Definizione
Locuzione latina che significa 'non ascoltata l'altra parte'. Indica un provvedimento emesso dal giudice senza aver prima sentito la controparte.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 153 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 46% dei casi il ricorso è stato accolto, almeno in parte.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 46%
- Rigettato 17%
- Inammissibile 27%
- Estinto 1%
- Altro 9%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Penale Sez. 158%
- Penale Sez. 628%
- Civile Sez. 214%
Precedenti più richiamati
- Cass. 8518/2020in 7 provvedimenti
- Cass. 6117/2020in 4 provvedimenti
- Cass. 22282/2020in 4 provvedimenti
- Cass. 41754/2014in 4 provvedimenti
- Cass. 32279/2018in 4 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Un detenuto ha presentato un reclamo per ottenere l'esecuzione forzata di una decisione del 2016 che gli riconosceva un vitto specifico in carcere. Il magistrato ha respinto la richiesta senza udienza per mancanza di prove sulla violazione nell'attuale struttura penitenziaria. Il ricorrente ha impugnato il provvedimento, sostenendo che il tribunale avrebbe dovuto acquisire d'ufficio la documentazione necessaria. La Corte di Cassazione ha confermato che il reclamo del detenuto è inammissibile quando non indica in modo puntuale le condotte o le omissioni contestate all'amministrazione penitenziaria. Senza fatti precisi e verificabili, i giudici non possono avviare indagini né ordinare l'adempimento della disposizione.
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Un automobilista riceveva una condanna per guida in stato di ebbrezza tramite decreto penale. Il difensore presentava formale opposizione a decreto penale per ottenere il processo e difendersi nel merito. Tuttavia, il Giudice per le indagini preliminari dichiarava d'ufficio l'estinzione del reato per prescrizione, revocando il decreto penale e disponendo la trasmissione degli atti alla Prefettura per le sanzioni sulla patente. L'automobilista impugnava la decisione dinanzi alla Corte di Cassazione, evidenziando come tale chiusura sommaria violasse le norme procedurali e impedisse all'imputato di rinunciare alla prescrizione per dimostrare la totale innocenza. La Suprema Corte ha accolto il ricorso e ha annullato il provvedimento senza rinvio: una volta ricevuta l'opposizione, il giudice non ha il potere di archiviare d'ufficio la causa, ma deve obbligatoriamente avviare il rito richiesto dal cittadino.
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Una società richiede al Tribunale la conferma delle misure protettive del patrimonio nell'ambito della composizione negoziata della crisi d'impresa. L'imprenditore intende congelare le azioni dei creditori per negoziare un piano di rientro. Il consulente nominato dal tribunale rileva tuttavia gravi lacune nei presupposti economici e dichiara inidoneo il progetto di risanamento. Constatata l'assenza di concrete prospettive di ripresa, l'esperto indipendente formalizza la relazione di archiviazione sulla piattaforma dedicata. La società prende atto della situazione e deposita formale rinuncia all'istanza protettiva. Il Tribunale dichiara quindi estinto il procedimento cautelare, cancella l'udienza e ordina l'immediata trasmissione di tutti gli atti alla Procura della Repubblica per le verifiche penali di competenza.
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Il Tribunale di Roma ha confermato le misure protettive CCII per una società attiva nel settore della grande distribuzione, bloccando le azioni esecutive per 120 giorni. Il giudice ha ritenuto il piano di risanamento credibile, ma ha rigettato la richiesta di sospendere il pagamento delle rate fiscali, poiché tale effetto non può essere disposto per via cautelare giudiziaria.
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Il Tribunale del riesame ha ridotto la misura restrittiva a carico di un indagato per traffico di stupefacenti, concedendo gli arresti domiciliari al posto del carcere. I giudici hanno tuttavia confermato la presenza di gravi indizi di colpevolezza richiamando la decisione del primo giudice. L'indagato ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo l'invalidità del provvedimento per mancanza di una valutazione autonoma dei fatti e per travisamento probatorio. La Suprema Corte ha respinto il ricorso dichiarandolo inammissibile. Il rapporto tra ordinanza cautelare e riesame non impone una riscrittura integrale delle prove a pena di nullità, purché la motivazione risponda adeguatamente alle censure difensive.
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La Corte d'Appello ha esaminato un'istanza di sospensione efficacia esecutiva riguardante un debito di oltre centomila euro e una sanzione per lite temeraria. Il giudice ha confermato la sospensione solo per la sanzione pecuniaria, rilevando la mancanza di prove concrete circa il rischio di danno grave e irreparabile per il debito principale.
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Un compositore ha citato in giudizio un noto cantante e una casa discografica per il presunto plagio musicale di un proprio brano, chiedendo il risarcimento dei danni patrimoniali e morali. I giudici di merito hanno respinto la richiesta per carenza di originalità e novità dell'opera originaria. Il compositore ha quindi tentato il ricorso per cassazione dopo aver attivato la procedura di revocazione della sentenza d'appello. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché presentato oltre i termini di legge. La richiesta di revocazione non sospende automaticamente i tempi per l'impugnazione ordinaria. La temporanea sospensione presidenziale, revocata dal collegio, non ha salvato il ricorso dalla tardività, confermando la piena vittoria del cantante e della casa editrice.
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Un Lavoratore ha chiesto l'equa riparazione per la durata eccessiva di un precedente processo. Il Ministero della Giustizia ha pagato 2.000 euro più 300 euro di spese. Il Lavoratore ha contestato la liquidazione delle spese, sostenendo che dovessero essere calcolate come per un giudizio contenzioso, non monitorio. La Corte d'Appello ha respinto l'opposizione. La Cassazione ha confermato che, se l'opposizione alla liquidazione delle spese per l'equa riparazione viene respinta, le spese della fase iniziale (monitoria) restano valide e non si applicano le tariffe dei giudizi contenziosi. Le spese del giudizio di opposizione, invece, se infondato, sono a carico del Lavoratore. La Corte ha quindi rigettato il ricorso del Lavoratore.
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La Corte di Cassazione ha esaminato una controversia tra un Committente e un Appaltatore relativa a lavori di costruzione. Il Committente contestava l'inizio e la fine dei lavori, vizi e opere extracontrattuali. I giudici di merito avevano condannato il Committente al pagamento di somme all'Appaltatore e anche a una sanzione per responsabilità processuale aggravata. La Cassazione ha rigettato i motivi relativi ai vizi e ai tempi dei lavori, ritenendoli accertamenti di fatto. Ha invece accolto il ricorso del Committente sulla responsabilità processuale aggravata, chiarendo che la mera contestazione di una consulenza tecnica d'ufficio non basta a configurarla, salvaguardando il diritto di difesa.
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Una società in crisi ha presentato domanda di concordato preventivo per evitare il fallimento. Il Tribunale ha escluso dal calcolo delle maggioranze i voti espressi dai fideiussori della società che non avevano ancora pagato i creditori garantiti. Mancando la maggioranza dei consensi, la proposta di concordato è stata respinta e la società è stata dichiarata fallita. Il debitore ha impugnato la decisione lamentando la violazione del diritto di difesa e chiedendo di conteggiare i garanti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso stabilendo un principio chiaro: il garante che non ha ancora pagato il debito non possiede un credito di regresso e non ha diritto al voto dei fideiussori nel concordato. Solo l'effettivo pagamento sostituisce il garante al creditore originario nei diritti di voto.
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Un detenuto ha presentato ricorso contro il diniego del Magistrato di Sorveglianza di Milano di utilizzare un lettore senza limiti di tempo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il motivo principale è stato che l'avvocato che ha proposto l'impugnazione non era iscritto all'albo speciale della Corte di Cassazione. Questo vizio formale ha reso l'atto nullo fin dall'origine. Di conseguenza, il detenuto è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle Ammende.
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La Suprema Corte ha affrontato un caso cruciale sulla validità della notifica di un decreto penale di condanna. L'Imputata aveva ricevuto un decreto per lesioni volontarie e si era opposta, ma il Tribunale aveva dichiarato l'opposizione tardiva. La questione centrale era se la semplice spedizione dell'avviso di deposito dell'atto fosse sufficiente per perfezionare la notifica. La Suprema Corte ha stabilito che per la validità della notifica decreto penale, non basta spedire l'avviso di deposito, ma serve la prova certa dell'effettiva ricezione da parte del destinatario. La sentenza annulla la decisione del Tribunale, rinviando il caso per un nuovo esame.
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Un imprenditore agricolo subisce una condanna in primo e secondo grado per coltivazione illecita di marijuana e furto aggravato di energia elettrica tramite allaccio abusivo. Il giudice sostituisce la custodia in carcere con l'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. L'imputato richiede la revoca della misura cautelare, sostenendo che il decorso del tempo e la sua condotta corretta abbiano azzerato il pericolo di commettere nuovi reati. I giudici di merito respingono la richiesta per assenza di elementi di novità e persistenza della pericolosità. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile: la doppia condanna rafforza la certezza dei fatti e il semplice trascorrere del tempo non basta a giustificare la revoca della misura cautelare.
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Un individuo ha ottenuto l'ammissione alla messa alla prova con lavoro di pubblica utilità. Il GIP ha calcolato la durata del lavoro basandosi su un decreto penale di condanna precedente, al quale l'individuo si era opposto. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione. Ha stabilito che il giudice non può determinare la durata del lavoro di pubblica utilità per la messa alla prova con un riferimento automatico a un decreto penale opposto e quindi "caducato". Il giudice deve motivare la sua scelta in base alla gravità del reato e alla personalità dell'imputato, applicando i criteri dell'Art. 133 c.p.
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Durante l'arresto per presunta associazione di stampo mafioso, le forze dell'ordine sequestrano 16.680 euro in contanti all'Indagato. La difesa impugna la misura, sostenendo che il denaro derivi da risparmi personali e dall'attività di un'azienda agricola. La Corte di Cassazione conferma la validità del sequestro preventivo di denaro. I giudici chiariscono che, per bloccare somme di contante destinate alla confisca come profitto di reato, non occorre la prova matematica del legame diretto tra le singole banconote e il reato. È sufficiente il sospetto fondato che il denaro derivi da illeciti. Nel caso specifico, i bilanci dell'attività agricola mostravano gravi perdite e i conti correnti erano pressoché vuoti, rendendo ingiustificata la disponibilità di un'ingente somma in contanti. Il ricorso dell'Indagato viene rigettato con condanna alle spese.
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Un condannato ha promosso un incidente di esecuzione per bloccare l'efficacia della propria sentenza penale, lamentando la violazione dei diritti di difesa durante il processo. Il magistrato ha dichiarato inammissibile l'istanza. Il condannato ha impugnato il provvedimento dinanzi alla Corte di Cassazione, contestando l'incompatibilità del giudice dell'esecuzione perché coincidente con la stessa persona fisica che aveva già emesso la condanna nel giudizio di merito.
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dichiarandolo inammissibile. I giudici hanno chiarito che la precedente pronuncia di merito non genera alcuna incompatibilità del giudice dell'esecuzione né determina la nullità del provvedimento. L'eventuale mancata astensione per ragioni di convenienza rileva solo sul piano disciplinare interno e non invalida la decisione esecutiva. Il condannato ha subito la condanna alle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Un Condannato ha chiesto la riabilitazione penale dopo patteggiamento per condanne passate. Il Tribunale di Sorveglianza ha dichiarato la sua istanza inammissibile de plano, ritenendo che il patteggiamento estinguesse già gli effetti penali, rendendo la riabilitazione superflua. Il Condannato ha fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha annullato il decreto, affermando che l'interesse alla riabilitazione sussiste anche dopo il patteggiamento, poiché la riabilitazione ha effetti più ampi, come la cancellazione dal casellario giudiziale. Il Tribunale di Sorveglianza dovrà riesaminare l'istanza.
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Un imputato condannato in appello ha richiesto la scarcerazione, sostenendo che i termini di custodia cautelare fossero scaduti dopo quattro anni continui di detenzione. Il Tribunale del Riesame ha respinto l'istanza computando le legittime sospensioni dei termini per la stesura delle motivazioni, la relativa proroga presidenziale e l'intero periodo del processo di secondo grado. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione lamentando la mancata instaurazione del contraddittorio sulla proroga e l'erroneo computo dei giorni tra le udienze. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile: la proroga presidenziale non richiede preventivo contraddittorio e la sospensione cautelare include legittimamente i normali tempi intermedi tra le varie udienze.
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Un Condannato ha presentato un incidente di esecuzione per contestare una condanna, sostenendo che i fatti per cui era stato condannato in Grecia e in Italia fossero distinti. Il Tribunale ha dichiarato inammissibile la sua richiesta, ritenendola una riproposizione di un'istanza già respinta. Il Condannato ha quindi proposto ricorso, affermando di aver presentato nuovi elementi. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso penale, poiché il Condannato non aveva allegato l'istanza originale, rendendo impossibile per la Corte verificare la presenza di tali nuovi elementi, configurando una 'carenza di autosufficienza'.
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Un detenuto ha chiesto di accedere a misure alternative, come l'affidamento in prova e la detenzione domiciliare. Il Presidente del Tribunale di Sorveglianza ha respinto le sue richieste, dichiarandole inammissibili, perché il condannato aveva commesso reati ostativi. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione. Ha stabilito che la sola presenza di un reato ostativo non impedisce automaticamente l'accesso alle misure alternative e che il giudice deve sempre valutare il caso in modo approfondito, non potendo decidere "de plano" (senza un'udienza completa). Il caso tornerà al Tribunale di Sorveglianza per una nuova valutazione.
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