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Favor Rei — Anno 2026

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Altri anni per Favor Rei

Provvedimenti

Detrazione IVA immobili: no ai bonus per la casa del socio
Una società di costruzione impugna l'avviso di accertamento con cui l'Amministrazione Finanziaria nega la detrazione IVA immobili per i lavori di ristrutturazione di una casa. La società ha affittato l'immobile al proprio amministratore e socio quasi totalitario per uso abitativo privato, senza mai offrirlo sul mercato. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso della società. I giudici stabiliscono che non basta la coerenza astratta con l'oggetto sociale per ottenere il beneficio fiscale. Occorre dimostrare l'effettivo inserimento del bene nel circuito commerciale dell'impresa. Poiché l'immobile è stato destinato a uso personale del socio, manca il requisito fondamentale dell'inerenza. La società perde definitivamente la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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Detrazione IVA e inerenza: no allo scomputo per la villa del socio
Una società immobiliare ha ristrutturato un immobile di lusso, detraendo l'imposta sui relativi lavori. Successivamente, ha affittato la casa al proprio socio di maggioranza e amministratore con un contratto di cinque anni. L'Agenzia delle Entrate ha contestato l'operazione, negando la detrazione IVA e inerenza dei costi, poiché l'immobile non era destinato al mercato ma all'uso personale del socio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società. I giudici hanno stabilito che non basta la coerenza astratta con l'oggetto sociale per scaricare l'imposta. Il contribuente deve dimostrare in concreto che l'operazione sia inserita in una reale attività d'impresa finalizzata a produrre ricavi. Di conseguenza, la società perde la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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Continuazione in executivis: no allo sconto per chi sceglie il crimine
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento della continuazione in executivis per sei sentenze di condanna relative a reati gravi, tra cui associazione mafiosa e omicidio. La Corte d'Appello ha rigettato l'istanza evidenziando la notevole distanza temporale tra i fatti e la diversità dei beni giuridici lesi. La Corte di Cassazione ha confermato tale decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la continuazione in executivis richiede un programma criminoso specifico e preventivo. Non basta una generica propensione a delinquere o uno stile di vita improntato al crimine per ottenere lo sconto di pena, specialmente quando i reati sono distanziati nel tempo e colpiscono interessi differenti. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Risarcimento per disumana carcerazione: no ai termini scaduti
Il Detenuto ha richiesto il risarcimento per disumana carcerazione per un periodo di detenzione già interamente scontato tra il 2012 e il 2017. Il Magistrato di Sorveglianza ha dichiarato inammissibile la domanda per tardività. Il Detenuto ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che la successiva emissione di un provvedimento di cumulo delle pene avesse riaperto i termini per presentare la richiesta. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'unificazione delle pene non riapre i termini per chiedere l'indennizzo per periodi di detenzione già conclusi sotto un diverso titolo esecutivo. Inoltre, per chi ha già finito di espiare la pena, la competenza spetta al Tribunale civile e non al Magistrato di Sorveglianza.
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Reato continuato: no allo sconto di pena tra truffa e bancarotta
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un professionista che chiedeva il riconoscimento del reato continuato tra una truffa aggravata e una bancarotta fraudolenta. Il ricorrente sosteneva che la vicinanza temporale e il comune scopo di lucro dimostrassero un unico progetto criminoso. Tuttavia, i giudici hanno confermato la decisione del Tribunale di Pordenone: i due reati presentavano modalità esecutive, contesti e complici totalmente differenti. La truffa era stata compiuta ai danni di un cliente, mentre la bancarotta consisteva nella sottrazione di un immobile in danno dei creditori di un'altra società. La Suprema Corte ha chiarito che la semplice intenzione di arricchirsi o una generica inclinazione a delinquere non bastano a dimostrare una pianificazione unitaria originaria. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Dichiarazione d’intento omessa: sanzione dovuta anche senza evasione
L'Amministrazione Finanziaria ha sanzionato un'azienda per una dichiarazione d'intento omessa, non trasmessa telematicamente nel 2014. I giudici di merito avevano annullato la sanzione di oltre 146.000 euro, ritenendo l'omissione una violazione puramente formale e non punibile, data l'assenza di evasione fiscale. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Fisco. I giudici di legittimità hanno chiarito che la mancata trasmissione della dichiarazione d'intento ostacola i controlli sull'esenzione IVA, configurando una violazione sostanziale e non formale. Tuttavia, la Corte ha rinviato la causa alla Corte di Giustizia Tributaria per rideterminare la sanzione applicando il principio del favor rei, ossia la disciplina successiva più favorevole introdotta nel 2015.
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Inversione contabile: no all’IVA ma le sanzioni restano in bilico
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società l'omesso versamento dell'IVA e la mancata emissione di autofattura per l'importazione di farina di soia, ritenendo applicabile il regime di inversione contabile. La Commissione Tributaria Regionale aveva annullato l'atto, ritenendo l'omissione una mera irregolarità formale priva di intenti evasivi. La Corte di Cassazione ha confermato l'annullamento del recupero dell'imposta, non essendoci stata evasione effettiva. Tuttavia, ha accolto parzialmente il ricorso del Fisco limitatamente alle sanzioni. La Suprema Corte ha chiarito che l'omessa inversione contabile costituisce violazione formale se l'operazione è registrata in contabilità, ma diventa più grave se l'operazione è del tutto occultata. La causa è stata quindi rinviata al giudice di merito per verificare la corretta qualificazione della violazione e l'applicazione delle sanzioni adeguate.
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Affitto d’azienda o locazione? Il fisco vince in Cassazione
Due società stipulano un contratto di affitto d'azienda relativo a due rami commerciali. Successivamente integrano l'accordo includendo i costi di locazione degli immobili e dichiarando che il valore dei fabbricati supera il 50% del valore aziendale. Questo comporta l'applicazione dell'imposta di registro proporzionale dell'1% in base alla normativa antielusiva. Dopo aver pagato per i primi due anni, le società interrompono i versamenti ritenendo non dovuta l'imposta. L'Agenzia delle Entrate emette avvisi di liquidazione e sanzioni. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso delle società, confermando che l'operazione rientra nella disciplina antielusiva volta a evitare che una locazione immobiliare venga mascherata da affitto d'azienda per pagare meno tasse. Le sanzioni sono confermate poiché non è stato dimostrato l'errore inevitabile.
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Reddito di cittadinanza: arresti non comunicati non sono reato
Il Beneficiario, percettore del Reddito di cittadinanza, veniva condannato nei gradi di merito per non aver comunicato tempestivamente all'INPS la sua sottoposizione alla misura cautelare degli arresti domiciliari. La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna, stabilendo che tale omissione non costituisce reato. Secondo i giudici, l'applicazione di una misura cautelare personale comporta la sospensione automatica del beneficio. Di conseguenza, la mancata comunicazione di questa circostanza da parte del beneficiario non integra la condotta penalmente rilevante di omessa comunicazione di informazioni dovute, poiché la sospensione opera di diritto. Il fatto, pertanto, non è previsto dalla legge come reato.
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Guida in stato di alterazione: il test della saliva è valido
Il caso riguarda un automobilista condannato per guida in stato di alterazione psico-fisica dovuta all'assunzione di cocaina. La difesa ha impugnato la condanna sostenendo la prescrizione del reato e l'inutilizzabilità del prelievo salivare, qualificato come accertamento tecnico irripetibile non eseguito con le dovute garanzie. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che il prelievo di saliva costituisce un accertamento urgente e non un atto irripetibile, poiché il campione biologico non si altera dopo il prelievo. Inoltre, la prescrizione non era maturata grazie alla sospensione prevista dalla legge applicabile al momento del fatto. La condanna è stata quindi confermata definitivamente.
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Confisca per equivalente: no allo sconto se il profitto è occulto
Il ricorrente, condannato per riciclaggio, ha impugnato la decisione della Corte d'appello che ha rideterminato la quota di profitto confiscabile a suo carico in oltre quarantunomila euro. Il ricorrente sosteneva che il suo guadagno effettivo fosse di soli quattordicimila euro, basandosi esclusivamente sui bonifici ricevuti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità della ripartizione in parti uguali del profitto complessivo tra i coimputati. I giudici hanno chiarito che la confisca per equivalente deve colpire l'arricchimento effettivo di ciascun concorrente. Tuttavia, se non è possibile individuare con precisione la quota di ciascuno, è corretto dividere il profitto totale in parti uguali. Di conseguenza, il ricorrente perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Revoca dell’indulto: no sconti per il reato di mafia continuo
La Corte di Cassazione ha confermato la revoca dell'indulto nei confronti di un uomo condannato per associazione mafiosa. Il soggetto aveva beneficiato dello sconto di pena previsto dalla legge del 2006, ma successivamente è stato condannato a dodici anni di reclusione per un reato permanente commesso in modo ininterrotto dal 2001 al 2021. La difesa sosteneva l'incertezza sulla data del reato, chiedendo l'applicazione del principio del favore per il reo. I giudici hanno invece stabilito che, poiché la condotta criminosa si è protratta anche nel quinquennio successivo all'entrata in vigore della legge sull'indulto (2006-2011), i presupposti per la perdita del beneficio sono pienamente integrati. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Condanna per furto annullata per mancanza di querela
L'Imputata era stata condannata per furto aggravato ai danni di due persone. Con il ricorso in Cassazione, la difesa ha eccepito la mancanza di querela a seguito delle novità introdotte dalla Riforma Cartabia, che ha reso il furto procedibile a querela. La Suprema Corte ha accolto il ricorso. Per la prima vittima, nessuna querela era stata presentata nei termini. Per la seconda vittima, il verbale delle forze dell'ordine descriveva solo il fatto senza contenere l'espressa richiesta di punizione dell'autore. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna proprio per la mancanza di querela, dichiarando l'improcedibilità dell'azione penale, pur ponendo le spese di giudizio a carico dell'Imputata.
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Continuazione dei reati: negato lo sconto per condanne distanti
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento della continuazione dei reati tra due condanne definitive: la prima per traffico di stupefacenti commesso fino al 2011, la seconda per associazione mafiosa commessa a partire dal 2017. Il Giudice dell'esecuzione ha rigettato la richiesta a causa del lungo intervallo temporale e della diversa natura dei reati. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la continuazione dei reati richiede un programma criminoso unico e dettagliato, ideato fin dall'inizio. Una generica propensione a delinquere o la scelta di uno stile di vita criminale per fare soldi non bastano a unificare i reati sotto un unico disegno. Di conseguenza, il Condannato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Responsabilità dei dirigenti bancari: i fatti battono la forma
L'Autorità di Vigilanza ha sanzionato il Condirettore Generale di un istituto di credito per gravi irregolarità commesse durante un aumento di capitale, tra cui la mancata valutazione di adeguatezza delle operazioni e pressioni commerciali indebite. Il Dirigente ha impugnato la sanzione, sostenendo di non avere poteri deliberativi formali e invocando l'applicazione retroattiva di una legge successiva più favorevole. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la responsabilità dei dirigenti bancari in base alle loro effettive mansioni operative e non alla sola carica formale. La Corte ha inoltre chiarito che alle sanzioni amministrative pecuniarie si applica il principio del "tempus regit actum" e non quello del "favor rei", escludendo l'applicazione retroattiva delle riforme più favorevoli. Il Dirigente è stato condannato anche per lite temeraria.
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Abuso edilizio: condannate le finte strutture in legno
Quattro soggetti (la proprietaria del terreno, la comodataria, il procuratore e il direttore dei lavori) sono stati condannati per aver realizzato, in un'area vincolata, due fabbricati in legno e verande senza il necessario permesso di costruire. La Corte di Cassazione ha rigettato i loro ricorsi, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che le opere non avevano carattere precario o temporaneo, richiedendo quindi il titolo abilitativo. Inoltre, la Corte ha escluso la prescrizione dei reati, calcolando correttamente i periodi di sospensione previsti dalla legge, e ha negato l'applicazione della particolare tenuità del fatto a causa della gravità e della molteplicità delle violazioni edilizie, sismiche e paesaggistiche commesse. L'abuso edilizio è stato quindi pienamente confermato.
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Associazione finalizzata al traffico di stupefacenti: no sconti
Una donna ha proposto ricorso in Cassazione contro la misura degli arresti domiciliari. L'accusa riguardava la sua partecipazione attiva a un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, avendo messo stabilmente a disposizione il proprio appartamento per custodire e confezionare ingenti quantitativi di droga. La ricorrente sosteneva che la dazione dell'immobile fosse un fatto isolato e chiedeva la derubricazione del reato in un'ipotesi più lieve. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la misura cautelare. I giudici hanno evidenziato che la consapevolezza della donna e il suo inserimento nel sodalizio erano provati da elementi concreti, come il pagamento delle sue spese legali da parte del capo dell'organizzazione e il suo silenzio complice con gli inquirenti.
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Deducibilità dei costi: il Fisco vince sulle fatture fittizie
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a un imprenditore del settore metallurgico l'acquisto di rottami tramite operazioni ritenute fittizie, recuperando l'IVA e negando la deducibilità dei costi. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco. I giudici hanno chiarito che la deducibilità dei costi richiede la prova rigorosa della loro inerenza all'attività d'impresa, non bastando la generica dimostrazione dell'esistenza delle operazioni commerciali. Inoltre, in tema di sanzioni tributarie, la Corte ha riaffermato il principio del favor rei: le sanzioni più favorevoli sopravvenute devono essere applicate retroattivamente se il provvedimento non è definitivo. La sentenza è stata cassata con rinvio alla Corte di giustizia tributaria di secondo grado.
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Sospensione condizionale della pena: ricorso contro un favore
Il Tribunale di Civitavecchia, come giudice dell'esecuzione, ha revocato un precedente provvedimento ripristinando la sospensione condizionale della pena a favore del Condannato. Questo perché una precedente condanna non era più definitiva a seguito di una rimessione in termini. Nonostante la decisione favorevole, il difensore del Condannato ha presentato ricorso in Cassazione contestando la revoca del beneficio. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso per mancanza di interesse, poiché il provvedimento impugnato era in realtà favorevole al ricorrente, avendo ripristinato la sospensione condizionale della pena. Il ricorrente è stato condannato alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Errore nel calcolo della pena pecuniaria: la Cassazione riduce la multa
La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso de L'Imputato, condannato in precedenza per reati sugli stupefacenti di lieve entità. La difesa ha contestato l'applicazione della recidiva e l'errore nel calcolo della sanzione. Mentre la questione sulla recidiva è stata ritenuta inammissibile perché non sollevata correttamente in appello, i giudici hanno riscontrato un effettivo errore matematico nel calcolo della sanzione monetaria. La Cassazione ha quindi proceduto direttamente alla rideterminazione, correggendo il calcolo della pena pecuniaria. Applicando l'aumento per la recidiva e la successiva riduzione per il rito abbreviato, la multa è stata ridotta da 2.400 a 2.333 euro, applicando l'arrotondamento per difetto a favore del reo. La sentenza è stata annullata senza rinvio limitatamente alla sanzione pecuniaria.
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