Definizione
Il soggetto titolare del bene giuridico protetto dalla norma penale che è stato violato dal reato.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 66 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 84% dei casi il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 6%
- Rigettato 2%
- Inammissibile 84%
- Altro 8%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Penale Sez. 785%
- Penale Sez. 210%
- Penale Sez. 65%
Precedenti più richiamati
- Cass. 41612/2019in 3 provvedimenti
- Cass. 40127/2018in 4 provvedimenti
- Cass. 12244/2019in 3 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Un Lavoratore, parte offesa in un procedimento penale, ha presentato un'istanza di rimessione del processo, chiedendo di spostare il caso da un tribunale a un altro. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'istanza di rimessione inammissibile. Le ragioni addotte dal Lavoratore erano troppo generiche e riguardavano solo singoli soggetti, non l'intera sede giudiziaria. Non erano quindi sufficienti a turbare lo svolgimento sereno del processo. Il Lavoratore è stato condannato a pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle ammende.
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I giudici hanno confermato la condanna di un cittadino per il reato di minaccia e al risarcimento dei danni verso la vittima. La lite è scaturita dal parcheggio di un furgone commerciale sulla pubblica via. L'aggressore ha sostenuto l'assenza di volontà intimidatoria e ha accusato la controparte di violazioni amministrative per la pubblicità sul veicolo. La Suprema Corte ha giudicato inammissibile il ricorso. La presenza di grida e gesti plateali dimostra in modo inequivocabile la volontà di provocare un turbamento psicologico nella persona offesa. Le presunte irregolarità del mezzo non giustificano in alcun modo le condotte intimidatorie.
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Un venditore è stato condannato per `truffa online` dopo aver messo in vendita un iPad su internet, ricevuto il pagamento tramite Postepay, ma non aver mai consegnato il bene. La Corte d'Appello ha confermato la condanna inflitta dal Tribunale. Il suo ricorso in Cassazione è stato dichiarato inammissibile. La Suprema Corte ha ritenuto che le motivazioni dei giudici precedenti fossero solide, basate su scambi di email e sull'intestazione della carta Postepay al venditore. Il venditore ha perso e dovrà pagare le spese processuali.
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Un cittadino, in qualità di parte offesa in un procedimento penale, ha chiesto alla Corte di Cassazione la rimessione del processo penale ad un'altra sede giudiziaria. La Corte ha però stabilito che la legge riserva questa facoltà solo al Pubblico Ministero o all'imputato, non alla parte offesa. Di conseguenza, la richiesta è stata dichiarata inammissibile. Il richiedente è stato condannato a pagare le spese processuali e una sanzione di tremila euro a favore della cassa delle ammende, confermando i limiti della legittimazione attiva in questi casi.
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Due imputati sono stati condannati per lesioni personali aggravate. Hanno presentato ricorso in Cassazione, contestando la validità della condanna basata principalmente sulle **dichiarazioni della persona offesa** e sostenendo la prescrizione del reato. La Corte di Cassazione ha dichiarato i ricorsi inammissibili. Ha ribadito che le **dichiarazioni della persona offesa** possono essere sufficienti per la condanna, purché siano sottoposte a un rigoroso controllo di attendibilità. La Cassazione ha inoltre chiarito che l'inammissibilità del ricorso rende irrilevante la questione della prescrizione. Gli imputati hanno perso e dovranno pagare le spese processuali.
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Due imputati hanno subito una condanna penale e civile per il reato continuato di lesioni aggravate e minaccia in danno della persona offesa, nell'ambito di un aspro contesto familiare. I condannati hanno proposto ricorso per cassazione lamentando la scarsa logicità della sentenza d'appello, sostenendo che i giudici avessero valorizzato unicamente le dichiarazioni della vittima senza considerare la lite reciproca e le ferite riportate da uno dei ricorrenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché le censure contestavano valutazioni di puro fatto, non riesaminabili in sede di legittimità, e riproponevano argomenti già motivati dai giudici di merito. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e a tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Un cittadino subiva una condanna per il delitto di diffamazione aggravata ai danni di un'altra persona. Nelle more del ricorso per cassazione, la persona offesa decideva di ritirare l'accusa tramite verbale davanti ai Carabinieri. L'imputato accettava formalmente tale rinuncia e proponeva impugnazione proprio per far valere l'accordo. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che la remissione di querela intervenuta prima del termine per impugnare comporta l'annullamento della condanna senza rinvio per sopravvenuta estinzione del reato. In assenza di accordi diversi tra le parti, la legge pone le spese processuali a carico della persona querelata.
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Un Lavoratore ha subito gravi lesioni cadendo da un ponteggio in un cantiere. Il Legale Rappresentante dell'Azienda, suo datore di lavoro, è stato ritenuto responsabile di lesioni personali gravi per negligenza e violazione delle norme di sicurezza, aggravato dal fatto che il Lavoratore era impiegato "in nero". Il Legale Rappresentante ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che il Lavoratore fosse solo un visitatore e che le prove fossero state travisate. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la responsabilità datore di lavoro. Ha ribadito che i giudici di merito avevano correttamente valutato le prove, ritenendo credibili le dichiarazioni del Lavoratore e l'evidenza del suo impiego irregolare.
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Un Lavoratore è stato condannato per lesioni personali e al risarcimento del danno dal Tribunale di Isernia. Ha presentato un ricorso per cassazione contro questa decisione. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso in Cassazione. Ha stabilito che non si possono contestare le valutazioni delle prove o i vizi di motivazione in appello per reati di competenza del giudice di pace. Inoltre, la richiesta di risarcimento danni da parte della persona offesa implica la sua opposizione alla particolare tenuità del fatto. Il ricorso è stato quindi respinto.
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La persona offesa da un reato ha presentato personalmente un ricorso per cassazione contro un'ordinanza del tribunale. La Suprema Corte ha dichiarato l'atto inammissibile perché il cittadino non può difendersi da solo in sede di legittimità. A seguito della riforma del codice di rito, solo un difensore iscritto nell'albo speciale dei patrocinanti in Cassazione può firmare e presentare l'impugnazione. L'iniziativa personale ha comportato per il cittadino la condanna al pagamento delle spese di giudizio e di una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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La vicenda riguarda un imputato condannato per falsità in scrittura privata e per il reato di tentata truffa. La difesa contestava l'attendibilità della persona offesa e chiedeva una nuova perizia tecnica. La Corte di Appello ha accertato la sussistenza della condotta fraudolenta, riqualificando l'illecito patrimoniale come delitto tentato. L'imputato ha presentato ricorso per Cassazione, lamentando vizi di motivazione e la mancata rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale. I Supremi Giudici hanno dichiarato il ricorso del tutto inammissibile, poiché privo di vizi logico-giuridici e meramente ripetitivo delle doglianze già respinte dai giudici territoriali. La Suprema Corte ha confermato la condanna dell'imputato, condannandolo anche alle spese e a una sanzione pecuniaria.
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La Corte di Cassazione ha confermato la piena applicazione dell'aggravante mafiosa a carico di una donna accusata di complicità in un disegno intimidatorio. L'imputata ha concordato un incontro con un proprio familiare, affiliato a un clan criminale, e ha condotto la vittima al suo cospetto. Durante il colloquio, l'uomo ha sfruttato il prestigio e la fama criminale dell'organizzazione per intimidire la persona offesa. I giudici di merito hanno ricostruito i fatti grazie alle riprese video e alle intercettazioni ambientali, ritenendo credibili le dichiarazioni della vittima. La Suprema Corte ha giudicato i motivi del ricorso del tutto infondati, ribadendo che anche il solo fatto di agevolare l'intimidazione criminale integra l'aggravante. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna al pagamento delle spese.
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Il Ricorrente ha proposto ricorso in Cassazione contestando la ricostruzione dei fatti e l'utilizzabilità delle dichiarazioni della Parte Offesa. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso poiché le contestazioni erano generiche e miravano a un riesame dei fatti, precluso in sede di legittimità. La decisione di condanna si fondava sulla decisiva valutazione delle prove testimoniali fornita da una barista presente ai fatti, considerata un testimone neutrale ed equidistante. Di conseguenza, il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Il Tribunale di Varese ha respinto il reclamo proposto dalla Parte Offesa contro il decreto di archiviazione emesso dal Giudice per le indagini preliminari nei confronti dell'Indagato. La Parte Offesa ha quindi presentato ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. La legge stabilisce infatti che l'ordinanza emessa all'esito del reclamo contro archiviazione è un provvedimento non impugnabile, salvo casi eccezionali di totale anomalia dell'atto, qui non riscontrati. Di conseguenza, la Corte ha condannato la Parte Offesa al pagamento delle spese del procedimento e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato contro la sentenza della Corte d'Appello di Perugia. Il ricorrente contestava l'utilizzabilità delle dichiarazioni della parte offesa, acquisite durante il processo nonostante l'assenza del testimone. I giudici di legittimità hanno confermato la piena validità dell'acquisizione delle prove, evidenziando come le ricerche della persona offesa fossero state complete e accurate, in linea con i criteri stabiliti dalla precedente sentenza rescindente. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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La Persona Offesa ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione contro un'ordinanza emessa dal Tribunale. I giudici di legittimità hanno rilevato che l'atto impugnato non rientra tra quelli per cui la legge consente il ricorso. Di conseguenza, la Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione. A causa di questa decisione, La Persona Offesa è stata condannata al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende. La sentenza ribadisce il principio per cui non tutti i provvedimenti giudiziari possono essere impugnati davanti alla Suprema Corte, ma solo quelli espressamente previsti dalla legge processuale penale.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino, in qualità di parte offesa, contro l'ordinanza di archiviazione emessa dal Giudice per le Indagini Preliminari (GIP) del Tribunale di Potenza. I giudici di legittimità hanno ribadito che il ricorso contro archiviazione non è ammesso dalla legge, trattandosi di un provvedimento non ricorribile direttamente in Cassazione. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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La Parte Offesa ha presentato ricorso in Cassazione contro il decreto di archiviazione emesso dal Giudice per le indagini preliminari. La Suprema Corte ha rilevato che, a seguito della riforma introdotta dalla Legge 103/2017, il decreto di archiviazione non può più essere impugnato direttamente con ricorso per cassazione. L'unico strumento valido è il reclamo davanti al Tribunale in composizione monocratica. Applicando il principio di conservazione degli atti, la Cassazione ha convertito il ricorso in reclamo e ha trasmesso gli atti al Tribunale competente per la decisione.
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Tre imputati sono stati condannati per lesioni personali e minacce in concorso ai danni di una vittima. Gli imputati hanno proposto ricorso in Cassazione sostenendo di aver agito per legittima difesa e contestando l'attendibilità della persona offesa, oltre a presentare un certificato medico successivo ai fatti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione delle prove e della credibilità dei testimoni spetta solo ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità, salvo evidenti contraddizioni. Nel caso specifico, la tesi della legittima difesa è stata ritenuta generica e smentita dalle prove raccolte, comprese le incongruenze sul certificato medico. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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La Corte di Cassazione ha risolto un conflitto di competenza relativo a una truffa online commessa tramite ricarica di una carta prepagata. Il Tribunale di Busto Arsizio e il Tribunale di Pordenone dissentivano su quale fosse il giudice competente. La Suprema Corte ha stabilito che il reato di truffa si consuma nel momento e nel luogo in cui la vittima effettua il versamento del denaro sulla carta ricaricabile. Questa operazione determina la perdita immediata della somma per la vittima e l'acquisizione della disponibilità economica per l'autore del reato. Poiché il pagamento è avvenuto nel territorio di Busto Arsizio, la Cassazione ha dichiarato la competenza del Tribunale di Busto Arsizio, disponendo la trasmissione degli atti per la prosecuzione del processo.
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