Definizione
Nel diritto penale, è la persona che incarica o istiga un'altra a commettere un reato, pur non partecipando materialmente alla sua esecuzione.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 76 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 39% dei casi il ricorso è stato rigettato.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 27%
- Rigettato 39%
- Inammissibile 31%
- Altro 3%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Penale Sez. 150%
- Penale Sez. 235%
- Civile Sez. 115%
Precedenti più richiamati
- Cass. 7643/2014in 3 provvedimenti
- Cass. S.U. 20804/2012in 8 provvedimenti
- Cass. 35923/2019in 3 provvedimenti
- Cass. S.U. 45276/2003in 4 provvedimenti
- Cass. 44938/2021in 4 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
L'Agenzia delle Entrate contestava a una società la scorretta applicazione del regime del margine IVA sull'acquisto di autovetture usate. Dopo la decisione favorevole alle Entrate in appello, l'ex legale rappresentante proponeva ricorso. Tuttavia, la società risultava già cancellata dal registro delle imprese e quindi estinta prima del conferimento dell'incarico al difensore. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. In caso di società estinta e ricorso in Cassazione, la procura speciale all'avvocato è giuridicamente inesistente per mancanza del soggetto mandante. Di conseguenza, la Corte ha posto l'obbligo del versamento del doppio contributo unificato a carico sia dell'ex legale rappresentante sia dell'avvocato, pienamente consapevole dell'avvenuta estinzione.
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La Corte di Cassazione ha confermato l'ordinanza che applicava l'obbligo di dimora a un soggetto accusato di essere il mandante di un incendio doloso. L'incendio, avvenuto in un immobile di un consorzio, era stato commissionato per vendetta a seguito di un debito non pagato e una denuncia per calunnia. I giudici hanno ritenuto validi i gravi indizi di colpevolezza, basati su contatti telefonici tra il mandante e gli esecutori materiali, e sul movente. Il ricorso dell'indagato è stato rigettato, confermando la misura cautelare.
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Un imputato impugna la condanna per concorso morale in rapina, sostenendo la mancanza di prove sul suo ruolo di mandante e lamentando difetti di motivazione della sentenza di secondo grado. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici evidenziano che la ricostruzione dei fatti spetta esclusivamente ai giudici di merito e che la Corte d'Appello ha fornito una motivazione logica e priva di vizi, basata sulle dichiarazioni delle vittime e su prove logiche. Inoltre, i motivi del ricorso risultano generici e meramente ripetitivi. Di conseguenza, la Suprema Corte conferma la condanna dell'imputato e lo obbliga al pagamento delle spese processuali e di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Un'azienda partner di un'associazione temporanea di imprese ha richiesto l'ammissione al passivo dell'impresa capogruppo insolvente per recuperare il corrispettivo di lavori eseguiti e i relativi interessi. Il Tribunale ha riconosciuto il credito principale ma ha negato gli interessi di mora, evidenziando la mancanza di accordi specifici e della prova sulla data di effettivo incasso delle somme da parte della capogruppo. Entrambe le parti hanno impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili sia il ricorso principale sia quello incidentale. Per pretendere gli interessi nell'ambito di un'associazione temporanea di imprese occorre provare la data esatta in cui la capogruppo ha incassato i fondi dalla stazione appaltante. Inoltre le contestazioni sui conteggi dei lavori costituiscono valutazioni di fatto non riesaminabili in sede di legittimità.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a oltre cinque anni di reclusione e la misura di sicurezza della casa di lavoro per un uomo riconosciuto colpevole quale mandante dell'incendio di un edificio. La difesa sosteneva la sussistenza del minor reato di danneggiamento seguito da incendio, asserendo che l'intento iniziale fosse soltanto rovinare la struttura. I giudici hanno invece configurato il pieno reato di incendio doloso: l'impiego massiccio di liquido infiammabile e la saturazione dell'aria con conseguente deflagrazione provano la chiara intenzione di provocare un vasto rogo. Confermato anche il ruolo direttivo del mandante e la piena validità della misura di sicurezza applicata.
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La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della misura di sicurezza della libertà vigilata per due anni nei confronti di un soggetto, ritenuto il mandante di un tentato omicidio legato a dissidi ereditari. L'omicidio non si era consumato solo grazie al tempestivo arresto del killer incaricato. La difesa sosteneva che l'accordo fosse astratto e che la pericolosità sociale non fosse più attuale, poiché la controversia civile sui terreni era stata risolta con un accordo pacifico. I giudici hanno invece respinto il ricorso, stabilendo che la pericolosità sociale rimane concreta e attuale. Questo a causa della gravità del fatto, del ricorso a esponenti della criminalità organizzata e del movente economico originario, elementi che non vengono cancellati da un successivo accordo privato.
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La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della misura di sicurezza della libertà vigilata per due anni nei confronti di un uomo ritenuto il mandante di un tentato omicidio. Il ricorrente aveva commissionato l'assassinio di un rivale per motivi ereditari a esponenti della criminalità locale. Nonostante l'arresto tempestivo del killer abbia impedito l'evento e le parti abbiano successivamente risolto la lite civile con una transazione, i giudici hanno ritenuto concreto l'accordo criminoso e persistente la pericolosità sociale dell'uomo. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che il contatto con la criminalità organizzata e la gravità del piano originario giustificano pienamente la misura applicata.
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L'erede di un imprenditore, membro di un'associazione temporanea di imprese, ha impugnato un decreto ingiuntivo basato su un lodo arbitrale. L'opponente sosteneva che la clausola compromissoria inserita nel contratto di subappalto dalla capogruppo non fosse a lui opponibile, non avendo firmato direttamente l'accordo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che il mandato speciale conferito alla capogruppo includeva il potere di stipulare contratti esecutivi e, di conseguenza, anche la clausola compromissoria. Tale pattuizione vincola direttamente le imprese mandanti. Di conseguenza, l'erede dell'imprenditore opponente perde la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna all'ergastolo per il capo di un clan locale, ritenuto responsabile come mandante di un triplice omicidio avvenuto nel 1991. L'azione, commissionata per eliminare un rivale, ha causato anche la morte di due passanti innocenti per errore dei sicari. La difesa contestava l'utilizzo delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e la presenza di una precedente condanna definitiva a carico di un coesecutore. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la responsabilità del mandante è pienamente provata dalle dichiarazioni dei pentiti, concordi e riscontrate dalle prove scientifiche. Inoltre, l'accordo difensivo sull'acquisizione degli atti sana la mancata audizione dei testimoni. Il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali e i risarcimenti alle parti civili.
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La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di dirigere un clan mafioso direttamente dal penitenziario tramite uno smartphone. L'indagato era ritenuto il mandante di due gravi tentate estorsioni sul territorio. La difesa contestava la gravità degli indizi, l'identificazione vocale dell'assistito e una presunta violazione del diritto di difesa dovuta al deposito tardivo di un'annotazione di polizia durante l'udienza di riesame. I giudici di legittimità hanno respinto il ricorso, ritenendo la motivazione del Tribunale solida, coerente e basata su molteplici elementi concordanti, come intercettazioni e testimonianze. Di conseguenza, la misura restrittiva resta confermata.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato come mandante di un delitto di camorra. L'imputato lamentava il mancato riconoscimento della prevalenza delle circostanze attenuanti generiche rispetto alla recidiva reiterata e alla premeditazione. I giudici hanno chiarito che l'articolo 69 del codice penale vieta espressamente di considerare le attenuanti prevalenti sulla recidiva reiterata. Inoltre, la collaborazione con la giustizia non può superare la gravità di un crimine pianificato con fredda determinazione per scopi di egemonia mafiosa. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Un'amministrazione pubblica ha richiesto la ripetizione dell'indebito per oltre nove milioni di euro a causa di pagamenti non dovuti per lavori portuali. L'appalto era stato affidato a un'Associazione Temporanea di Imprese. I giudici di merito avevano condannato in solido le imprese mandanti a restituire l'intera somma, sebbene i pagamenti fossero stati incassati esclusivamente dalla capogruppo mandataria, poi fallita. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'impresa mandante, stabilendo che il fallimento della capogruppo scioglie il mandato ma non estende la responsabilità restitutoria alle mandanti oltre la quota dei lavori di loro spettanza. Di conseguenza, la mandante non deve rispondere dell'intero debito accumulato dalla capogruppo.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da tre soggetti condannati per tentata estorsione aggravata. Il Mandante del reato lamentava una carenza di motivazione sulla gravità delle minacce e sulla determinazione della pena. La Suprema Corte ha chiarito che il ricorso è inammissibile se non contesta in modo specifico le motivazioni della sentenza d'appello. Inoltre, se i motivi di appello sulla pena sono generici, il giudice di secondo grado non ha l'obbligo di fornire una risposta dettagliata. Gli altri due complici hanno presentato ricorsi non validi perché proposti da soggetti non legittimati. Di conseguenza, tutti i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle Ammende.
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Il Mandante ha ordinato l'incendio dell'abitazione estiva della Vittima come ritorsione per la sua collaborazione con la giustizia. Gli esecutori materiali hanno forzato l'ingresso e appiccato il fuoco con taniche di benzina. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna del Mandante per danneggiamento seguito da incendio e violazione di domicilio aggravata. I giudici hanno ritenuto pienamente utilizzabili le intercettazioni ascoltate in remoto dalla polizia giudiziaria, poiché la registrazione originale è avvenuta sui server della Procura. Inoltre, la Suprema Corte ha confermato l'aggravante del metodo mafioso, evidenziando la chiara finalità ritorsiva e intimidatoria dell'azione, volta a punire la collaborazione con le forze dell'ordine. Il ricorso del Mandante è stato dichiarato inammissibile.
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Un promotore finanziario ha contestato la fine del suo rapporto di collaborazione con una banca, chiedendo il risarcimento dei danni e differenze sulle provvigioni. La Corte d'Appello ha riconosciuto al lavoratore l'indennità di preavviso e alcune differenze provvigionali, escludendo però ulteriori danni legati allo sviluppo dell'attività. Entrambe le parti hanno presentato ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha rigettato sia il ricorso principale del promotore sia quello incidentale della banca. I giudici hanno confermato che l'indennità di preavviso spetta per il solo fatto del recesso dal contratto di agenzia. Inoltre, hanno ribadito che spetta al giudice interpretare la domanda iniziale senza essere vincolato dalle formule letterali usate dalle parti. La decisione d'appello è stata interamente confermata, con compensazione delle spese di giudizio.
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Il caso riguarda il tentato omicidio di un commerciante, organizzato da un presunto mandante che riteneva la vittima un confidente della polizia. La Corte d'Appello aveva condannato il presunto mandante basandosi quasi esclusivamente sulle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia. La Corte di Cassazione ha annullato la condanna con rinvio. I giudici di legittimità hanno rilevato che la Corte d'Appello ha omesso di valutare preventivamente l'attendibilità intrinseca del dichiarante e non ha effettuato un esame globale e unitario dei riscontri esterni. La sentenza ribadisce che la chiamata in correità richiede una rigorosa verifica in tre fasi distinte, elementi che in questo caso sono mancati o sono stati motivati in modo del tutto illogico.
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Un imprenditore ha subito la custodia cautelare in carcere con l'accusa di tentata estorsione pluriaggravata e porto abusivo di materiale esplosivo. L'uomo aveva assoldato due complici per lanciare bottiglie molotov contro l'abitazione di una sua ex dipendente, al fine di costringerla a rinunciare a un credito di lavoro. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imprenditore, confermando la massima misura cautelare. I giudici hanno evidenziato la gravità della condotta e l'inadeguatezza degli arresti domiciliari, poiché l'indagato ha dimostrato la capacità di agire nell'ombra muovendo complici da lontano. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Un'agenzia assicurativa ha citato in giudizio la compagnia mandante per contestare un recesso per giusta causa del contratto di agenzia. L'agenzia chiedeva indennità, ma la compagnia sosteneva che il recesso fosse legittimo a causa di gravi dissidi interni tra i soci dell'agenzia e la chiusura non autorizzata degli uffici. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno riconosciuto la giusta causa. La Corte di Cassazione ha confermato queste decisioni, rigettando il ricorso dell'agenzia e condannandola a rimborsare le spese legali alla compagnia, oltre a un importo residuo.
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La Corte di Cassazione ha analizzato un caso di concorso in estorsione aggravata a carico di un presunto capo clan, già detenuto in regime di 41-bis. L'uomo era accusato di essere il mandante di due estorsioni. La Corte ha annullato l'ordinanza di custodia cautelare per uno dei due episodi. I giudici hanno stabilito un principio fondamentale: essere il capo di un'organizzazione criminale non comporta una responsabilità automatica per ogni reato commesso dagli affiliati. L'accusa deve fornire prove specifiche che dimostrino il ruolo di mandante del boss in ogni singolo episodio criminoso. In questo caso, per una delle estorsioni, gli elementi a carico del detenuto sono stati ritenuti insufficienti.
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Un vecchio rancore per questioni di vicinato porta un uomo a commissionare l'uccisione del figlio del suo rivale. L'incarico viene affidato a un esecutore materiale, aiutato da tre complici che partecipano ai sopralluoghi, forniscono l'auto e nascondono l'arma. La vittima viene uccisa a colpi di pistola nella sua macelleria. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tutti i partecipanti per omicidio premeditato, ritenendo pienamente provato il contributo di ciascuno. La Corte ha validato le dichiarazioni dell'esecutore, diventato collaboratore di giustizia, perché supportate da prove oggettive come tabulati telefonici e video di sorveglianza. Due ricorsi sono stati respinti, uno dichiarato inammissibile.
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