LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

LexCEDpedia

Presunzione Relativa

Pagina 13 di 20

Provvedimenti

Presunzione di fruttuosità dei capitali all’estero: Fisco vince
Il caso nasce dall'inserimento del nome di un contribuente in una lista di clienti di un professionista svizzero, legata alla creazione di trust esteri. L'Amministrazione Finanziaria ha emesso avvisi di accertamento per capitali non dichiarati all'estero. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che per i capitali non dichiarati nel quadro RW opera la presunzione di fruttuosità dei capitali all'estero. Di conseguenza, si presume che le somme detenute oltreconfine continuino a esistere e a produrre interessi anche negli anni successivi, a meno che il contribuente non fornisca la prova contraria della loro dismissione o della loro infruttuosità.
Continua »
Esigenze cautelari: il tempo cancella il pericolo di cella
Il Tribunale di Catanzaro confermava la custodia in carcere per un indagato accusato di associazione a delinquere e traffico illecito di biomasse. La difesa ricorreva in Cassazione contestando la sussistenza delle esigenze cautelari, evidenziando che l'indagato si trovava gia in custodia da cinque anni per fatti risalenti al periodo 2014-2017. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso, annullando l'ordinanza limitatamente alle esigenze cautelari. I giudici hanno stabilito che il tempo trascorso dai fatti deve essere sempre valutato dal giudice per verificare la persistenza del pericolo, anche in presenza di reati gravi che prevedono una presunzione di pericolosita. La decisione e stata quindi rinviata al Tribunale del Riesame per una nuova valutazione.
Continua »
Custodia cautelare in carcere: legittima difesa o agguato?
Il Tribunale di Catanzaro ha confermato la custodia cautelare in carcere per l'Indagato, accusato di omicidio in concorso. L'indagato ha fatto ricorso in Cassazione contestando l'utilizzabilità dei fotogrammi estratti dai video di sorveglianza e invocando la legittima difesa, sostenendo di aver reagito a un agguato. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la misura restrittiva. I giudici hanno chiarito che per la custodia cautelare in carcere basta la sintesi della polizia giudiziaria sui video e che la legittima difesa è esclusa se si inseguono gli aggressori in fuga. Inoltre, il concorso di persone non richiede un accordo preventivo, bastando un'intesa spontanea durante l'azione.
Continua »
Permesso premio: il detenuto modello vince contro il silenzio
Il Tribunale di Sorveglianza negava il permesso premio a un detenuto condannato all'ergastolo per reati associativi, motivando il rigetto con la mancata giustificazione della scelta di non collaborare con la giustizia. Il detenuto ricorreva in Cassazione, evidenziando il proprio eccellente percorso rieducativo (quattro lauree conseguite) e l'illegittimità di tale pretesa. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, chiarendo che, dopo la storica sentenza della Corte Costituzionale n. 253/2019, la mancata collaborazione non costituisce un divieto assoluto. Inoltre, a causa dell'entrata in vigore del D.L. 162/2022, che ha ridisegnato i requisiti per l'accesso ai benefici per i non collaboranti, i giudici di merito dovranno rivalutare il caso. La Cassazione ha quindi annullato l'ordinanza con rinvio, imponendo un nuovo esame basato sulla nuova normativa.
Continua »
Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari per mafia
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro l'ordinanza che confermava la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. L'indagato aveva avanzato una rinuncia al ricorso, risultata priva di idonea procura speciale. I giudici hanno confermato la sussistenza delle esigenze cautelari, evidenziando che la presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere per reati di stampo mafioso può essere superata solo provando la rescissione dei legami con l'associazione criminale. Nel caso di specie, i risalenti e consolidati legami con la criminalità organizzata e i gravi precedenti penali escludono l'applicazione di misure meno afflittive, rendendo irrilevanti anche le esigenze familiari prospettate dalla difesa.
Continua »
Esigenze cautelari: il tempo cancella la custodia in carcere
Il Tribunale di Catanzaro confermava la custodia in carcere per un uomo accusato di associazione finalizzata al narcotraffico. L'indagato ricorreva in Cassazione contestando sia i gravi indizi sia la sussistenza delle esigenze cautelari, evidenziando il lungo tempo trascorso dai fatti, avvenuti nel 2017, e l'assenza di nuovi reati. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile la contestazione sugli indizi, ma ha accolto il ricorso sul secondo punto. I giudici hanno stabilito che il decorso del tempo e la possibilità di applicare misure meno severe, come gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, richiedono una motivazione specifica e non formule generiche. L'ordinanza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame sulle esigenze cautelari.
Continua »
Esigenze cautelari: il tempo cancella il carcere preventivo
Un indagato è stato sottoposto a custodia in carcere per concorso in estorsione aggravata dal metodo mafioso, commessa nel 2018 per riscuotere il pizzo da un imprenditore. La difesa ha fatto ricorso contestando la sussistenza delle esigenze cautelari a distanza di oltre quattro anni dai fatti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso su questo punto specifico. Pur confermando i gravi indizi di colpevolezza e l'aggravante mafiosa, la Corte ha stabilito che il lungo tempo trascorso attenua la presunzione di pericolosità sociale. Il Tribunale del Riesame avrebbe dovuto valutare concretamente se le esigenze cautelari fossero ancora attuali, non potendosi limitare a formule generiche sul contesto criminale. L'ordinanza è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
Continua »
Custodia cautelare in carcere: anche il silenzio è complicità
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere a carico di un indagato accusato di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa sosteneva l'assenza di prove di una sua reale partecipazione, evidenziando che l'indagato era rimasto in silenzio durante le riunioni del gruppo criminale. I giudici hanno invece stabilito che la semplice presenza silenziosa ("convitato di pietra") alle riunioni operative tenutesi a casa del capo del sodalizio dimostra la piena condivisione del programma criminoso. Inoltre, l'indagato avrebbe dovuto maneggiare armi da fuoco. Di conseguenza, opera la presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere prevista dalla legge, non superata dalle argomentazioni difensive. Il ricorso è stato rigettato.
Continua »
Traffico di stupefacenti: carcere anche senza contatti col boss
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia cautelare in carcere per un indagato, accusato di partecipazione a un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. L'indagato proponeva ricorso in Cassazione lamentando l'omessa valutazione di una memoria difensiva, l'errata qualificazione dei fatti come reati di non lieve entità e l'assenza di contatti diretti con il capo del sodalizio. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'omesso esame di una memoria non invalida automaticamente la decisione e che, per la sussistenza del reato associativo, non occorrono contatti diretti con tutti i membri, bastando la consapevolezza di operare per un fine comune. Infine, la qualificazione di lieve entità richiede una valutazione globale e non meramente statistica. L'indagato resta in carcere.
Continua »
Presunzione di sussistenza delle esigenze cautelari e tempo
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Procura contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che aveva revocato la custodia in carcere per un indagato accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Il Tribunale aveva ritenuto superata la presunzione di sussistenza delle esigenze cautelari basandosi unicamente sul tempo trascorso dai fatti (circa quattro anni). La Cassazione ha chiarito che il semplice decorso del tempo non basta a escludere la pericolosità sociale. Il giudice deve valutare globalmente altri elementi concreti, come la perdurante frequentazione con i complici, la struttura familiare del gruppo criminale e l'alto livello del traffico gestito. La decisione è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
Continua »
Presunzione di esigenze cautelari: il tempo non cancella il carcere
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Procura contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che aveva revocato la custodia in carcere per un indagato accusato di associazione finalizzata al traffico di droga. Il Tribunale aveva ritenuto superata la presunzione di esigenze cautelari solo per il tempo trascorso dai fatti (circa quattro anni di "tempo silente"). La Cassazione ha chiarito che il semplice decorso del tempo non basta a escludere la pericolosità sociale. Il giudice deve valutare globalmente la personalità del soggetto, i suoi precedenti specifici risalenti nel tempo e il ruolo di rilievo ricoperto all'interno di un sodalizio criminale a conduzione familiare. La decisione di scarcerazione è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
Continua »
Spaccio e attualità del pericolo di reiterazione: sì al carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che disponeva la custodia cautelare in carcere per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa sosteneva l'insussistenza delle esigenze cautelari a causa del tempo trascorso e della parziale disarticolazione del gruppo criminale. La Suprema Corte ha invece confermato l'attualità del pericolo di reiterazione del reato, evidenziando che l'indagato ha continuato l'attività di spaccio anche dopo un precedente arresto, mostrando totale indifferenza per la giustizia. Il sodalizio ha semplicemente spostato le piazze di spaccio per eludere i controlli. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
Continua »
Custodia cautelare in carcere: famiglia e lavoro non salvano
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di far parte di un'associazione dedita al traffico di droga. Nonostante la difesa sostenesse la mancanza di un pericolo attuale, evidenziando che l'indagato aveva trovato lavoro e formato una famiglia, i giudici hanno ritenuto concreto il rischio di recidiva. L'uomo, infatti, aveva continuato a collaborare con l'organizzazione criminale anche dopo un primo arresto, dimostrando indifferenza verso i provvedimenti giudiziari. La Suprema Corte ha chiarito che la nascita di un figlio con una coindagata non basta a superare la presunzione di pericolosita, dichiarando il ricorso inammissibile e confermando la misura restrittiva.
Continua »
Custodia cautelare in carcere: pena ridotta ma niente domiciliari
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un imputato condannato in appello per reati tributari e riciclaggio aggravati dal metodo mafioso. L'imputato chiedeva la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari, evidenziando la riduzione della pena in secondo grado e il tempo già trascorso in detenzione. La Suprema Corte ha confermato la legittimità del diniego. Nei reati di stampo mafioso opera infatti una presunzione relativa di adeguatezza della sola custodia cautelare in carcere. Il semplice decorso del tempo o la riduzione della pena non costituiscono elementi di novità sufficienti a superare tale presunzione, rimanendo intatta la valutazione di elevata pericolosità sociale del soggetto.
Continua »
Sequestro di smartphone e chat: il carcere resta legittimo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro la custodia in carcere per traffico di droga aggravato dal metodo mafioso. La difesa contestava l'utilizzabilità dei dati estratti dal telefono di un coindagato, ritenendo che l'acquisizione delle chat richiedesse garanzie particolari. I giudici hanno chiarito che il sequestro di smartphone e chat è legittimo se eseguito con decreto del Pubblico Ministero, senza necessità di preventiva autorizzazione del giudice. I messaggi memorizzati sul dispositivo, pur tutelati come corrispondenza, possono essere analizzati tramite copia forense. Inoltre, l'aggravante mafiosa è configurabile poiché l'indagato era consapevole del contesto criminale in cui operava. L'indagato perde il ricorso e resta in carcere.
Continua »
Presunzione esigenze cautelari: silenzio non basta per uscire dal carcere
Un uomo, accusato di essere un importante spacciatore per un'associazione criminale, era stato messo in carcere preventivo. L'uomo ha chiesto di essere liberato, sostenendo di essersi allontanato dal gruppo e di aver cambiato vita. La Corte di Cassazione ha respinto la sua richiesta. I giudici hanno stabilito un principio importante sulla 'presunzione esigenze cautelari' per reati di droga. Per superare questa presunzione non basta dimostrare di non avere più contatti con i complici. Serve una prova positiva e concreta di aver abbandonato il mondo del crimine. Di conseguenza, la misura del carcere è stata confermata.
Continua »
Custodia Cautelare e Tempo Silente: in carcere anche dopo anni
La Corte di Cassazione ha confermato la detenzione per un individuo condannato in primo grado per associazione mafiosa, nonostante i reati fossero datati. La difesa sosteneva la mancanza di attualità del pericolo, basandosi sul cosiddetto 'tempo silente', ovvero il lungo periodo trascorso senza nuove condotte criminali. Tuttavia, i giudici hanno stabilito che, per i reati di mafia, la custodia cautelare e il tempo silente devono essere valutati con particolare rigore. Il solo trascorrere del tempo non basta a superare la presunzione di pericolosità. È necessaria una prova concreta di allontanamento dal clan, prova che in questo caso mancava, giustificando il mantenimento della misura in carcere.
Continua »
Estorsione con metodo mafioso: condannato anche chi non parla
La Corte di Cassazione ha analizzato un caso di estorsione con metodo mafioso ai danni di alcuni imprenditori agricoli. Agli imprenditori veniva imposto il pagamento di una tangente per un finto servizio di 'guardiania'. Un indagato ha presentato ricorso, sostenendo che la sua semplice presenza durante le richieste di denaro non provasse la sua colpevolezza. La Corte ha respinto il ricorso, stabilendo un principio fondamentale: nel reato di estorsione con metodo mafioso, anche una presenza silenziosa può costituire complicità. Questo avviene quando la nota caratura criminale della persona presente rafforza l'effetto intimidatorio della richiesta, rendendo la minaccia ancora più forte. L'appello è stato dichiarato inammissibile.
Continua »
Custodia cautelare per narcotraffico: il tempo non basta a evitarla
La Cassazione ha confermato la custodia cautelare per narcotraffico a carico di un soggetto ritenuto corriere di fiducia di un'associazione criminale. Nonostante la difesa avesse sottolineato il notevole tempo trascorso dai fatti ('tempo silente') e il ruolo non apicale dell'indagato, i giudici hanno ritenuto prevalenti gli indizi di un inserimento stabile nel gruppo. L'uso di un criptofono, la fiducia dei capi e lo svolgimento di compiti delicati sono stati considerati elementi sufficienti a dimostrare una pericolosità sociale attuale. La Corte ha stabilito che il solo decorso del tempo non basta a superare la presunzione di adeguatezza del carcere per reati di tale gravità, soprattutto in presenza di altre indagini a carico.
Continua »
Aggravante Mafiosa: il tempo non cancella la custodia in carcere
La Corte di Cassazione ha stabilito che il semplice trascorrere del tempo non è sufficiente per sostituire il carcere con gli arresti domiciliari per un imputato di estorsione. La legge prevede una forte presunzione per la **custodia cautelare aggravante mafiosa**. Per ottenere una misura meno severa, l'imputato deve fornire prove concrete di aver reciso ogni legame con l'ambiente criminale di appartenenza. In assenza di tali prove, la pericolosità sociale si considera ancora attuale e la detenzione in carcere rimane l'unica misura idonea a prevenirla. La Corte ha quindi respinto il ricorso dell'imputato, confermando la sua permanenza in prigione.
Continua »