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Peculato — Anno 2026

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Altri anni per Peculato

Provvedimenti

Peculato del gestore di slot machine: trattenere il PREU è reato
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di peculato del gestore di slot machine a carico dell'amministratore di una società di giochi. L'imputato si era appropriato delle somme incassate dalle macchinette da gioco, omettendo di versare al concessionario dello Stato il Prelievo Erariale Unico (PREU) e altre quote dovute. La difesa sosteneva si trattasse di un semplice inadempimento contrattuale o tributario. I giudici hanno invece ribadito che il denaro raccolto appartiene alla Pubblica Amministrazione fin dal momento dell'incasso. Il gestore, agendo come incaricato di pubblico servizio e agente contabile, commette peculato se trattiene tali somme pubbliche. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Reato di peculato: condannata la direttrice, salvo il complice
Una direttrice postale si è appropriata di oltre undicimila euro falsificando buoni fruttiferi di clienti. Parte del denaro è finita sul conto di un complice. La Cassazione ha confermato la condanna della donna per il reato di peculato, ribadendo che i dipendenti postali addetti al risparmio sono incaricati di pubblico servizio. Per il complice, accusato di ricettazione, la Corte ha invece annullato senza rinvio la confisca del denaro, poiché disposta illegittimamente tramite una correzione di errore materiale senza udienza. Ha inoltre annullato la sentenza con rinvio per valutare l'applicazione di pene sostitutive, in quanto il divieto di cumulo con la sospensione condizionale non si applica retroattivamente ai fatti commessi prima della riforma Cartabia.
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Divieto di reformatio in peius: sconti di pena ma limiti rigidi
L'Imputato, condannato per peculato in concorso, ottiene dalla Cassazione l'annullamento con rinvio per la prescrizione di alcuni episodi. Il giudice di rinvio ridetermina la pena eliminando la quota relativa ai reati prescritti, mantenendo però inalterata la pena base. L'Imputato ricorre nuovamente in Cassazione lamentando un'errata quantificazione. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile, chiarendo che il giudice di rinvio ha rispettato i limiti di legge. In particolare, opera il divieto di reformatio in peius, che impedisce di superare la pena complessiva precedentemente inflitta quando l'impugnazione è proposta dal solo imputato. Inoltre, si applica il vincolo del giudicato parziale sulla pena base, che non può essere modificata. L'Imputato perde il ricorso ed è condannato alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di peculato: la condanna nonostante il pagamento del garante
Il titolare di una rivendita di generi di monopolio si è appropriato di oltre mille euro riscossi per conto dell'Agenzia delle Entrate, omettendo di versarli nonostante i solleciti. La difesa ha sostenuto che si trattasse di un semplice ritardo dovuto a un conto corrente scoperto e che il debito fosse stato poi saldato dal garante. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che il reato di peculato si configura quando il mancato versamento si protrae oltre la diffida formale, dimostrando la volontà di trattenere il denaro pubblico. L'intervento successivo della fideiussione non cancella l'illecito penale già consumato.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: condanne definitive
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione presentato da due soggetti condannati per truffa, falso e peculato. I giudici hanno rilevato che i motivi di ricorso erano del tutto generici e si limitavano a ripetere le stesse contestazioni già respinte dalla Corte d'Appello. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna dei ricorrenti, obbligandoli anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro ciascuno a favore della Cassa delle ammende.
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Reato di peculato: assolti i vertici della Fondazione privata
La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna per il reato di peculato inflitta al Vicepresidente e al Segretario Generale di una Fondazione culturale, nonché a un Consulente esterno. L'accusa originaria riguardava il pagamento di una consulenza da cinquemila euro per attività asseritamente non svolte. I giudici di merito avevano ritenuto la Fondazione un organismo pubblico. La Cassazione ha invece chiarito che la qualifica pubblica non dipende dalla natura dell'ente, ma dalla disciplina dell'attività concreta. Poiché la stipula del contratto era un atto di autonomia privata non regolato da norme pubbliche, non si configura il reato di peculato. I ricorrenti sono stati quindi assolti perché il fatto non sussiste.
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Reato di peculato: condannato il capo, si salva la dipendente
Un concessionario della riscossione dei tributi comunali e una sua dipendente sono stati condannati per il reato di peculato per essersi appropriati delle somme pagate dai cittadini, omettendo di versarle nelle casse del Comune. L'amministratore della società ha impugnato la condanna contestando l'idoneità dei rendiconti a provare l'effettivo incasso, ma la Cassazione ha dichiarato inammissibile il suo ricorso, confermando che i rendiconti attestano la riscossione avvenuta. Al contrario, la Suprema Corte ha accolto il ricorso della dipendente. I giudici hanno stabilito che la sua delega sul conto di tesoreria e il ritardo nella consegna dei documenti non dimostrano automaticamente un suo contributo causale all'appropriazione del denaro, disponendo così un nuovo processo per riesaminare la sua posizione.
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Peculato: l’attendibilità della persona offesa riapre il caso
Un impiegato postale, accusato del reato di peculato, è stato condannato nei primi gradi di giudizio per essersi appropriato di somme di denaro durante operazioni di prelievo allo sportello ai danni di un'anziana cliente. La difesa ha impugnato la condanna contestando l'attendibilità della persona offesa, la quale mostrava gravi incertezze e vuoti di memoria dovuti all'età avanzata. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, evidenziando che i giudici di merito non hanno motivato adeguatamente sulle evidenti contraddizioni della testimone e sul clima di ostilità nell'ufficio postale. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la sentenza di condanna, rinviando il caso alla Corte di appello di Perugia per un nuovo esame dei fatti.
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Reato di peculato: assolto chi paga le multe con fondi pubblici
Il Presidente di un consorzio pubblico per la gestione di una discarica è stato assolto dall'accusa di reato di peculato. La Procura contestava l'uso di fondi del consorzio per pagare le oblazioni necessarie a estinguere reati ambientali commessi nell'esercizio delle sue funzioni. La Corte di Cassazione ha confermato l'assoluzione, stabilendo che non si configura il reato di peculato se il pagamento risponde anche a un interesse dell'ente pubblico. Nel caso specifico, il pagamento tempestivo ha evitato al consorzio una responsabilità civile sussidiaria e sanzioni più elevate. Inoltre, le delibere interne prevedevano il diritto di rivalsa sull'amministratore in caso di dolo o colpa grave, escludendo così un danno definitivo per la collettività.
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Peculato nei giochi telematici: firma finta ma condanna vera
Il Gestore di Diritto di una ditta individuale viene condannato per il reato di peculato nei giochi telematici per essersi appropriato di somme dovute allo Stato, come il prelievo erariale unico e i canoni di concessione. L'imputato si difende sostenendo che la gestione di fatto era affidata a un altro soggetto e che la firma sul contratto non era sua. La Cassazione dichiara il ricorso inammissibile: la responsabilità del gestore di diritto non viene meno anche se l'attività è gestita da altri, poiché su di lui gravano i doveri di controllo e gli obblighi contrattuali con la concessionaria. Inoltre, ogni mancato versamento quindicinale costituisce un autonomo reato.
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Peculato del concessionario di giochi: incassi non versati, reato
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per peculato del concessionario di giochi nei confronti della titolare di un'attività che non aveva versato allo Stato i proventi delle macchinette. La difesa sosteneva si trattasse di un semplice inadempimento civile, coperto da assicurazione, ma i giudici hanno ribadito un principio fondamentale: il gestore di apparecchi da gioco è un 'agente contabile' e un 'incaricato di pubblico servizio'. Il denaro incassato è pubblico fin dall'origine. Trattenerlo non è un semplice debito, ma una vera e propria appropriazione di fondi pubblici, che integra il più grave reato di peculato e non quello di appropriazione indebita. La presenza di una polizza assicurativa è stata ritenuta irrilevante ai fini della responsabilità penale.
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Peculato per Rimborsi Spesa: Scontrino o Pagamento? La Cassazione
La Corte di Cassazione affronta un caso di peculato per rimborsi spesa a favore di un consigliere regionale. La difesa sosteneva che il reato fosse prescritto, calcolando il tempo dalla data degli scontrini dei pasti. La Corte ha invece stabilito un principio fondamentale: il reato non si consuma quando la spesa viene effettuata, ma nel momento successivo in cui il pubblico ufficiale ottiene l'effettivo rimborso con denaro pubblico. L'appropriazione illecita avviene con l'erogazione del denaro, non con la semplice presentazione di una ricevuta. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto e la condanna per peculato confermata, poiché il pagamento era avvenuto in un'epoca non coperta da prescrizione.
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Peculato per attività non autorizzata: Medico assolto e condannato
Un medico dirigente di un'azienda ospedaliera è stato accusato di peculato per aver trattenuto i compensi ricevuti da pazienti per l'attività privata svolta nel suo studio. La Corte di Cassazione ha emesso una decisione divisa in due. Per il periodo in cui il medico ha agito con l'autorizzazione dell'ospedale, la condanna per peculato è stata confermata. Tuttavia, per il periodo precedente, in cui svolgeva la stessa attività senza un'autorizzazione formale, la Corte lo ha assolto. La sentenza stabilisce un principio chiave: non c'è peculato per attività non autorizzata, perché manca il legame funzionale tra l'incarico pubblico e il possesso del denaro.
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Peculato del commissario liquidatore: condanna anche senza albo
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un commissario liquidatore di una cooperativa che si era appropriato di 5.300 euro tramite un assegno. L'imputato sosteneva di non poter essere accusato di peculato perché non era un pubblico ufficiale, non essendo iscritto ad alcun albo professionale. La Corte ha respinto questa tesi, stabilendo un principio chiaro: la legge qualifica il commissario liquidatore come pubblico ufficiale per le funzioni che svolge. Di conseguenza, la sua condotta integra pienamente il reato di peculato del commissario liquidatore. La condanna è quindi definitiva.
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Fondi ricerca per uso privato: sì alla sospensione dal pubblico ufficio
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della sospensione dal pubblico ufficio per dodici mesi a carico di un professore universitario, ex Rettore, accusato di peculato. L'indagato aveva sistematicamente sottratto ingenti fondi pubblici destinati alla ricerca per scopi personali. Secondo i giudici, il concreto pericolo di reiterazione del reato giustifica la misura. La semplice rinuncia a incarichi di ricerca o la richiesta di trasferimento ad altro dipartimento non sono sufficienti a eliminare tale rischio. La Corte ha valorizzato la posizione di prestigio, la rete di contatti e la spregiudicatezza dimostrata dall'indagato, ritenendo che potesse continuare a commettere illeciti anche in un nuovo contesto accademico.
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Peculato su tessere carburante: condanna per il gestore infedele
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per peculato su tessere carburante a carico di un dipendente pubblico. L'imputato era l'unico gestore delle carte carburante di un Ente Pubblico e ne aveva l'uso esclusivo tramite password. Approfittando di questa posizione, si è appropriato indebitamente di carburante. Per nascondere l'illecito, ha poi creato una falsa documentazione. La difesa sosteneva si trattasse di truffa, ma la Corte ha chiarito che gli inganni sono serviti solo a occultare l'appropriazione già avvenuta, configurando quindi il reato di peculato. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile e la condanna è diventata definitiva.
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Peculato per finti progetti: condanna anche se i fondi erano a bilancio
Una dipendente pubblica è stata condannata per peculato per aver percepito compensi extra per 'progetti-obiettivo' che in realtà rientravano nelle sue mansioni ordinarie. Nel suo ricorso, ha sostenuto che il reato fosse prescritto, individuando il momento consumativo del peculato nell'atto di stanziamento dei fondi nel bilancio dell'ente. La Corte di Cassazione ha respinto questa tesi, stabilendo un principio chiaro: il peculato non si consuma quando il funzionario ottiene la disponibilità giuridica del denaro, ma nel momento in cui compie l'atto concreto di appropriazione, ovvero l'ordine di pagamento (la determina di liquidazione). Di conseguenza, il ricorso è stato dichiarato inammissibile e la condanna confermata.
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Postino infedele: condanna ridotta per prescrizione del reato
Un dipendente postale, accusato di peculato, corruzione e associazione per delinquere per aver sottratto carte di credito dalla corrispondenza, si è visto annullare parte delle condanne. La Corte di Cassazione ha dichiarato la prescrizione del reato di associazione per delinquere per tutti gli imputati e di alcuni episodi di corruzione. Il motivo è il superamento del tempo massimo previsto dalla legge per perseguire tali crimini. Per il dipendente, la condanna per i reati non prescritti, come il peculato, è rimasta valida ma la pena complessiva è stata ricalcolata e ridotta. La sentenza sottolinea come il decorso del tempo possa estinguere l'azione penale, anche a fronte di una responsabilità accertata nei gradi precedenti.
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Peculato del gestore di gioco: condannato per tasse non versate
La Corte di Cassazione conferma la condanna per peculato del gestore di gioco a carico degli amministratori di una società di gaming telematico. Essi avevano omesso di versare al concessionario statale oltre 200.000 euro derivanti dalla raccolta del PREU (Prelievo Erariale Unico). La difesa sosteneva che l'obbligo di versamento non fosse chiaro prima di una legge del 2015. La Corte ha respinto questa tesi, stabilendo che il denaro raccolto dalle giocate appartiene allo Stato fin dal primo momento. Il gestore agisce come un 'agente contabile' e trattenere tali somme costituisce un'appropriazione indebita, integrando pienamente il reato di peculato.
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Carenza di interesse al ricorso: Procura perde, misura resta
La Procura della Repubblica aveva impugnato la decisione di un Tribunale che qualificava un reato come truffa aggravata anziché peculato. L'obiettivo era ottenere una misura cautelare più lunga. Tuttavia, nel frattempo, la misura applicata all'indagata era stata sostituita con una sospensione dall'ufficio per dodici mesi, la massima durata possibile. La Corte di Cassazione ha quindi dichiarato l'appello inammissibile per 'carenza di interesse al ricorso'. Poiché nessuna modifica della qualificazione del reato avrebbe potuto incidere sulla misura già in atto, la Procura non aveva più un vantaggio pratico e attuale nel proseguire l'impugnazione. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto.
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