La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 5897/2024, ha chiarito i limiti della prova della buona fede del contribuente in caso di operazioni soggettivamente inesistenti. L'Agenzia delle Entrate aveva contestato a una società la detrazione dell'IVA per l'anno 2012. La Commissione Tributaria Regionale aveva dato ragione alla società, ritenendo provata la sua inconsapevolezza. La Cassazione ha ribaltato la decisione, affermando che la regolarità contabile e i pagamenti tracciabili non sono sufficienti a dimostrare la buona fede. È necessario che il giudice valuti anche gli indizi contrari forniti dall'amministrazione finanziaria, che possono far sorgere il sospetto in un imprenditore mediamente esperto. Il caso è stato rinviato per un nuovo esame.
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