Una donna è stata condannata per il reato di sostituzione di persona dopo aver finto un'altra identità per ricevere della merce ordinata a domicilio da un'azienda di vendita diretta. La donna ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che le vittime non fossero state ingannate e non avessero subito alcun danno economico. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per la configurabilità del reato di sostituzione di persona, non è necessario che la vittima subisca un danno patrimoniale effettivo, essendo sufficiente che il colpevole ottenga un vantaggio ingiusto tramite l'inganno. Inoltre, la richiesta di non punibilità per particolare tenuità del fatto è stata respinta a causa dei numerosi precedenti penali della ricorrente, che dimostrano un comportamento abituale e organizzato. La ricorrente è stata condannata a pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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