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Peculato Del Dipendente Pubblico

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Peculato del dipendente pubblico: tra concorso e condanna
Il Direttore dei Servizi Amministrativi di una scuola e una Consulente esterna hanno emesso bonifici in proprio favore per oltre ventisei mila euro, sovrascrivendo in seguito il sistema informatico con nomi di beneficiari fittizi. Le imputate hanno ricorso in Cassazione sostenendo l'esistenza di una truffa invece del peculato e lamentando vizi di procedura. La Suprema Corte ha confermato la condanna per peculato del dipendente pubblico. I giudici hanno chiarito che il potere di firma sui pagamenti attribuisce la disponibilità diretta dei fondi, anche in presenza di controlli congiunti del Dirigente Scolastico. Le modifiche informatiche successive servivano unicamente a nascondere l'appropriazione già avvenuta.
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Peculato del dipendente pubblico: marche riciclate e condanna
Una dipendente comunale, responsabile dell'ufficio anagrafe, è stata condannata per falsità in atti pubblici e peculato continuato. La donna si appropriava del denaro consegnato dai cittadini per l'acquisto di marche da bollo, oppure riciclava marche già usate sfilandole dai documenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della difesa, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che l'appropriazione di somme destinate a valori bollati configura pienamente il reato di peculato del dipendente pubblico, anche se le somme non sono registrate in una cassa ufficiale. Inoltre, il rifiuto di una perizia grafica non vizia la sentenza, trattandosi di un mezzo di prova neutro rimesso alla discrezionalità del giudice. La ricorrente dovrà pagare le spese processuali e risarcire l'amministrazione comunale.
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Peculato del dipendente pubblico: condannata per 28.000€
Una dipendente dell'ufficio anagrafe di un Comune è stata condannata per il reato di peculato del dipendente pubblico. L'accusa era di essersi appropriata di circa 28.000 euro, incassati dai cittadini per il rilascio delle carte d'identità, senza versarli nelle casse dell'ente. La dipendente ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che l'accusa fosse troppo generica e che altri avrebbero potuto commettere il fatto. La Corte Suprema ha respinto il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno ritenuto le prove schiaccianti, dato che la donna era l'unica addetta a quello sportello e aveva parzialmente confessato. La sua difesa non è riuscita a scalfire la solida ricostruzione dei fatti.
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