Definizione
Rumori, fumi o esalazioni provenienti da un fondo vicino che superano la normale tollerabilità.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 45 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 47% dei casi il ricorso è stato rigettato.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 37%
- Rigettato 47%
- Inammissibile 14%
- Altro 2%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Civile Sez. 261%
- Civile Sez. 334%
- Civile Sez. 65%
Precedenti più richiamati
- Cass. 28201/2018in 5 provvedimenti
- Cass. 17281/2005in 4 provvedimenti
- Cass. 5844/2007in 3 provvedimenti
- Cass. S.U. 4848/2013in 4 provvedimenti
- Cass. 21554/2018in 4 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Una società di logistica ha citato in giudizio l'ente gestore della rete stradale per ottenere il risarcimento danni da immissioni causate da un cantiere limitrofo. L'attrice lamentava danni agli automezzi e calo di clientela dovuti alla dispersione di polveri e fango. Sia il Tribunale che la Corte d'Appello hanno rigettato la domanda per mancata prova dell'effettivo pregiudizio e dell'intollerabilità dei disagi. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto dichiarando il ricorso improcedibile per omesso deposito della relata di notifica e inammissibile nel merito, ribadendo che chi richiede i danni deve dimostrarne rigorosamente l'esistenza.
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L'Acquirente ha citato in giudizio la Ricorrente per accertare la proprietà di alcune aree e beni comuni, contestati dalla Ricorrente dopo l'acquisto di una casa. La Ricorrente aveva occupato spazi e impedito l'uso di parti comuni. La Corte d'Appello aveva parzialmente accolto le richieste dell'Acquirente. La Ricorrente ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che l'Acquirente non avesse fornito la prova rigorosa della proprietà richiesta per un'azione di rivendicazione. La Cassazione ha rigettato il ricorso, ribadendo che l'onere della prova è attenuato quando i beni provengono da un comune dante causa, e l'Acquirente aveva dimostrato il suo titolo.
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Un'azienda che gestisce un complesso ricreativo ha citato in giudizio un'azienda agricola vicina per le forti immissioni olfattive provenienti dal suo allevamento di maiali. La società ricreativa chiedeva che gli odori fossero dichiarati intollerabili. I giudici di merito e la Cassazione hanno respinto la richiesta. Hanno stabilito che la "normale tollerabilità" degli odori va valutata in base alle caratteristiche della zona (rurale) e al "preuso" dell'allevamento, che era preesistente o comunque aveva iniziato la sua trasformazione intensiva prima dell'espansione del complesso ricreativo. Le immissioni, essendo tipiche di un'area agricola, sono state considerate tollerabili.
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I Condomini di un edificio hanno citato in giudizio i Proprietari del Locale e i Gestori del Locale (una pizzeria) a causa di rumori e odori molesti, oltre che per l'installazione non autorizzata di una canna fumaria. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno accertato la presenza di immissioni intollerabili in condominio, ordinando la rimozione della canna fumaria e condannando i responsabili al risarcimento dei danni. I Proprietari del Locale hanno proposto ricorso in Cassazione, contestando il metodo di misurazione a campione usato dal perito e la risarcibilità del danno senza prova medica. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che il danno alla vivibilità della casa è risarcibile anche tramite presunzioni e che il regolamento condominiale contrattuale vieta modifiche senza il consenso dell'assemblea. I Condomini hanno quindi vinto definitivamente la causa.
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Alcuni residenti hanno citato in giudizio l'Azienda che gestisce un vicino impianto di motocross, lamentando immissioni rumorose intollerabili e chiedendo il risarcimento dei danni. La Corte d'Appello ha accolto la domanda dei cittadini, condannando l'Azienda. Quest'ultima ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo la legittimità delle proprie autorizzazioni comunali e invocando il criterio del preuso, poiché i residenti avevano acquistato le case conoscendo l'esistenza della pista. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che le autorizzazioni amministrative non escludono l'illiceità dei rumori se superano la normale tollerabilità. Inoltre, il criterio del preuso ha carattere puramente sussidiario e non giustifica il superamento delle soglie di rumore consentite. L'Azienda è stata quindi condannata in via definitiva al risarcimento dei danni e al pagamento delle spese processuali.
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Un cittadino ha citato in giudizio un'azienda alberghiera per ottenere l'eliminazione delle immissioni intollerabili di polveri causate dal passaggio di veicoli sulla strada di accesso al resort, adiacente alla sua villa, e il risarcimento dei danni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del cittadino, confermando che la strada in questione era stata assoggettata a uso pubblico tramite una convenzione urbanistica con il Comune. Di conseguenza, la proprietà e la gestione della strada spettano all'ente pubblico, che è l'unico soggetto legittimato a subire l'azione legale per le modifiche strutturali e per il risarcimento dei danni. L'azienda alberghiera è stata quindi liberata da ogni responsabilità.
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I proprietari di due appartamenti sovrastanti hanno citato in giudizio i titolari di un bar al piano terra, lamentando che una grande tenda da sole impedisse la loro veduta in appiombo e che due condizionatori causassero rumori e calore intollerabili. La Corte d'appello aveva ordinato la rimozione della tenda. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dei proprietari del bar, stabilendo che i giudici d'appello non hanno accertato se la tenda costituisca una vera e propria costruzione ai fini delle distanze dalle vedute. La Suprema Corte ha inoltre confermato la legittimità dei condizionatori sulla facciata condominiale, in quanto uso lecito della cosa comune senza prova di immissioni intollerabili. La causa è stata rinviata per un nuovo esame della struttura della tenda.
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Un proprietario ha promosso un'azione legale contro il titolare di un chiosco bar a causa di immissioni sonore intollerabili oltre l'orario consentito. Il Tribunale ha ordinato la cessazione dei rumori e stabilito un risarcimento di 25.000 euro per il deprezzamento dell'immobile. La Corte d'Appello ha ridotto il risarcimento a 5.000 euro, ritenendo che il disturbo fosse durato solo un mese e liquidando unicamente il danno al possesso. L'erede del proprietario ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che i rumori fossero proseguiti anche dopo l'ordine del giudice e lamentando la mancata liquidazione dei danni alla salute. La Cassazione ha rigettato il ricorso: la prosecuzione dei rumori non era stata specificamente dimostrata nei precedenti gradi di giudizio, e i danni alla salute non sono automatici ma richiedono prove concrete.
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Un condomino ha citato in giudizio la vicina del piano di sopra a causa di rumori intollerabili provenienti dalle tubature del bagno. Il Tribunale ha ordinato i lavori di riparazione ma ha negato il risarcimento del danno alla salute, ritenendo che lo stress del proprietario fosse dovuto anche a suoi tratti caratteriali ansiosi. La Corte di Cassazione ha ribaltato questa decisione, stabilendo che la presenza di una predisposizione personale o di altre concause non esclude il diritto al risarcimento danno da rumore. Se il rumore molesto ha contribuito a peggiorare lo stato psico-fisico del danneggiato, il danno va comunque risarcito. La sentenza è stata cassata con rinvio per la quantificazione del danno.
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I proprietari di un appartamento agiscono contro i vicini e la società conduttrice di un locale seminterrato, lamentando intollerabili immissioni rumorose in condominio dovute all'attività di discoteca. Nel corso del giudizio, la società rilascia l'immobile e cessa l'attività. I giudici di merito dichiarano cessata la materia del contendere, ma i danneggiati ricorrono in Cassazione pretendendo comunque un provvedimento di inibitoria futura contro i proprietari del locale. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso: l'interesse ad agire deve essere attuale e concreto. Poiché il disturbo è cessato con il rilascio del locale, non sussiste alcun danno reale e presente da inibire. I ricorrenti perdono la causa e sono condannati a pagare le spese di giudizio.
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Un condomino ha citato in giudizio i propri fratelli, comproprietari dello stesso stabile, contestando l'installazione di mobili personali sui pianerottoli comuni, la presenza di una canna fumaria difettosa che emetteva fumi intollerabili e l'inesattezza delle tabelle millesimali. La Corte d'Appello ha accolto le domande, ordinando la rimozione dei mobili e della canna fumaria e disponendo nuove tabelle. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del condomino soccombente, confermando che l'occupazione stabile dei pianerottoli viola il principio del corretto uso della cosa comune, in quanto impedisce il pari uso agli altri condomini. La Suprema Corte ha inoltre ribadito la piena legittimazione del singolo condomino ad agire in giudizio a tutela dei beni comuni e la validità della revisione delle tabelle millesimali basata sulla consulenza tecnica.
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I proprietari di un appartamento hanno citato in giudizio il vicino lamentando immissioni olfattive intollerabili causate da una cucciolata di cani. Il Giudice di pace ha liquidato un risarcimento, ma il Tribunale, in appello, ha accertato che i cattivi odori erano già cessati prima della notifica della citazione, disponendo la compensazione delle spese legali per soccombenza reciproca. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei proprietari. La Suprema Corte ha chiarito che il cumulo di domande (inibitoria, risarcimento e demolizione) esclude il giudizio d'equità e che la cessazione della condotta lesiva prima del giudizio giustifica la compensazione delle spese. I ricorrenti sono stati condannati a pagare le spese del giudizio di legittimità.
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I Danneggiati, disturbati dai rumori di una discoteca, chiedono il risarcimento ai Proprietari dell'immobile locato. La Cassazione rigetta la domanda ritenendo i Proprietari non responsabili delle immissioni del Conduttore. I Danneggiati propongono ricorso per revocazione, lamentando tre presunti errori. La Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso: gli errori contestati (errata interpretazione di precedenti, risarcibilità del danno patrimoniale e decisione senza fascicolo) costituiscono valutazioni giuridiche e non sviste materiali. Di conseguenza, non è configurabile la revocazione per errore di fatto, poiché l'errore di diritto non legittima questo rimedio straordinario. I Proprietari non rispondono dei danni.
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I proprietari di un appartamento hanno fatto causa a un'associazione culturale situata nel locale sottostante per via di forti rumori notturni causati dalla musica. La Corte d'appello ha vietato l'attività musicale fino all'insonorizzazione e ha condannato l'associazione e la sua rappresentante legale, in proprio, al risarcimento dei danni. La Cassazione ha confermato l'intollerabilità delle immissioni rumorose e la risarcibilità del danno al riposo e alla vita familiare, anche in assenza di una malattia medica provata. Tuttavia, accogliendo il ricorso della rappresentante, la Suprema Corte ha stabilito che la responsabilità personale dell'amministratore di un'associazione non riconosciuta è sussidiaria. Di conseguenza, ha annullato la condanna personale della rappresentante, confermando solo quella dell'associazione.
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I Proprietari dell'Abitazione hanno citato in giudizio La Società proprietaria di un cementificio per ottenere la cessazione di rumori e vibrazioni nocive. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei proprietari, confermando che la tollerabilità delle immissioni deve essere valutata considerando la destinazione industriale della zona. I giudici hanno evidenziato che i limiti acustici di legge non erano stati superati e che i ricorrenti non hanno fornito prove sufficienti del danno o dell'intollerabilità dei rumori. Inoltre, le crepe sull'edificio risalivano a un vecchio terremoto e non al passaggio dei mezzi pesanti. Di conseguenza, i proprietari hanno perso la causa e dovranno rimborsare le spese legali.
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La Corte di Cassazione ha affermato la responsabilità del Comune per immissioni di rumore intollerabili provenienti da una strada pubblica. Il caso riguardava i disagi subiti da due residenti a causa degli schiamazzi notturni degli avventori di locali pubblici. Secondo la Corte, il Comune, in qualità di proprietario della strada, ha il dovere di gestirla in modo da non ledere i diritti fondamentali dei cittadini, come la salute e la quiete. Questo obbligo deriva dal principio generale di non danneggiare gli altri ('neminem laedere') e non richiede una norma specifica che imponga la vigilanza. Di conseguenza, il Comune può essere condannato a prendere provvedimenti per ridurre il rumore e a risarcire i danni subiti dai residenti.
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La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di alcuni residenti che lamentavano rumori e odori molesti provenienti da un locale commerciale vicino. La Corte ha stabilito che per valutare le immissioni intollerabili non sono sempre necessarie perizie tecniche o misurazioni strumentali. Il giudice può basare la sua decisione sul proprio prudente apprezzamento, utilizzando anche prove testimoniali. Per le emissioni olfattive, in particolare, il criterio è 'sensoriale' e soggettivo. La Corte ha quindi rigettato il ricorso del gestore del locale, confermando la sua condanna a ridurre i disturbi e a risarcire i danni ai vicini, poiché la valutazione dei fatti compiuta dal giudice di merito è insindacabile in sede di legittimità.
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La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un proprietario contro l'installazione delle unità esterne dei condizionatori dei vicini. I macchinari, pur essendo su un muro comune, sporgevano nel suo cortile privato. La Corte ha stabilito un principio fondamentale: il diritto del proprietario a escludere terzi dal suo spazio aereo (la 'colonna d'aria') va valutato non solo sull'uso attuale dell'area, ma anche sui possibili usi futuri. Inoltre, le lamentele su gocciolamento e le 'immissioni da condizionatori' (aria calda e rumore) non possono essere respinte senza una verifica tecnica concreta. La causa è stata rinviata al giudice per un nuovo esame basato su questi principi.
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La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta di risarcimento di un gruppo di cittadini per il deprezzamento dei loro immobili, presumibilmente causato dalle immissioni di uno stabilimento industriale. La decisione si fonda sulla mancata dimostrazione di un preciso nesso di causalità nel danno da immissioni. I giudici hanno stabilito che non è sufficiente denunciare la presenza di inquinamento; è necessario provare in modo rigoroso che la perdita di valore delle case sia una conseguenza diretta e specifica di quelle emissioni. La domanda dei cittadini è stata quindi respinta per carenza di prova sul legame causa-effetto.
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Una proprietaria di un immobile cita in giudizio un bar per la costruzione di un dehor che causa una violazione delle distanze legali previste dal piano regolatore locale. Il bar risponde con una richiesta di risarcimento per i danni causati da cattivi odori provenienti da un pozzo nero della proprietaria. La Corte di Cassazione dà ragione alla proprietaria, stabilendo un principio fondamentale: le norme dei regolamenti edilizi locali sulle distanze si applicano sempre, anche se gli edifici non si fronteggiano, perché tutelano l'interesse pubblico all'assetto urbanistico. La Corte annulla anche il risarcimento concesso al bar, poiché non era stata fornita una prova adeguata del danno subito. La causa viene rinviata a un nuovo giudice d'appello.
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