Definizione
Caratteristica di un lavoratore le cui mansioni possono essere svolte indifferentemente da altri colleghi con pari professionalità.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 187 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 57% dei casi il ricorso è stato rigettato.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 19%
- Rigettato 57%
- Inammissibile 24%
- Altro 1%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Civile Sez. Lavoro49%
- Penale Sez. 140%
- Penale Sez. 710%
Precedenti più richiamati
- Cass. 18847/2016in 25 provvedimenti
- Cass. 4678/2015in 26 provvedimenti
- Cass. 32387/2019in 31 provvedimenti
- Cass. 12040/2021in 36 provvedimenti
- Cass. 1245/2022in 15 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Un detenuto ha richiesto il beneficio della liberazione anticipata per diversi semestri di pena. Il Magistrato di sorveglianza e poi il Tribunale di sorveglianza hanno rigettato l'istanza. I giudici hanno valorizzato gravi fatti esterni e interni al carcere: una misura cautelare per maltrattamenti contro la convivente commessi anche durante una misura alternativa, sanzioni disciplinari per minacce alla polizia penitenziaria e aggressioni verso altri carcerati. Il condannato ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo che le indagini per maltrattamenti non erano ancora concluse con una condanna definitiva. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto: per negare la liberazione anticipata non serve attendere la condanna penale definitiva. È sufficiente che i comportamenti accertati dimostrino la mancata adesione all'opera di rieducazione e il persistere dell'inclinazione alla violenza.
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Un uomo condannato ha richiesto di scomputare 195 giorni da una nuova misura restrittiva, la libertà controllata. Il richiedente sosteneva di aver già scontato ingiustamente quel periodo sotto il regime della libertà vigilata. Il Giudice dell'esecuzione ha rigettato l'istanza. La Suprema Corte di Cassazione ha confermato il diniego dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la fungibilità delle misure di sicurezza non detentive non è prevista dalla legge. Tale istituto riguarda esclusivamente il carcere o le misure cautelari detentive. Inoltre, la libertà vigilata serve a neutralizzare una pericolosità sociale attuale, la quale non può essere cancellata o compensata da restrizioni subite in passato.
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La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità di un licenziamento collettivo intimato da una compagnia aerea. Il Lavoratore era stato licenziato senza che l'Azienda avesse correttamente applicato i criteri di scelta. In particolare, l'Azienda non aveva comparato le sue professionalità con quelle di altri dipendenti con mansioni simili, anche se operanti in reparti diversi. La Suprema Corte ha ribadito che, in caso di licenziamento collettivo, la comparazione deve estendersi all'intero complesso aziendale, valutando la fungibilità delle posizioni lavorative. La decisione ha confermato la reintegrazione del Lavoratore e il risarcimento dei danni, sottolineando l'importanza della corretta applicazione dei criteri di scelta.
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La controversia nasce dal mancato adempimento spontaneo di impegni assunti in una lite tra privati. Il ricorrente ha avviato l'azione esecutiva per imporre una condotta specifica concordata in tribunale. I giudici di secondo grado hanno bloccato la procedura, sostenendo che l'accordo non permettesse l'esecuzione forzata di prestazioni pratiche. La Corte di Cassazione ha ribaltato tale decisione, accogliendo il ricorso. La Suprema Corte ha chiarito che il verbale di conciliazione giudiziale costituisce valido titolo esecutivo anche per gli obblighi di fare e non fare. L'accordo stretto davanti a un magistrato garantisce la certezza dei patti e consente l'intervento forzoso dell'ufficiale giudiziario se una parte non rispetta le promesse.
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L Azienda ha avviato una procedura di licenziamento collettivo a seguito della soppressione del servizio di trasporto disabili, escludendo dal lavoro un dipendente addetto alla guida. La società ha limitato la scelta dei licenziandi ai soli lavoratori di quel settore. Il Lavoratore ha impugnato il recesso dimostrando di aver svolto anche mansioni di manutenzione e portineria, risultando così fungibile rispetto ai colleghi di altri reparti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell Azienda e ha confermato l illegittimità della selezione. Il licenziamento collettivo non può essere circoscritto al singolo reparto soppresso quando il dipendente possiede competenze equivalenti a quelle del personale di altri settori aziendali. L Azienda deve reintegrarlo e risarcirlo.
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La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un cittadino contro l'applicazione di misure di prevenzione, come la sorveglianza speciale. Il cittadino contestava la mancata valutazione della sua attuale pericolosità sociale, del periodo già trascorso in una misura simile (poi annullata per incompetenza) e della sua attività lavorativa. La Cassazione ha ritenuto inammissibile il primo motivo, ma ha accolto gli altri due. Ha annullato la decisione precedente, rinviando il caso alla Corte d'Appello di Firenze per una nuova valutazione, sottolineando l'importanza di considerare l'attività lavorativa e i periodi di restrizione già subiti.
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Un condannato chiedeva il computo del presofferto per detrarre dalla pena definitiva il tempo trascorso con obbligo di dimora, divieto di uscire di notte (dalle 22:00 alle 6:00) e obbligo quotidiano di firma. Il Giudice dell'esecuzione prima e la Corte di Cassazione poi hanno respinto la richiesta. I giudici hanno chiarito che le misure non custodiali non equivalgono alla detenzione domiciliare. Il divieto notturno copre le consuete ore di riposo domestico e non trasforma la misura in una privazione totale della libertà. Di conseguenza, il condannato deve scontare l'intera pena senza detrazioni per quel periodo.
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Un uomo condannato per associazione mafiosa ha chiesto il riconoscimento della fungibilità della pena per detrazione del carcere presofferto prima del febbraio 2021. La difesa sosteneva che la partecipazione criminale fosse cessata anni prima a causa della detenzione carceraria. La Corte d'Appello ha respinto l'istanza e la Corte di Cassazione ha confermato il rigetto. Il giudice dell'esecuzione non può retrodatare la fine di un reato permanente se l'imputazione riporta una data di cessazione chiusa e definitiva coperta dal giudicato. Inoltre, il semplice stato di arresto non interrompe automaticamente il vincolo associativo mafioso.
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La Corte di Cassazione ha chiarito i limiti della fungibilità delle pene detentive. Il Giudice dell'esecuzione aveva scomputato oltre un anno di sanzione da espiare, equiparando l'isolamento diurno a periodi trascorsi dal condannato in regime di sorveglianza particolare e in carceri speciali. La Suprema Corte ha accolto il ricorso della Procura Generale e respinto le richieste difensive. I giudici hanno stabilito che l'isolamento diurno costituisce una vera e propria pena penale aggiuntiva all'ergastolo, irrogata per la pluralità dei delitti commessi. Al contrario, i regimi di rigore carcerario rappresentano semplici modalità esecutive interne, disposte per ragioni di sicurezza. Di conseguenza, nessuna fungibilità è ammessa tra sanzioni penali e misure amministrative o di prevenzione interna. Il condannato deve quindi espiare per intero la pena accessoria stabilita.
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Una lavoratrice ha impugnato il licenziamento collettivo disposto dal datore di lavoro all'esito di una procedura di mobilità. L'azienda cedente non aveva confrontato la posizione della dipendente con quella dei colleghi addetti a mansioni equivalenti e fungibili. Successivamente l'impresa ha ceduto il complesso aziendale a una nuova società, escludendo la lavoratrice dall'accordo di trasferimento. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del recesso e ha ordinato all'azienda cessionaria di reintegrare la dipendente. I giudici hanno chiarito che gli accordi sindacali in deroga possono modificare le condizioni contrattuali nelle crisi aziendali, ma non possono sopprimere il diritto al passaggio automatico del personale al nuovo acquirente.
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Un condannato ha ottenuto dal Tribunale il riconoscimento del reato continuato per diverse condanne passate in giudicato, rideterminando la pena complessiva a trenta anni. Il detenuto ha successivamente richiesto di anticipare la decorrenza della pena alla data del primo reato, sperando di recuperare periodi di detenzione pregressi. Il Giudice dell'esecuzione ha respinto la richiesta applicando i limiti dell'articolo 657 del codice di procedura penale. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, dichiarando inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la fungibilità della pena opera solo per il carcere sofferto dopo la commissione del singolo reato da eseguire. Nemmeno la continuazione consente di considerare unitario il reato per eludere il criterio temporale di espiazione.
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Un'azienda ha avviato una procedura di licenziamento collettivo a seguito della perdita di due appalti per l'assistenza agli anziani. L'Azienda ha licenziato direttamente i dipendenti impiegati in quel servizio, ritenendo che non fosse necessario confrontarli con gli altri lavoratori dell'impresa. Il Lavoratore ha impugnato il provvedimento. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento. I giudici hanno chiarito che, anche in caso di chiusura di un singolo appalto, la scelta dei dipendenti da licenziare non può limitarsi automaticamente a quel settore. Il datore di lavoro deve comparare tutti i lavoratori con professionalità equivalente nell'intero complesso aziendale, a meno che non dimostri l'assoluta infungibilità delle mansioni o non indichi motivi specifici nella comunicazione iniziale ai sindacati.
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Una società ha impugnato un avviso di accertamento della tassa sui rifiuti (TARSU) per gli anni dal 2010 al 2012, emesso da un raggruppamento di imprese concessionario del Comune. La Cassazione ha chiarito due aspetti fondamentali. Primo, nei raggruppamenti di imprese misti, l'iscrizione all'albo ministeriale è obbligatoria solo per chi svolge l'attività principale di riscossione, non per chi offre mero supporto secondario. Secondo, l'ente impositore è decaduto dal potere di accertamento per l'anno 2010, poiché il termine di cinque anni scadeva il 31 dicembre 2015. Infine, la Corte ha stabilito che la ripetuta omissione della denuncia per più anni consente l'applicazione del cumulo giuridico, riducendo l'importo totale delle sanzioni. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Un dipendente e consigliere comunale, condannato per peculato, ha chiesto di sottrarre il periodo di sospensione amministrativa già subito dalla pena dell'interdizione dai pubblici uffici. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che le sospensioni amministrative, incluse quelle della Legge Severino, hanno natura preventiva e non punitiva. Di conseguenza, non esiste alcuna fungibilità tra queste misure e la sanzione penale dell'interdizione dai pubblici uffici. Il ricorrente deve quindi scontare interamente la pena accessoria di cinque anni e pagare le spese processuali.
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Un'azienda di servizi ha intimato un licenziamento collettivo a seguito della perdita di due appalti comunali per l'assistenza agli anziani, licenziando direttamente tutti i dipendenti addetti a quel servizio. Una lavoratrice ha impugnato il provvedimento. La Corte d'Appello ha annullato il licenziamento ordinando la reintegrazione, decisione ora confermata dalla Corte di Cassazione. I giudici hanno chiarito che il datore di lavoro non può limitare la scelta dei lavoratori da licenziare ai soli addetti del servizio cessato, senza prima confrontare la loro professionalità con quella degli altri dipendenti dell'azienda (fungibilità). Per restringere la platea dei licenziabili, l'azienda avrebbe dovuto motivare dettagliatamente tale scelta fin dall'avvio della procedura, dimostrando l'infungibilità dei profili. Il ricorso dell'azienda è stato quindi rigettato.
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Un'azienda di servizi ha avviato una procedura di licenziamento collettivo a seguito della perdita di due appalti comunali per l'assistenza agli anziani. L'Azienda ha licenziato direttamente tutti i dipendenti addetti a quel servizio, ritenendo che non fosse necessario confrontarli con gli altri lavoratori dell'impresa. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda, confermando l'illegittimità del provvedimento. I giudici hanno stabilito che la perdita di un appalto non giustifica l'automatica esclusione dal confronto degli altri dipendenti. Il datore di lavoro deve sempre dimostrare l'infungibilità professionale dei lavoratori licenziati rispetto al resto del personale aziendale e indicare chiaramente i motivi di tale limitazione sin dall'avvio della procedura. Di conseguenza, la lavoratrice ha ottenuto la reintegrazione nel posto di lavoro e il risarcimento del danno.
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Il Cittadino ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione per aver subito un anno di custodia cautelare. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda, ritenendo che l'intero periodo fosse stato già recuperato tramite la fungibilità delle pene per un'altra condanna. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Cittadino. I giudici di legittimità hanno rilevato che solo sei mesi e cinque giorni erano stati effettivamente computati nel cumulo delle pene, lasciando la restante parte della detenzione priva di qualsiasi compensazione. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la decisione precedente e ha rinviato il caso alla Corte d'Appello per un nuovo esame.
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Il Direttore del Cimitero, accusato di induzione indebita per aver preteso denaro in contanti in cambio di concessioni funebri, ha impugnato il provvedimento di sequestro preventivo di circa ventimila euro rinvenuti in buste di plastica. Il ricorrente sosteneva che il denaro appartenesse alla ex moglie convivente e derivasse da risparmi leciti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorrente non ha la legittimazione attiva per reclamare beni di terzi. Inoltre, la confisca del denaro è sempre diretta a causa della sua natura fungibile, rendendo irrilevante la prova della provenienza lecita delle specifiche banconote sequestrate. Di conseguenza, il sequestro preventivo è stato confermato.
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La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento collettivo intimato a un dipendente. L'Azienda aveva limitato la scelta dei lavoratori da licenziare alla sola sede locale, escludendo le altre sedi nazionali. I giudici hanno accertato che le competenze del lavoratore erano fungibili con quelle dei colleghi di altre sedi e che il passaggio ad altri settori non richiedeva una formazione complessa. La Suprema Corte ha chiarito che l'illegittima limitazione della platea dei licenziabili costituisce una violazione sostanziale dei criteri di scelta. Di conseguenza, ha confermato il diritto del lavoratore alla reintegrazione nel posto di lavoro e al risarcimento del danno, respingendo il ricorso dell'Azienda e condannandola al pagamento delle spese di giudizio.
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Un'azienda ha avviato una procedura di licenziamento collettivo limitando la scelta dei dipendenti da mandare a casa esclusivamente a una singola sede locale. Il Lavoratore ha impugnato il provvedimento. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del recesso: non è possibile restringere la platea dei lavoratori da licenziare a una sola sede se le mansioni sono identiche e fungibili rispetto a quelle dei colleghi di altre sedi nazionali. La Suprema Corte ha chiarito che i costi di un eventuale trasferimento o la distanza geografica non giustificano questa esclusione. Di conseguenza, la violazione dei criteri di scelta determina l'applicazione della tutela reintegratoria, con il diritto del Lavoratore a riprendere il proprio posto di lavoro e a ricevere un risarcimento economico. L'Azienda è stata condannata anche al pagamento delle spese legali.
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