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Misura Di Prevenzione

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Provvedimenti

DASPO fuori contesto: legittimo per scontri ma nullo sulla durata
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di due manifestanti contro la convalida del DASPO con obbligo di firma, emesso dopo scontri in una manifestazione non autorizzata. La difesa contestava l'applicazione del cosiddetto DASPO fuori contesto, ritenendolo illegittimo per fatti estranei allo sport. La Corte ha confermato che la legge consente tale misura per reati gravi di disordine pubblico, anche fuori dagli stadi. Tuttavia, ha accolto parzialmente il ricorso del Primo Manifestante: la durata di cinque anni era stata calcolata considerandolo recidivo per un precedente provvedimento, che però era stato revocato a seguito di assoluzione. La Cassazione ha quindi annullato l'ordinanza limitatamente alla durata della misura per il Primo Manifestante, rinviando al Giudice per le Indagini Preliminari, mentre ha rigettato integralmente il ricorso del Secondo Manifestante.
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Misure di prevenzione: l’assoluzione non ferma la confisca
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione delle misure di prevenzione personali e patrimoniali nei confronti di un uomo e della moglie. I giudici hanno stabilito che, ai fini della valutazione della pericolosità sociale, il giudice della prevenzione può autonomamente considerare fatti storici emersi in procedimenti penali conclusi con l'assoluzione, purché non coperti da un giudicato definitivo di esclusione del fatto. Inoltre, la Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso della moglie per mancanza di procura speciale del difensore e quello del marito per carenza di interesse sulla proprietà della moglie. Infine, è stata confermata la confisca per equivalente di un assegno, a prescindere dalla provenienza lecita del denaro. I ricorsi sono stati rigettati.
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Attualità della pericolosità sociale e sorveglianza speciale
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Proposto contro l'applicazione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per due anni. Il ricorrente contestava l'attualità della pericolosità sociale, sostenendo di aver intrapreso un percorso di recupero lavorativo dopo la detenzione. La Suprema Corte ha chiarito che, nel procedimento di prevenzione, il sindacato di legittimità sulla motivazione è limitato alla violazione di legge (motivazione inesistente o apparente). Nel caso specifico, i giudici di merito hanno ampiamente motivato l'attualità del pericolo basandosi sul ruolo di capo di un'associazione a delinquere dedita a truffe telematiche, sulla brevità della detenzione e sull'assenza di una stabile attività lavorativa lecita. Di conseguenza, Il Proposto perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Copia-incolla e pericolosità sociale: la decisione del giudice
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino sottoposto alla sorveglianza speciale. La difesa contestava la decisione della Corte di Appello, sostenendo che la motivazione sulla persistente pericolosità sociale fosse inesistente a causa dell'uso della tecnica del "copia-incolla". I giudici di legittimità hanno chiarito che, nei procedimenti di prevenzione, il ricorso è ammesso solo per violazione di legge, categoria in cui rientra unicamente la motivazione inesistente o del tutto apparente. Nel caso specifico, i giudici di merito avevano comunque analizzato dettagliatamente la pericolosità sociale del soggetto, evidenziando un curriculum criminale ventennale e recenti sanzioni disciplinari. Di conseguenza, l'uso del copia-incolla non ha inficiato la validità del provvedimento, e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Assolto dall’usura ma perde i beni per pericolosità generica
La Corte di Cassazione ha confermato la sorveglianza speciale e la confisca dei beni nei confronti di un uomo ritenuto socialmente pericoloso. Il ricorrente contestava l'uso di fatti coperti da una precedente assoluzione parziale per definire la sua pericolosità generica. I giudici hanno chiarito che, nonostante l'assoluzione per i reati più gravi come l'usura, la condanna parziale per reati minori e la presenza di altre denunce consentono al giudice della prevenzione di valutare autonomamente la pericolosità del soggetto. Anche i ricorsi dei familiari, terzi interessati intestatari fittizi dei beni, sono stati dichiarati inammissibili poiché non hanno dimostrato un'autonoma capacità economica per l'acquisto degli immobili confiscati.
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Ricorso straordinario per errore di fatto: no alla prevenzione
Il Ricorrente ha proposto un ricorso straordinario per errore di fatto contro una decisione della Corte di Cassazione che confermava la misura di prevenzione della sorveglianza speciale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che questo rimedio eccezionale spetta solo al condannato contro una sentenza penale di condanna definitiva. Non si applica alle misure di prevenzione, per le quali la legge prevede lo strumento della revoca. Il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Notifica al domicilio eletto: quando il ricorso tardivo costa caro
La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità dell'appello presentato da una cittadina contro una misura di prevenzione e la confisca di una somma di denaro. La difesa sosteneva che il termine di dieci giorni per impugnare dovesse decorrere dalla consegna personale del provvedimento da parte delle forze dell'ordine. Al contrario, i giudici hanno stabilito che la regolare notifica al domicilio eletto, avvenuta precedentemente tramite posta elettronica certificata sia al difensore sia alla destinataria, è l'unico atto idoneo a far decorrere i termini per il ricorso. La successiva consegna personale aveva il solo scopo di avviare la fase esecutiva della misura. Di conseguenza, l'appello tardivo è stato respinto e la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Confisca antimafia: l’impero edile crolla per i patti con il clan
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca antimafia dei beni e delle società riconducibili a un imprenditore edile, ritenuto contiguo a una nota cosca della 'ndrangheta. L'uomo utilizzava le proprie imprese per ottenere appalti pubblici grazie alla protezione del clan, in cambio del versamento di parte dei profitti. I giudici hanno respinto il ricorso del difensore, chiarendo che la pericolosità sociale qualificata non richiede una condanna per associazione mafiosa, ma basta un rapporto stabile di collaborazione e contiguità con la criminalità organizzata. Inoltre, la netta sproporzione tra i redditi dichiarati e il patrimonio accumulato, unita all'assenza di giustificazioni contabili lecite, rende legittimo il provvedimento di sequestro definitivo dei beni e dei conti bancari.
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Confisca di prevenzione: la villa di famiglia batte il catasto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla madre e dalla sorella di un soggetto sottoposto a misura di prevenzione. Le ricorrenti chiedevano l'esclusione di due particelle catastali, tra cui una piscina, dalla confisca di prevenzione, sostenendo di averle acquistate legittimamente. La Suprema Corte ha confermato che la confisca colpisce l'immobile nella sua interezza, inclusi accessori e pertinenze, anche se mancano i dettagli catastali specifici nel provvedimento originario. Trattandosi di un unico complesso immobiliare, denominato la villa di famiglia, l'intera proprietà è legittimamente acquisita dallo Stato. Le ricorrenti sono state condannate al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Confisca di prevenzione: il carcere non salva i beni illeciti
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca di prevenzione dei beni e l'applicazione della sorveglianza speciale nei confronti di un soggetto ritenuto vicino a un'associazione mafiosa. Il ricorrente contestava l'attualità della sua pericolosità sociale, sostenendo che la sua condotta criminale risalisse a molti anni prima e che la detenzione avesse interrotto la sua operatività. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la detenzione non cancella automaticamente la pericolosità sociale, soprattutto in presenza di un lungo e qualificato percorso all'interno del sodalizio criminale. Inoltre, i giudici hanno confermato la legittimità della confisca dei beni, inclusa un'azienda e diversi immobili, a causa della netta sproporzione tra i redditi leciti dichiarati e il valore del patrimonio accumulato, non giustificato da entrate lecite.
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Riabilitazione dalle misure di prevenzione: assolto ma pericoloso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino, già sottoposto a sorveglianza speciale per legami con la criminalità organizzata, che chiedeva la riabilitazione dalle misure di prevenzione. Il ricorrente sosteneva di aver cambiato vita, evidenziando la sua assoluzione dal reato di associazione mafiosa e la sua attività di imprenditore agricolo. Tuttavia, i giudici hanno confermato il diniego della Corte d'appello. Per ottenere la riabilitazione, non basta non commettere reati o essere assolti in sede penale, ma serve la prova positiva della rottura definitiva con l'ambiente criminale e una condotta di vita costantemente improntata al rispetto delle regole sociali. Nel caso specifico, la presenza di un'interdittiva antimafia recente e la mancanza di prove su un lavoro stabile e lecito hanno impedito la concessione del beneficio.
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Carcere e pericolosità sociale: la Cassazione nega sconti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino contro la misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per tre anni. Il ricorrente, indiziato di appartenere a un'associazione mafiosa, contestava la sussistenza della sua pericolosità sociale attuale, sostenendo che la motivazione dei giudici di appello fosse solo apparente e che la sua buona condotta in carcere dimostrasse un cambiamento di vita. La Suprema Corte ha chiarito che nei procedimenti di prevenzione il ricorso per cassazione è limitato alle sole violazioni di legge. Nel caso specifico, i giudici di merito avevano ampiamente motivato la persistenza della pericolosità sociale, evidenziando il ruolo di spicco del soggetto nel clan e il legame con il capo cosca. Di conseguenza, il comportamento carcerario regolare non basta a cancellare la pericolosità sociale, confermando la misura applicata.
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Confisca di prevenzione: i beni del clan restano allo Stato
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca di prevenzione dei beni intestati a terzi ma riconducibili a un soggetto legato a un clan mafioso. Nonostante una precedente revoca delle misure personali per mancanza di pericolosità attuale, i giudici hanno chiarito che le misure patrimoniali godono di piena autonomia. La legge consente infatti di confiscare i beni acquistati con proventi illeciti se la pericolosità sociale del proposto sussisteva al momento del loro acquisto, anche se tale pericolosità è venuta meno al momento della decisione. La Corte ha quindi rigettato il ricorso dei familiari e delle società coinvolte, confermando definitivamente il sequestro dei beni a favore dello Stato e condannando i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.
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Confisca antimafia: annullato il sequestro senza prove di mafia
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio il decreto di confisca antimafia emesso nei confronti di un imprenditore, accusato di appartenere a Cosa Nostra. I giudici di secondo grado avevano disposto il sequestro dell'intero patrimonio basandosi sulle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia e su precedenti vicende penali, tra cui una rissa. Tuttavia, la Suprema Corte ha rilevato che i giudici di merito non hanno dimostrato in modo concreto la natura e la portata del reale contributo fornito dall'imprenditore all'associazione criminale. Inoltre, è mancata una corretta ricostruzione del nesso temporale tra la presunta pericolosità sociale e l'acquisto dei singoli beni. Ora la Corte d'Appello dovrà riesaminare il caso, verificando se esistano prove solide dell'effettiva appartenenza al clan prima di poter confermare la misura patrimoniale.
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Misure di prevenzione: la Cassazione conferma la condanna
Il Cittadino è stato condannato per aver violato le prescrizioni imposte dalle misure di prevenzione, essendosi associato ripetutamente a soggetti con precedenti penali. Il suo ricorso in Cassazione è stato dichiarato inammissibile poiché i motivi presentati erano del tutto generici, limitandosi a lamentare la mancata applicazione di cause di non punibilità senza fornire alcuna specificazione. La Suprema Corte ha confermato la condanna e inflitto una sanzione pecuniaria.
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Misura di prevenzione: finto dentista perde in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale per un anno. Il ricorrente, socio di uno studio odontoiatrico abusivo, contestava l'attualità della sua pericolosità sociale, evidenziando che il giudice per le indagini preliminari aveva precedentemente revocato la misura cautelare penale per gli stessi fatti. La Suprema Corte ha ribadito il principio dell'autonomia del giudizio di prevenzione rispetto a quello penale. La revoca di una misura cautelare non vincola il giudice della prevenzione, il quale può valutare autonomamente i fatti per fondare la misura di prevenzione, a meno che non intervenga una sentenza definitiva di assoluzione con formula piena. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Revocazione della confisca: riprendere i beni dopo il giudicato
Il Proposto ha impugnato la confisca definitiva dei propri beni, disposta per pericolosità generica. A seguito della sentenza costituzionale che ha dichiarato illegittima la norma di riferimento, ha chiesto la revoca della misura. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile la richiesta. Le Sezioni Unite hanno chiarito che il rimedio corretto per far valere l'incostituzionalità di una norma su una confisca definitiva è la revocazione della confisca ai sensi dell'articolo 28 del Codice Antimafia, e non l'incidente di esecuzione. Tuttavia, nel caso specifico, il ricorso è stato dichiarato inammissibile poiché la confisca si fondava anche su un altro titolo autonomo e non colpito da incostituzionalità. Il Proposto perde il ricorso e deve pagare le spese.
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Mancato versamento della cauzione: la povertà evita la condanna
Il Sottoposto a sorveglianza speciale veniva condannato a sei mesi di arresto per il mancato versamento della cauzione di 516 euro, imposta come misura di prevenzione. L'imputato si difendeva allegando la certificazione ISEE per dimostrare il proprio stato di indigenza e l'impossibilità oggettiva di pagare. La Corte d'Appello ometteva di valutare tale documento, ritenendo non formalizzata la richiesta di riapertura dell'istruttoria. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che l'allegazione dell'ISEE costituisce una chiara richiesta di valutazione di nuove prove sull'incolpevolezza dell'inadempimento. La sentenza è stata annullata con rinvio.
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Sorveglianza speciale: niente reato se manca la rivalutazione
Una cittadina, sottoposta alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, veniva sorpresa fuori casa oltre l'orario consentito dopo aver scontato oltre due anni di carcere. Condannata nei primi gradi di giudizio per la violazione delle prescrizioni, la Cassazione ha annullato la condanna senza rinvio. La Suprema Corte ha stabilito che, dopo una lunga detenzione, l'esecuzione della sorveglianza speciale non può riprendere automaticamente. È infatti obbligatoria una rivalutazione attuale della pericolosità sociale da parte del giudice. In mancanza di questo accertamento formale, la violazione delle regole della misura non costituisce reato. La ricorrente è stata quindi assolta perché il fatto non sussiste.
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Misure di prevenzione: la Cassazione ferma il crimine abituale
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Ricorrente contro l'applicazione della misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. Il soggetto, dedito a furti, aveva accumulato condanne e denunce per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale per sfuggire alla cattura tra il 2010 e il 2018. La Suprema Corte ha confermato che tali condotte, reiterate nel tempo, integrano il requisito della pericolosità sociale richiesto per le misure di prevenzione. I giudici hanno chiarito che la dedizione ad attività criminose che minacciano la sicurezza pubblica giustifica la misura, respingendo la tesi difensiva dell'occasionalità dei fatti. Il Ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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