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Diritto Potestativo

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Provvedimenti

Vizio di ultrapetizione: quando il giudice sbaglia
Una dirigente ha impugnato il proprio licenziamento chiedendone la declaratoria di illegittimità e il relativo risarcimento. La Corte d'Appello, tuttavia, ha qualificato la domanda come un'azione di nullità, richiesta mai avanzata dalla lavoratrice. La Corte di Cassazione ha annullato tale decisione, ravvisando un chiaro vizio di ultrapetizione. La sentenza ribadisce che il giudice non può sostituire la domanda di una parte con una diversa, ma deve attenersi a quanto richiesto, limitandosi a qualificare giuridicamente i fatti allegati.
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Azione revocatoria: prescrizione e prova del credito
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 17477/2025, si è pronunciata su un caso di azione revocatoria promossa da un'agenzia di riscossione. La Corte ha confermato principi chiave: la prescrizione quinquennale decorre dalla trascrizione dell'atto e non dalla sua stipula. Ha inoltre ribadito che l'interruzione della prescrizione si perfeziona con la consegna dell'atto di citazione all'ufficiale giudiziario. Infine, ha specificato che il credito tributario si considera sorto al momento del verificarsi del presupposto d'imposta, non con l'accertamento successivo, respingendo le difese dei debitori.
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Riduzione canone locazione Covid: no al diritto
Un'azienda conduttrice di un immobile commerciale, costretta alla chiusura a causa delle misure anti-Covid, ha richiesto una riduzione del canone di locazione. Dopo una decisione favorevole in primo grado, la Corte d'Appello aveva respinto la richiesta. La Corte di Cassazione ha confermato quest'ultima decisione, stabilendo che le restrizioni pandemiche, pur potendo giustificare il ritardo nel pagamento, non conferiscono al conduttore un diritto automatico a ottenere una riduzione del canone dal giudice. Il rimedio principale per l'eccessiva onerosità sopravvenuta resta la risoluzione del contratto, non il suo adeguamento forzato.
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Opzione sistema contributivo: comunicazione scritta all’INPS
La Corte di Cassazione ha stabilito che l'opzione sistema contributivo per la pensione, prevista dalla legge n. 335/1995, deve essere esercitata dal lavoratore con una dichiarazione scritta e indirizzata direttamente all'INPS. La comunicazione mensile (flusso Uniemens) inviata dal datore di lavoro non è sufficiente a surrogare questa manifestazione di volontà. La sentenza chiarisce che, data la natura di diritto potestativo del lavoratore e le importanti conseguenze sul rapporto previdenziale, è necessario un atto formale che garantisca certezza giuridica, escludendo forme equivalenti.
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Opzione sistema contributivo: la forma è essenziale
La Corte di Cassazione ha stabilito che l'opzione per il sistema contributivo integrale deve essere esercitata dal lavoratore con una dichiarazione scritta e inviata direttamente all'Ente previdenziale. Una semplice comunicazione verbale al datore di lavoro, anche se seguita dalla corretta compilazione dei flussi UniEmens, non è sufficiente e non produce effetti. Di conseguenza, il datore di lavoro che applica il massimale contributivo senza una valida opzione commette un'illegittima autoriduzione del carico contributivo ed è tenuto a versare le differenze.
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Opzione regime contributivo: comunicazione all’INPS
Una società si è opposta alla richiesta di contributi previdenziali avanzata dall'ente di previdenza per somme eccedenti il massimale annuo. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'opzione regime contributivo da parte del lavoratore, per essere valida ed efficace, deve essere comunicata per iscritto direttamente all'ente previdenziale. La semplice comunicazione al datore di lavoro e la successiva trasmissione dei flussi UNIEMENS non sono considerate sufficienti a produrre gli effetti desiderati, tra cui l'applicazione del massimale contributivo.
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Indennità sostitutiva: scelta irreversibile dal ricorso
Un lavoratore, illegittimamente licenziato, ha richiesto l'indennità sostitutiva della reintegrazione sin dal ricorso iniziale. Dopo un complesso iter giudiziario, la Cassazione ha stabilito che tale scelta è irreversibile e risolve il rapporto di lavoro dal momento della sua comunicazione al datore. La Corte d'Appello, in sede di rinvio, ha quindi condannato l'azienda al pagamento dell'indennità, oltre a un risarcimento per il periodo tra il licenziamento e l'esercizio dell'opzione, confermando il principio della definitività della scelta del lavoratore.
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