla difesa costituivano una mera ripetizione delle argomentazioni già esposte in appello e ampiamente respinte con motivazione logica e coerente. La Corte ha chiarito che la pedissequa reiterazione dei motivi d'appello rende il ricorso non specifico e quindi inammissibile. Anche la richiesta di applicazione della particolare tenuità del fatto è stata respinta per genericità. Di conseguenza, l'imputata è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Due soggetti condannati per furto aggravato hanno proposto ricorso in Cassazione contestando la propria responsabilità. La Corte d'Appello aveva ridotto la pena a otto mesi di reclusione concedendo le attenuanti generiche e la tenuità del danno. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione poiché i motivi erano una mera ripetizione di quelli già respinti in appello, senza una reale critica alla sentenza impugnata. Inoltre, i ricorrenti richiedevano una rivalutazione delle prove di fatto, attività preclusa nel giudizio di legittimità. Di conseguenza, i ricorsi sono stati respinti con condanna alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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L'Imputato ha subito una condanna per il reato di furto pluriaggravato. Egli ha proposto ricorso davanti alla Corte di Cassazione contestando la valutazione delle prove e l'utilizzo di alcune dichiarazioni testimoniali. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno rilevato che il primo motivo di ricorso si limitava a ripetere pedissequamente le stesse difese già respinte in appello, senza muovere una critica specifica alla sentenza impugnata. Il secondo motivo, relativo all'inutilizzabilità di alcune dichiarazioni, è stato ritenuto del tutto generico e privo di indicazioni concrete sulla sua rilevanza. Di conseguenza, l'Imputato ha perso la causa ed è stato condannato a pagare le spese del processo e una sanzione pecuniaria alla Cassa delle ammende.
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L'Imputato è stato condannato per il reato di false dichiarazioni sulla propria identità (art. 496 c.p.). Ha proposto ricorso per Cassazione lamentando la mancata applicazione della particolare tenuità del fatto e del tentativo. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per Cassazione poiché i motivi presentati erano l'esatta e pedissequa ripetizione di quelli già proposti in appello e ampiamente respinti dai giudici di merito. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende, confermando in via definitiva la sua condanna.
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L'Imputato ha proposto ricorso contro la sentenza della Corte d'Appello che lo condannava per rapina aggravata. La difesa ha contestato la sussistenza delle aggravanti, la mancata concessione delle attenuanti e l'espulsione dal territorio dello Stato. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per Cassazione poiché i motivi presentati erano una mera ripetizione di quelli già respinti in appello, senza alcuna critica specifica alla decisione impugnata. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Il caso riguarda un uomo condannato per il reato di furto di energia elettrica pluriaggravato. La Corte di Appello aveva dichiarato inammissibile il suo gravame poiché i motivi erano generici. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la sola intestazione dell'utenza non bastasse a provarne la colpevolezza. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il ricorrente si è infatti limitato a riproporre le medesime difese del primo grado, senza contestare la specifica decisione di inammissibilità della Corte d'Appello. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro.
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L'Imputato, condannato per minaccia aggravata e danneggiamento, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto e l'eccessività della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il riconoscimento della particolare tenuità del fatto richiede una valutazione complessa della condotta e del danno, rimessa alla discrezionalità del giudice di merito. Inoltre, la semplice riproposizione dei motivi già respinti in appello rende il ricorso generico e non specifico. L'Imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Il Cittadino è stato condannato a quattro mesi di arresto per aver violato le prescrizioni della sorveglianza speciale (art. 75 d.lgs. n. 159 del 2011). Contro la sentenza d'appello, la difesa ha proposto ricorso lamentando vizi di motivazione ed errori di legge. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per Cassazione poiché i motivi presentati erano generici e si limitavano a ripetere quanto già dedotto e respinto in appello. Di conseguenza, la Corte ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Un datore di lavoro è stato condannato a quattro mesi di reclusione e al pagamento di una multa di 3.350 euro per l'impiego di lavoratori stranieri irregolari, privi del necessario permesso di soggiorno. L'imprenditore ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione, contestando la ricostruzione del rapporto di lavoro e la sussistenza del dolo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché i motivi presentati erano del tutto generici e si limitavano a riprodurre le medesime contestazioni già ampiamente respinte nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, la condanna penale è diventata definitiva e il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione presentato da un imputato condannato per ricettazione, detenzione di armi clandestine e spaccio di stupefacenti. L'uomo aveva impugnato la sentenza della Corte d'Appello che confermava la sua condanna a oltre due anni di reclusione. I giudici di legittimità hanno rilevato che i motivi del ricorso erano del tutto generici e si limitavano a ripetere le stesse difese già esaminate e respinte nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la condanna penale e disponendo il pagamento delle spese processuali, oltre a una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle Ammende.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato a due mesi di arresto per la violazione del foglio di via (art. 76, comma 3, D.Lgs. n. 159/2011). Il ricorrente aveva impugnato la sentenza della Corte d'Appello riproponendo genericamente le stesse obiezioni già respinte nei precedenti gradi di giudizio. I giudici di legittimità hanno ribadito che la semplice ripetizione dei motivi d'appello rende il ricorso inammissibile. Di conseguenza, oltre alla conferma della condanna penale, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Il caso riguarda Il Ricorrente, condannato in primo e secondo grado alla pena di un anno di arresto. Quest'ultimo ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione, lamentando violazione di legge e difetto di motivazione della sentenza d'appello. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per Cassazione a causa della genericità dei motivi presentati. I motivi di impugnazione, infatti, si limitavano a riprodurre pedissequamente le stesse contestazioni già sollevate in appello, senza confrontarsi con le risposte fornite dai giudici di secondo grado. Di conseguenza, la Corte ha condannato Il Ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Un cittadino, condannato in appello a un anno e quattro mesi di reclusione per violazione della legge sulle armi con l'aggravante di aver commesso il fatto per eseguirne un altro, ha presentato ricorso in Cassazione. L'imputato lamentava la violazione di legge e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha rigettato l'impugnazione, dichiarando l'inammissibilità del ricorso per Cassazione. I giudici hanno rilevato che i motivi presentati erano del tutto generici e si limitavano a riprodurre le stesse contestazioni già esaminate e respinte dalla Corte d'Appello. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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