Definizione
Il delitto previsto dall'art. 644 del codice penale, che punisce chi si fa dare o promettere, in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra utilità, interessi o altri vantaggi usurari, ovvero superiori ai limiti stabiliti dalla legge.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 92 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 72% dei casi il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 15%
- Rigettato 12%
- Inammissibile 72%
- Altro 1%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Penale Sez. 279%
- Penale Sez. 719%
- Penale Sez. 62%
Precedenti più richiamati
- Cass. 49604/2014in 3 provvedimenti
- Cass. 31803/2018in 4 provvedimenti
- Cass. 10795/2015in 3 provvedimenti
- Cass. 23919/2020in 4 provvedimenti
- Cass. 35878/2020in 3 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
La vicenda riguarda un prestito iniziale di cinquantamila euro concesso da due indagati a una persona conoscente, trasformatosi ben presto in una morsa estorsiva. I creditori pretendevano interessi mensili di duemila euro, pari al quarantotto per cento annuo, pretendendo i pagamenti attraverso gravi minacce con una pistola clandestina e richiamando legami con clan locali. Quando l'uomo è finito in arresto, la moglie ha proseguito la riscossione coattiva e le intimidazioni. La Corte di Cassazione ha confermato le misure cautelari in carcere per lui e agli arresti domiciliari per lei. I giudici hanno chiarito che le dichiarazioni della vittima, unite ai messaggi sul telefono, provano il reato di usura e l'estorsione mafiosa senza bisogno di perizie contabili, attestando il concorso pieno della complice.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale nei confronti di un soggetto accusato di concorso nel reato di usura per aver svolto il ruolo di intermediario in un prestito illecito. L'imputato sosteneva l'ingiustizia della decisione e contestava la severità della pena inflitta, chiedendo una rilettura delle prove. I giudici hanno respinto le doglianze. Le intercettazioni e le deposizioni della persona offesa hanno dimostrato chiaramente la piena consapevolezza dell'illecito da parte del mediatore. La Suprema Corte ha inoltre convalidato l'aumento della pena base rispetto al minimo di legge, motivato dal livello spropositato degli interessi pretesi ben oltre la soglia legale. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con la condanna del ricorrente alle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un soggetto per il reato di usura aggravata. L'imputato contestava l'attendibilità delle dichiarazioni della vittima costituita parte civile, sostenendo la contraddittorietà della sentenza di secondo grado. I giudici Supremi hanno respinto la tesi difensiva. La testimonianza della persona offesa ha pieno valore probatorio se sottoposta a un rigoroso controllo di credibilità oggettiva e soggettiva. Per la persona offesa non si applica la regola dei riscontri esterni obbligatori prevista per i coimputati. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna al pagamento delle spese di giudizio e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di usura inflitta a un individuo, rigettando il suo ricorso. L'imputato era stato condannato in primo e secondo grado per aver applicato interessi eccessivi. Egli contestava l'attendibilità delle dichiarazioni della persona offesa, la valutazione delle testimonianze e del contratto di compravendita immobiliare fittiziamente intestato a un terzo, oltre al calcolo della pena per la recidiva. La Suprema Corte ha ritenuto le motivazioni dei giudici precedenti logiche e coerenti, ribadendo che la valutazione delle prove spetta ai giudici di merito. Il ricorso è stato dichiarato infondato, con conseguente conferma della condanna e obbligo di pagare le spese processuali.
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La Corte di Cassazione ha annullato la condanna per il reato di usura e per il connesso reato di riciclaggio a carico di due coniugi. L'accusa riguardava un presunto prestito a tassi usurari garantito da assegni e dalla consegna di materiale lapideo a prezzo scontato. La Suprema Corte ha stabilito che i giudici d'appello hanno erroneamente confuso l'usura legale con l'usura in concreto, trasformando arbitrariamente le prestazioni in natura in tassi percentuali. Inoltre, il giudice di secondo grado ha violato il diritto di difesa negando l'esame del consulente tecnico dell'imputato nel processo. L'omesso ascolto dell'esperto di parte compromette la prova scientifica, a prescindere dal suo comportamento durante le operazioni del perito d'ufficio. La causa dovrà essere riesaminata da una diversa sezione della Corte d'Appello.
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Un individuo è stato condannato per il reato di usura (art. 644 c.p.) in primo e secondo grado. Ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la logicità della motivazione e la determinazione del tasso usurario. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha confermato la condanna, ritenendo le censure infondate. I giudici precedenti avevano motivato correttamente la decisione, inclusa la prova del tasso di interesse del 10% mensile. Il Ricorrente dovrà pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle Ammende.
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Un imputato è stato condannato per tredici episodi di Reato di Usura. La Corte d'Appello ha confermato la condanna. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione, lamentando l'inutilizzabilità delle dichiarazioni di una vittima (ex indagata), vizi di motivazione sulla sua responsabilità e sull'attendibilità delle persone offese, e il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ritenendo che le dichiarazioni fossero supportate da altre prove e che le contestazioni non fossero state sollevate correttamente o fossero infondate. L'imputato è stato condannato a pagare le spese processuali e a rimborsare le spese legali alle parti civili.
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La vicenda nasce da un piccolo prestito in contanti di ottocento euro erogato dall'imputata alla vittima. A fronte della restituzione del capitale, la richiedente ha preteso la somma spropositata di quasi tremila euro a titolo di interessi, costringendo inoltre la debitrice con minacce a firmare varie cambiali e una falsa dichiarazione per decine di migliaia di euro. I giudici di merito hanno condannato l'imputata a quattro anni di reclusione e novecento euro di multa per il reato di usura ed estorsione continuata. La Suprema Corte di Cassazione ha confermato integralmente la decisione, dichiarando il ricorso difensivo inammissibile poiché privo di vizi logici sindacabili e volto a richiedere una non consentita rilettura delle prove.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per il reato di usura. La difesa lamentava l'assenza di riscontri esterni alle sole dichiarazioni della persona offesa e contestava la mancata concessione delle attenuanti generiche. I giudici hanno chiarito che la testimonianza della vittima può fondare da sola la condanna se ritenuta credibile e intrinsecamente attendibile dopo un vaglio rigoroso. Nel caso concreto, le accuse trovavano ulteriore conferma nelle dichiarazioni del figlio della vittima, anch'egli bersaglio di condotte usurarie pregresse dello stesso reo. L'imputato perde definitivamente il ricorso e subisce la condanna alle spese e a una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari a carico di un indagato per il reato di usura aggravato dall'utilizzo del metodo mafioso. Il Tribunale del Riesame aveva ritenuto sussistenti i gravi indizi di colpevolezza sulla base delle testimonianze della persona offesa e delle intercettazioni. Da tali conversazioni emergeva la gestione attiva del recupero di crediti con tassi sproporzionati, persino durante l'emergenza sanitaria, evocando legami con ambienti criminali. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso della difesa, ribadendo che la valutazione delle prove spetta esclusivamente ai giudici di merito e che la motivazione impugnata risulta logica e priva di vizi.
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La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità penale di diversi imputati per il reato di usura ed estorsione ai danni di un imprenditore. Gli imputati avevano concesso prestiti con interessi altissimi, arrivando a minacciare la vittima per ottenere la restituzione del denaro e di un escavatore. I ricorsi presentati dagli imputati sono stati dichiarati inammissibili. La Suprema Corte ha ribadito la validità delle prove raccolte e la credibilità della persona offesa, sottolineando come l'usura si consumi con il pagamento del debito e l'estorsione con la minaccia per un profitto illecito.
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Un soggetto subisce una condanna per il reato di usura a seguito della concessione di prestiti a condizioni illecite. La Corte di Appello conferma la colpevolezza dell'imputato, pur riducendo la pena dopo aver escluso l'aggravante dello stato di bisogno della vittima. L'imputato presenta quindi ricorso per Cassazione, contestando la credibilità della persona offesa e sostenendo che le relazioni tecniche provassero una differente realtà dei fatti. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici evidenziano che le dichiarazioni della vittima risultano attendibili e pienamente confermate dalle movimentazioni bancarie. La Suprema Corte condanna il ricorrente al pagamento delle spese legali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale inflitta a un soggetto accusato del reato di usura. L'imputato ha presentato ricorso contestando la sussistenza della propria responsabilità e il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti. I giudici Supremi hanno dichiarato l'impugnazione inammissibile. Il ricorrente ha riproposto le medesime argomentazioni già respinte dalla Corte di Appello senza indicare reali violazioni di legge. La Suprema Corte ha chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti già accertati in modo logico e coerente dai giudici di merito. L'imputato deve quindi scontare la pena confermata e versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna inflitta a un imputato per il reato di usura aggravata. L'uomo aveva presentato ricorso contestando la ricostruzione dei fatti e il bilanciamento tra attenuanti e aggravanti. I giudici supremi hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La Suprema Corte ha ribadito che il giudizio di legittimità non consente una nuova valutazione delle prove raccolte. Le dichiarazioni della vittima, supportate da prove documentali certe, dimostrano pienamente il concorso dell'imputato nel reato. Inoltre, il giudice di merito ha motivato in modo logico e corretto il giudizio di equivalenza tra circostanze per rendere la pena proporzionata alla gravità dei fatti. L'imputato deve pagare le spese e una sanzione.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per `Reato di usura`. L'uomo era stato riconosciuto colpevole sia in primo grado che in appello, in una situazione di "doppia conforme". Il ricorrente lamentava vizi di motivazione e una errata valutazione delle prove. La Suprema Corte ha ribadito che il suo compito non è rivalutare i fatti o le prove, ma solo verificare la logicità e la completezza della motivazione dei giudici di merito. La sentenza ha confermato che la valutazione delle prove e la determinazione della pena erano state adeguatamente motivate, rendendo la condanna per il `Reato di usura` definitiva.
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Un imputato è stato condannato per il `reato di usura` nei confronti di diverse persone, tra cui un gestore di pasticcerie, un responsabile acquisti e un imprenditore edile. Le indagini della Guardia di Finanza hanno rivelato un sistema di prestiti a tassi di interesse eccessivamente elevati, approfittando dello stato di bisogno finanziario delle vittime e della loro attività professionale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando le condanne precedenti. La Corte ha ritenuto che le prove fossero solide e che le motivazioni dei giudici di merito fossero logiche e complete, specialmente riguardo all'accertamento dell'usura e delle circostanze aggravanti. L'imputato dovrà pagare le spese processuali e una sanzione.
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Un Lavoratore è stato condannato per il **reato di usura** in primo e secondo grado. Ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che le prove non fossero sufficienti e che le dichiarazioni delle vittime fossero inattendibili. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ritenuto che le argomentazioni del Lavoratore fossero una mera riproposizione di questioni già esaminate e risolte nei gradi precedenti. La Corte ha confermato la piena conoscenza del Lavoratore delle attività illecite del padre e la logicità delle prove. Il Lavoratore deve pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle Ammende.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un Imputato per il reato di usura, commesso ai danni di due Fratelli Vittime, soci di un'azienda. L'Imputato aveva fornito consulenze e prestiti con interessi illegali, approfittando delle difficoltà finanziarie delle vittime. Il ricorso dell'Imputato è stato dichiarato inammissibile, ribadendo la validità della "doppia conforme" e l'attendibilità delle testimonianze delle persone offese. L'Imputato dovrà pagare le spese processuali e risarcire le vittime.
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La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un Amministratore condannato per il reato di usura continuata. L'Amministratore contestava la mancata perizia contabile, l'illogicità della motivazione e il diniego delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ritenuto le argomentazioni ripetitive, infondate o generiche. La Corte ha confermato la validità della condanna, basata anche su una 'contabilità parallela' che dimostrava la consapevolezza dell'Amministratore di applicare tassi usurari. L'Amministratore dovrà pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle ammende.
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Un Lavoratore è stato condannato per il Reato di usura in primo grado, e la sentenza è stata confermata in appello. Ha presentato ricorso in Cassazione, lamentando vizi nella valutazione della prova e nella motivazione, sostenendo l'insussistenza dell'elemento oggettivo del reato e l'inaffidabilità della persona offesa. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che, in presenza di una "doppia conforme" (due sentenze di merito identiche), non è possibile chiedere una nuova valutazione dei fatti, ma solo verificare la logicità della motivazione. Il ricorso mirava a una rivalutazione del merito, non consentita in Cassazione.
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