La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a un anno di reclusione per un imprenditore accusato di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici. L'imputato aveva registrato in contabilità trentasette fatture con lo stesso numero e data di quelle reali, ma con importi notevolmente inferiori, evadendo l'IVA. La difesa sosteneva che la sottofatturazione non costituisse reato dopo la riforma del 2015 e che l'amministrazione finanziaria potesse facilmente accorgersi dell'errore. I giudici hanno respinto la tesi, chiarendo che l'uso di numeri identici per fatture diverse rappresenta un vero e proprio inganno (un "quid pluris") idoneo a ostacolare i controlli del Fisco. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende, confermando l'efficacia della riduzione della pena per l'avvenuto pagamento del debito tributario.
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