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Estorsione Lavorativa

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Estorsione lavorativa: minaccia di licenziamento
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per estorsione lavorativa a carico di alcuni amministratori di punti vendita. Essi costringevano i dipendenti, con la minaccia di licenziamento, ad accettare retribuzioni inferiori a quelle risultanti in busta paga. La Corte ha stabilito che tale condotta, attuata durante il rapporto di lavoro, integra il reato di estorsione. Ha inoltre chiarito che una precedente sentenza del giudice del lavoro, che escludeva il danno patrimoniale, non impedisce la condanna in sede penale per il risarcimento del danno morale.
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Estorsione lavorativa: quando il ricorso è inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di alcuni datori di lavoro accusati di estorsione lavorativa. Sebbene il Tribunale avesse confermato la sussistenza del reato (costringere dipendenti, già assunti in nero, a firmare contratti part-time fittizi), aveva annullato la misura cautelare. La Cassazione ha ritenuto i ricorsi inammissibili per carenza di interesse, poiché la misura era già stata revocata e i ricorrenti non avevano dimostrato un interesse concreto a proseguire, come per una futura richiesta di risarcimento per ingiusta detenzione.
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Estorsione lavorativa: quando scatta il reato?
La Corte di Cassazione ha annullato l'assoluzione di un datore di lavoro accusato di estorsione lavorativa. La Corte ha chiarito che, sebbene offrire un lavoro a condizioni svantaggiose all'inizio del rapporto non sia reato, la minaccia di licenziamento per peggiorare le condizioni di un rapporto già esistente, anche se irregolare, integra il delitto di estorsione. Il caso è stato rinviato alla Corte d'Appello per un nuovo esame.
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Estorsione lavorativa: la minaccia nel rapporto di lavoro
La Corte di Cassazione conferma la condanna per estorsione lavorativa a carico di un imprenditore. Minacciare il mancato rinnovo di contratti a termine per costringere i dipendenti a firmare lettere di dimissioni in bianco costituisce reato. La Corte ha dichiarato la prescrizione solo per alcuni episodi più datati, rendendo irrevocabile la responsabilità per le condotte più recenti.
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