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Falso In Dichiarazione Sostitutiva

Definizione

Dichiarare il falso in un documento che sostituisce un certificato pubblico, come un'autocertificazione.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Falso in dichiarazione sostitutiva: la Cassazione chiarisce i limiti
Una Persona ha ottenuto un contributo pubblico dichiarando falsamente la propria residenza e le condizioni di reddito. I giudici di merito l'hanno condannata per falso ideologico in atto pubblico per induzione e indebita percezione di erogazioni. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del difensore. Ha stabilito che le false dichiarazioni di residenza costituiscono un "Falso in dichiarazione sostitutiva" (Art. 483 c.p.), non un falso per induzione del pubblico ufficiale. La sentenza è stata annullata con rinvio per ricalcolare la pena, riconoscendo una diversa e meno grave qualificazione giuridica per le dichiarazioni mendaci.
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Assoluzione ribaltata: la Cassazione conferma la condanna con motivazione rafforzata
Un operatore di un Centro di assistenza agricola è stato condannato per tentata truffa aggravata e falso. Aveva falsamente attestato la presenza di un contratto di affitto in un fascicolo per ottenere erogazioni pubbliche. La Corte d'Appello aveva ribaltato l'assoluzione di primo grado, condannando l'imputato. La Cassazione ha confermato la condanna, ritenendo che la Corte d'Appello avesse fornito una adeguata motivazione rafforzata. La sentenza di primo grado era stata illogica nel valutare la prova. La Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la colpevolezza e la pena di un anno di reclusione con sospensione condizionale.
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Falso per negligenza? No, è reato: professionista condannato
Un professionista viene condannato per il reato di falso in dichiarazione sostitutiva. Aveva attestato falsamente, in pratiche destinate al registro delle imprese, che due sue aziende clienti avevano già presentato la necessaria SCIA al Comune per avviare la loro attività. L'imputato si è difeso sostenendo di aver agito per negligenza e di non essere a conoscenza della falsità. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando che per questo reato è indispensabile il 'dolo', ovvero l'intenzione di dichiarare il falso. La Corte ha ritenuto inverosimile la sua ignoranza, data la sua posizione e il rapporto con i clienti, rendendo definitiva la condanna.
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