Definizione
La ragione psicologica o l'impulso che spinge una persona a commettere un reato. Sebbene la sua individuazione non sia indispensabile per la condanna, può rafforzare il quadro probatorio.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 34 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 47% dei casi il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 20%
- Rigettato 33%
- Inammissibile 47%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Penale Sez. 146%
- Penale Sez. 731%
- Penale Sez. 223%
Precedenti più richiamati
- Cass. S.U. 28659/2017in 3 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Un uomo ha fornito false generalità a pubblico ufficiale durante un controllo di polizia, dichiarando un nome fittizio. La difesa ha sostenuto l'assenza di dolo, giustificando la menzogna con un improvviso malore, la paura di ritorsioni per una presunta parentela con un ex dittatore e il timore di conseguenze penali. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'imputato, confermando integralmente la condanna per il delitto di false attestazioni. I giudici hanno chiarito che il timore personale costituisce solo un movente e non cancella la consapevolezza di mentire, confermando anzi la precisa volontà di eludere i controlli. La Suprema Corte ha inoltre convalidato la revoca della sospensione condizionale della pena precedentemente accordata, poiché l'uomo ha commesso il nuovo reato entro i cinque anni dal passaggio in giudicato della precedente condanna.
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La vicenda riguarda la scomparsa e la morte di una donna, trovata priva di vita all'interno della stanza chiusa a chiave dell'abitazione del convivente. L'uomo si era dato alla fuga verso l'estero subito dopo una lite e deteneva una pistola. La difesa contestava l'assenza di un movente certo e l'incompatibilità oraria della perizia. I giudici hanno chiarito che il processo indiziario e omicidio non richiede necessariamente l'accertamento del movente se gli indizi sono gravi, precisi e convergenti. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a ventisette anni di carcere per omicidio, porto d'armi e spaccio di stupefacenti, respingendo integralmente il ricorso.
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Un indagato ha presentato ricorso contro la sua custodia cautelare in carcere per tentato omicidio e reati di armi. La difesa contestava il **riconoscimento dell'aggressore** da parte della vittima, sostenendo che fosse falso e motivato dal desiderio della vittima di evitare un'accusa di favoreggiamento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha confermato che il Tribunale del riesame aveva adeguatamente valutato il riconoscimento della vittima e il movente vendicativo dell'indagato. La Corte ha ribadito che il controllo di legittimità non riguarda la ricostruzione dei fatti o l'attendibilità delle prove.
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Un condannato ha richiesto al giudice dell'esecuzione l'applicazione del vincolo della continuazione tra diverse condanne penali, sostenendo di aver commesso tutti i reati con il medesimo scopo di mantenere la propria famiglia e il figlio. Il Tribunale ha respinto l'istanza evidenziando la distanza temporale, la diversità delle condotte e l'assenza di un piano programmato unitario. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto e dichiarato inammissibile il ricorso del condannato. I giudici hanno chiarito che il semplice bisogno economico costituisce solo un movente personale e non dimostra un disegno criminoso comune. L'imputato perde definitivamente il beneficio della riduzione di pena e deve versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Un uomo ha minacciato un imprenditore edile per costringerlo a non far lavorare il figlio di un suo storico rivale. Di conseguenza, l'imprenditore ha dovuto pagare il lavoratore senza ricevere alcuna prestazione. La Corte d'Appello ha condannato l'imputato per il reato di estorsione. La Corte di Cassazione ha però accolto il ricorso dell'imputato, annullando la sentenza con rinvio. I giudici hanno chiarito che non si configura il reato di estorsione se il danno economico subito dalla vittima e il profitto non erano l'obiettivo voluto dall'autore, il quale agiva solo per un movente di rivalsa personale. La condotta deve essere quindi riqualificata, eventualmente come violenza privata, poiché il semplice profitto morale o la sete di potere non bastano a integrare l'estorsione.
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Una detenuta ha aggredito un'agente di polizia penitenziaria per costringerla a chiamare il medico e ottenere così un aumento del dosaggio di psicofarmaci. I giudici di merito avevano condannato la donna per il reato più grave di violenza o minaccia a un pubblico ufficiale (art. 336, comma 1, c.p.). La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della difesa, chiarendo che l'obiettivo immediato della condotta era costringere l'agente a compiere un atto del proprio ufficio (chiamare il medico per tutelare la salute), non un atto contrario ai suoi doveri. Di conseguenza, la Suprema Corte ha riqualificato il fatto nella fattispecie meno grave prevista dal secondo comma dell'articolo 336 c.p. e ha annullato la sentenza con rinvio per la rideterminazione della pena.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato che chiedeva il riconoscimento del reato continuato per diverse condanne passate in giudicato. Il ricorrente sosteneva che i furti e i reati contro il patrimonio commessi in un arco di diciotto anni fossero legati dal medesimo disegno criminoso, in quanto finalizzati a reperire denaro per il sostentamento familiare. La Suprema Corte ha confermato la decisione del giudice dell'esecuzione: il semplice bisogno di denaro o il fine di lucro rappresenta solo un movente comune e non dimostra l'esistenza di un programma delinquenziale unico e pianificato fin dall'inizio. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per danneggiamento e lesioni personali aggravate. La difesa contestava l'attendibilità della vittima e lamentava l'assenza di un movente accertato. I giudici di legittimità hanno chiarito che la Cassazione non può riesaminare i fatti già valutati nei precedenti gradi di giudizio. Inoltre, la Corte ha stabilito che la mancanza di un movente accertato non incide sulla valutazione delle prove se la ricostruzione dei fatti è logica e coerente. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Il Condannato ha proposto ricorso per cassazione contro il diniego del riconoscimento della continuazione per più rapine commesse a distanza di tre anni. Il ricorrente sosteneva che lo stato di tossicodipendenza e il medesimo modus operandi dimostrassero l'unicità del disegno criminoso. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la tossicodipendenza rappresenta solo un movente e non la prova di una programmazione preventiva dei reati. Un intervallo temporale così ampio fa presumere l'estemporaneità delle decisioni criminose, escludendo l'unicità del disegno criminoso. Il ricorrente è stato condannato alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Il Condannato ha richiesto il riconoscimento del reato continuato per diverse condanne per furto e utilizzo indebito di carte di credito accumulate tra il 2008 e il 2022. Il Giudice dell'esecuzione ha respinto la richiesta a causa dell'ampio lasso temporale tra i fatti, ritenendo che vi fosse solo una generica tendenza a delinquere. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che il bisogno economico di procurarsi da vivere non configura un disegno criminoso unitario, ma rappresenta un semplice movente. Per l'applicazione del reato continuato è invece necessaria una programmazione specifica e preventiva di ciascun illecito sin dal primo episodio. Il ricorso è stato quindi rigettato con condanna alle spese.
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Un automobilista invade interamente la corsia opposta di marcia su una strada extraurbana, travolgendo due ciclisti. L'impatto provoca la morte di uno di essi e il ferimento dell'altro. Il conducente fugge senza prestare soccorso. La Corte di Cassazione conferma la condanna a 18 anni di reclusione, qualificando il fatto come omicidio volontario con dolo diretto e tentato omicidio. La difesa sosteneva l'ipotesi di un incidente stradale colposo dovuto a distrazione o assunzione di stupefacenti, lamentando anche l'assenza di un movente. I giudici chiariscono che l'assenza di un movente non esclude l'omicidio volontario con dolo diretto quando la dinamica dimostra che il conducente si è rappresentato l'evento come altamente probabile, non compiendo alcuna manovra di emergenza per evitare l'impatto.
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L'Imputato si era impossessato del computer portatile del Titolare del Bar, sottraendolo da dietro il bancone dopo essere stato allontanato dal locale. La difesa sosteneva l'assenza del dolo specifico nel reato di furto, affermando che l'azione era mossa da puro intento ritorsivo e di dispetto, senza finalità di lucro economico. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che il concetto di profitto comprende qualsiasi utilità, anche non patrimoniale, inclusa la soddisfazione di un bisogno psichico come la vendetta. Inoltre, la restituzione successiva della refurtiva non consente di applicare l'attenuante del danno di speciale tenuità, poiché la gravità del danno va valutata al momento della consumazione del reato.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di rapina impropria e lesioni. L'imputato si era impossessato di una banconota minacciando la vittima e, subito dopo, l'aveva aggredita con pugni e schiaffi per mantenere il possesso del denaro. La difesa sosteneva che la violenza fosse scaturita da un precedente litigio e non dal furto. I giudici hanno chiarito che il movente iniziale non esclude il dolo specifico di procurarsi un ingiusto profitto se si usa violenza per trattenere la refurtiva. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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La Corte di Cassazione ha stabilito che lo stato di esasperazione e reato, derivante da una lunga carcerazione, non esclude la responsabilità penale. Un detenuto, condannato per resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento, aveva impugnato la sentenza sostenendo che le sue azioni fossero il risultato di frustrazione e sconforto. La Corte ha respinto il ricorso, giudicandolo inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'esasperazione è un semplice movente e non elimina la consapevolezza e la volontà di commettere l'atto illecito, elementi necessari per configurare i reati contestati. La condanna è stata quindi confermata in via definitiva.
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Un uomo, condannato per resistenza a pubblico ufficiale, ha presentato ricorso in Cassazione lamentando la mancata concessione attenuanti. La Corte Suprema ha respinto la richiesta, giudicandola basata su motivi troppo generici. I giudici hanno confermato la decisione precedente, che aveva negato lo sconto di pena a causa del movente negativo dell'imputato e dell'assenza di elementi positivi a suo favore. Di conseguenza, il ricorso è stato dichiarato inammissibile, la condanna è diventata definitiva e l'uomo è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a 21 anni per un uomo accusato di omicidio in concorso. Insieme a un complice, aveva brutalmente picchiato una donna per un debito legato allo spaccio, lasciandola morire dopo ore di agonia. L'imputato ha sostenuto di avere avuto un ruolo marginale e che il movente non era chiaro. I giudici hanno respinto il ricorso, basando la condanna su prove schiaccianti come DNA, impronte e la confessione a un compagno di cella. La Corte ha stabilito che l'incertezza sul movente è irrilevante di fronte a prove certe e ha negato sconti di pena data l'efferatezza del crimine.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per rapina aggravata di un uomo che, insieme a dei complici, aveva aggredito una persona su un autobus per poi sottrarle il borsello. L'imputato sosteneva che l'aggressione fosse una vendetta personale e che la sottrazione del borsello fosse un fatto separato, configurabile come furto. La Corte ha stabilito un principio chiaro: il movente iniziale di vendetta è irrilevante se, durante la violenza, sorge l'intenzione di impossessarsi di un bene altrui per trarne profitto. Questo integra pienamente il reato di rapina aggravata, poiché l'azione è iniziata su un mezzo pubblico e la violenza è stata usata per vincere la resistenza della vittima e sottrarle il bene.
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Un uomo viene accusato dell'omicidio del cugino, attirato in una trappola e ucciso a colpi di arma da fuoco a causa di vecchi rancori familiari. La sua difesa contesta la misura della custodia in carcere, sostenendo che ogni singolo indizio (l'auto vista sul posto, i residui di polvere da sparo, la sua fuga) è debole se analizzato da solo. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo un principio fondamentale: i gravi indizi di colpevolezza non vanno valutati singolarmente, ma nel loro insieme. La visione complessiva degli elementi ha confermato l'alta probabilità di colpevolezza, giustificando la detenzione. L'indagato ha perso il ricorso e resta in carcere.
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Un uomo, a seguito del rifiuto di un meccanico di riparargli subito l'auto, è accusato di aver incendiato per ritorsione l'officina. La Corte di Cassazione ha confermato la validità degli indizi e la misura cautelare, ritenendo applicabile l'aggravante del metodo mafioso. Secondo i giudici, la sproporzione tra il banale movente e la violenta reazione (l'incendio) è sufficiente a integrare tale aggravante. Questo tipo di condotta, infatti, evoca la forza intimidatrice tipica della criminalità organizzata, manifestando un potere di prevaricazione che genera paura e sottomissione nella vittima e nella comunità, a prescindere da un legame formale con un clan.
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Un uomo, spinto da una vendetta personale per l'omicidio del padre, tenta di uccidere il presunto responsabile sparando numerosi colpi di arma da fuoco contro la sua abitazione. Condannato per tentato omicidio, in appello gli viene applicata l'aggravante del metodo mafioso. La Corte di Cassazione, però, annulla questa parte della sentenza. I giudici stabiliscono un principio fondamentale: un'azione criminale, per quanto brutale, non integra l'aggravante del metodo mafioso se il movente è una vendetta puramente personale e non ha lo scopo di agevolare un clan o di affermarne il potere sul territorio. Di conseguenza, l'aggravante viene esclusa e la pena ridotta.
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