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Indizio grave, preciso e concordante

Definizione

Elemento di fatto certo che conduce logicamente alla dimostrazione della verità senza lasciare spazio a dubbi ragionevoli.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Delitto di tentata rapina: quando gli indizi portano alla condanna
Due imputati hanno proposto ricorso per Cassazione contro la sentenza della Corte di appello che confermava la loro colpevolezza per il delitto di tentata rapina. I ricorrenti lamentavano violazione di legge e travisamento degli elementi probatori, con particolare riguardo alle intercettazioni telefoniche e alle testimonianze raccolte. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi del tutto inammissibili. Le doglianze difensive non hanno superato il vaglio preliminare: esse contestavano in modo vago la motivazione senza trascrivere i testi integrali delle conversazioni intercettate e senza allegare gli atti specifici. Inoltre, i giudici di merito avevano già collegato in modo logico le parole captate al ritrovamento di oggetti sospetti nell'autovettura di uno dei responsabili. Entrambi i soggetti sono stati condannati al pagamento delle spese di lite e al versamento di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Processo indiziario e omicidio: senza movente c’è condanna
La vicenda riguarda la scomparsa e la morte di una donna, trovata priva di vita all'interno della stanza chiusa a chiave dell'abitazione del convivente. L'uomo si era dato alla fuga verso l'estero subito dopo una lite e deteneva una pistola. La difesa contestava l'assenza di un movente certo e l'incompatibilità oraria della perizia. I giudici hanno chiarito che il processo indiziario e omicidio non richiede necessariamente l'accertamento del movente se gli indizi sono gravi, precisi e convergenti. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a ventisette anni di carcere per omicidio, porto d'armi e spaccio di stupefacenti, respingendo integralmente il ricorso.
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Omicidio colposo stradale: doppio sorpasso fatale
Un ciclista perdeva la vita lungo una strada statale a causa di un tragico impatto. L'automobile intraprendeva il sorpasso del velocipede spostandosi a sinistra, mentre sopraggiungeva un autoarticolato impegnato a sua volta nel sorpasso della vettura. Il contatto tangenziale tra i due mezzi pesanti faceva perdere il controllo al conducente dell'auto, il quale travolgeva mortalmente il ciclista per poi darsi alla fuga insieme al camionista. I giudici di merito ritenevano entrambi i guidatori responsabili per omicidio colposo stradale in cooperazione tra loro. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente le condanne, rigettando il ricorso dell'automobilista e dichiarando inammissibile quello dell'autotrasportatore, valorizzando la coerenza della ricostruzione cinematica, i rilievi tecnici sulle carrozzerie e i dati telefonici che collocavano con certezza gli imputati sul luogo del sinistro.
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Associazione di tipo mafioso: parentele e condotte
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a otto anni di reclusione per un uomo accusato del reato di associazione di tipo mafioso. L'imputato sosteneva che i giudici avessero dedotto la sua colpevolezza solo dal legame di parentela con esponenti criminali e da intercettazioni generiche. I giudici hanno invece accertato la sua stabile e concreta disponibilità a favore della cosca. Le prove hanno dimostrato interventi diretti dell'imputato per risolvere controversie economiche con metodi intimidatori, la gestione occulta di attività commerciali e riunioni strategiche per ristabilire la propria influenza dopo la scarcerazione. La Suprema Corte ha ritenuto logica la motivazione d'appello, rigettando integralmente il ricorso.
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Diffamazione aggravata tramite social network: condanna senza IP
Il Ricorrente era stato condannato in appello per il reato di diffamazione aggravata tramite social network per aver pubblicato su Facebook post offensivi contro il Sindaco e un Ingegnere del Comune, accusandoli di corruzione e legami mafiosi. La difesa sosteneva che mancasse la prova della paternità del profilo, non essendo stato tracciato l'indirizzo IP, e che la lettura diretta dei post da parte della vittima escludesse il reato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che la proprietà di un account social può essere dimostrata tramite indizi gravi e concordanti, come foto personali e coerenza dei post, anche senza tracciamento IP. Inoltre, la successiva lettura dei post da parte della vittima non equivale alla sua presenza fisica al momento dell'offesa, configurando pienamente il reato.
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