Definizione
Pregiudizio che non incide sul patrimonio del danneggiato ma sulla sua sfera personale (salute, onore, reputazione). È risarcibile solo nei casi specificamente previsti dalla legge o quando vengono lesi diritti inviolabili della persona protetti dalla Costituzione.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 147 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 41% dei casi il ricorso è stato rigettato.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 33%
- Rigettato 41%
- Inammissibile 23%
- Altro 3%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Civile Sez. 362%
- Civile Sez. 224%
- Civile Sez. Lavoro14%
Precedenti più richiamati
- Cass. 87/2026in 3 provvedimenti
- Cass. 29206/2019in 6 provvedimenti
- Cass. 13986/2013in 3 provvedimenti
- Cass. 21649/2021in 3 provvedimenti
- Cass. 11930/2022in 3 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Un Comune ha occupato un terreno privato trasformandolo in parcheggio pubblico senza titolo legittimo. La società proprietaria ha citato l'ente locale per ottenere la restituzione dell'area e il risarcimento del danno. Nel corso del giudizio di appello, l'amministrazione ha formalizzato un provvedimento di acquisizione sanante, versando solo il valore venale del bene ma omettendo le indennità di legge per il danno non patrimoniale e per il periodo di occupazione abusiva. La Corte d'Appello ha stabilito che la domanda del privato si converte automaticamente nella richiesta degli indennizzi previsti dalla normativa espropriativa. Il Comune è stato quindi condannato a corrispondere alla curatela fallimentare della proprietaria oltre ventisette mila euro a titolo di risarcimento per l'illegittima detenzione e di indennizzo morale.
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Un dirigente societario ha deviato ingenti somme dovute all'azienda poi fallita verso una propria società parallela tramite accordi commerciali ingannevoli. Una grande società fornitrice, coinvolta nei pagamenti, ha esercitato la costituzione di parte civile per bancarotta per ottenere il risarcimento del danno non patrimoniale all'immagine. I giudici di merito hanno negato il risarcimento. La Corte di Cassazione ha confermato che il terzo estraneo alla massa dei creditori ha diritto di agire in sede penale contro l'amministratore infedele. Tuttavia, la Corte ha respinto il ricorso della società perché non ha fornito prove concrete dell'effettiva lesione della propria reputazione commerciale, evidenziando anzi la continuità dei rapporti d'affari.
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L'Imputato, condannato per tentato omicidio, aveva versato quattromila euro alla Persona Offesa prima del giudizio. La vittima aveva accettato l'importo rilasciando quietanza liberatoria e rinunciando a costituirsi parte civile. Ciononostante, i giudici hanno negato l'attenuante del risarcimento del danno. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando inammissibile il ricorso. Il collegio ha chiarito un principio fondamentale: l'accordo economico tra le parti non vincola il magistrato penale. Il giudice deve verificare in autonomia l'effettività e l'integralità della riparazione economica. Nel caso di specie, la somma versata risultava ampiamente insufficiente rispetto alla reale entità delle lesioni fisiche, morali e dinamico-relazionali subite dalla vittima, calcolate secondo le tabelle del Tribunale di Milano. L'Imputato deve quindi scontare la pena senza beneficiare dello sconto previsto.
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La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di alcuni utenti che hanno subito un prolungato disservizio telefonico a causa di eccezionali nevicate. Inizialmente, un Giudice di Pace aveva riconosciuto un indennizzo, ma il Tribunale aveva escluso la responsabilità del gestore, attribuendo l'interruzione a un caso fortuito. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso degli utenti, sottolineando che non avevano adeguatamente provato il danno da disservizio telefonico né contestato tutte le motivazioni del Tribunale. La sentenza ribadisce l'importanza di allegare e dimostrare specificamente i danni subiti, anche quelli non patrimoniali, non bastando la sola interruzione del servizio per ottenere un risarcimento.
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Una società alberghiera ha citato in giudizio la redazione di un quotidiano per diffamazione a mezzo stampa. Il giornale aveva diffuso articoli non veritieri circa la presenza di scarichi inquinanti e liquami nel tratto di mare antistante la struttura ricettiva. La Corte di Appello aveva negato il risarcimento del danno all'immagine, escludendo l'uso delle presunzioni e assolvendo il direttore per mancato ordine di pubblicazione. La Corte di Cassazione ha ribaltato tale decisione, affermando che il danno non patrimoniale subito da una società può essere provato anche tramite indizi gravi, precisi e concordanti. La Suprema Corte ha inoltre sancito che il direttore risponde per colpa omissiva qualora non impedisca la pubblicazione del testo lesivo.
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Un cittadino subisce un tentativo di estorsione durante un'asta giudiziaria volta al recupero di beni di famiglia. L'autore dell'illecito patteggia la pena in sede penale. Successivamente, la vittima richiede in sede civile il risarcimento danno non patrimoniale per la sofferenza patita. Sebbene in primo grado venga concessa una somma irrisoria, la Corte d'Appello eleva il risarcimento a 5.000 euro, ritenendo la sofferenza morale provabile anche tramite presunzioni legate alle modalità del reato e al valore affettivo dei beni. La Corte di Cassazione conferma integralmente la decisione di secondo grado: il danno morale sofferto per la tentata estorsione si considera dimostrato per via presuntiva. Il ricorso dell'autore dell'illecito viene rigettato.
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Un creditore ha chiesto l'equa riparazione per la durata irragionevole di una procedura fallimentare, protrattasi per 14 anni (dal 2001 al 2015). La Corte d'Appello aveva respinto la richiesta, ritenendo la lunga durata giustificata dalla complessità del caso, che includeva centinaia di istanze e numerosi giudizi. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del creditore. Ha stabilito che, anche in presenza di notevole complessità, la durata di una procedura fallimentare non può superare i sette anni per essere considerata ragionevole. La sentenza ha quindi cassato la decisione precedente, ribadendo il diritto all'equa riparazione per la durata irragionevole procedura fallimentare.
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Un Lavoratore ha chiesto il risarcimento danno da trasferimento illegittimo e per perdita di chance, a seguito di un trasferimento ritenuto illegittimo dall'Agenzia delle Entrate. La Corte d'Appello aveva ridotto il risarcimento, escludendo il danno da perdita di chance e il danno biologico per mancanza di prove. La Cassazione ha rigettato il ricorso del Lavoratore, confermando che non aveva provato il nesso causale tra il trasferimento e la mancata progressione di carriera o il danno esistenziale, imputando la mancata partecipazione a concorsi a un procedimento penale pendente.
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Una Cittadina ha chiesto al Ministero della Giustizia un risarcimento per il danno da irragionevole durata del processo. Il suo processo precedente, per compensi professionali, si era estinto per inattività delle parti. La Corte d'Appello ha negato il risarcimento, ritenendo che l'estinzione per disinteresse escludesse il danno. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione. Ha ribadito che la legge introduce una presunzione iuris tantum: non esiste danno da irragionevole durata se il processo si estingue per inattività delle parti. La Cittadina non ha fornito prove sufficienti per superare questa presunzione.
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Un'Assistita ha citato in giudizio un Avvocato per danni, sostenendo che questi aveva avviato procedure civili contro di lei usando procure con firme false. L'Avvocato aveva anche patteggiato una pena per falsificazione. I giudici di merito hanno riconosciuto la responsabilità professionale avvocato, condannandolo al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali e rigettando la sua richiesta di manleva all'assicurazione, poiché l'atto doloso esclude la copertura. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente queste decisioni, ribadendo che l'assicurazione non copre i danni derivanti da fatti intenzionali e che il patteggiamento può essere un forte indizio.
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Un professionista ha subito un'offesa verbale in tribunale, che ha leso il suo onore e la sua reputazione. I giudici di merito hanno riconosciuto un Risarcimento danno reputazione di 500 euro, ritenendolo adeguato alla natura dell'offesa, più espressione di astio che di grave discredito. Il professionista ha fatto ricorso in Cassazione per ottenere un risarcimento maggiore, contestando la liquidazione equitativa e la motivazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la correttezza della valutazione dei giudici precedenti. Ha stabilito che la liquidazione equitativa del danno è insindacabile se motivata logicamente, anche se l'importo è simbolico.
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Dei dipendenti pubblici, trasferiti d'autorità e poi prosciolti da indagini penali, hanno ottenuto la riassegnazione alle loro funzioni originarie. Successivamente, hanno chiesto il risarcimento per il danno da perdita di chance retributiva (mancati compensi straordinari e indennità) e danni non patrimoniali subiti nel periodo di ritardo della reintegra. La Corte d'Appello ha respinto la domanda, ritenendo non provato il pregiudizio. La Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. Ha ribadito che il danno deve essere provato concretamente, non solo come mera possibilità.
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Una dirigente comunale ha citato in giudizio il suo Comune, lamentando un presunto demansionamento e discriminazione. Sosteneva di aver subito un danno patrimoniale e non patrimoniale a seguito dell'assegnazione a un nuovo incarico, ritenuto inferiore e vessatorio. La Corte d'Appello ha rigettato la sua domanda, giudicando il nuovo ruolo strategico e non un demansionamento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della dirigente, confermando la decisione precedente e condannandola al pagamento delle spese legali.
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Un magistrato richiede il risarcimento del danno a un collega per presunta diffamazione. Il convenuto aveva rilasciato dichiarazioni sfavorevoli al pubblico ministero durante un'indagine penale. Tali dichiarazioni riguardavano presunte anomalie nell'assegnazione dei fascicoli giudiziari. I giudici di merito respingono la domanda risarcitoria. La Corte di Cassazione conferma la decisione ed esclude ogni illecito civile. Il tema cardine riguarda il rapporto tra diffamazione e testimonianza in giudizio. La Suprema Corte stabilisce che chi risponde all'autorità giudiziaria dicendo la verità adempie a un dovere di legge. La veridicità oggettiva dei fatti esclude la lesione della reputazione anche in caso di frasi lesive dell'onore.
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Un'azienda di ristorazione ha subito disservizi telefonici e POS da parte di un operatore, causando danni economici e d'immagine. Il contratto è stato risolto per inadempimento dell'operatore. Il giudice di appello ha riconosciuto l'esistenza del danno ma ha negato il risarcimento per mancanza di prova sulla quantificazione. La Cassazione ha accolto il ricorso del ristoratore. Ha ribadito che la Liquidazione equitativa del danno è possibile anche con difficoltà di prova dell'ammontare, purché l'esistenza del danno sia certa e vi sia un quadro probatorio sufficiente. La Corte ha condannato l'operatore telefonico a risarcire l'azienda per danni patrimoniali e non patrimoniali, oltre alle spese legali.
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Una Lavoratrice, esclusa ingiustamente da un concorso, ottenne risarcimento per danno patrimoniale (differenza retributiva) e danno non patrimoniale (disagio). L'ente previdenziale applicò ritenute IRPEF sul risarcimento. La Lavoratrice chiese il rimborso, ma la Commissione Tributaria Regionale distinse: tassò il danno patrimoniale (lucro cessante) e non tassò il danno non patrimoniale (danno emergente). La Cassazione ha confermato che la tassazione risarcimento danni dipende dalla loro natura: le somme che reintegrano redditi persi (lucro cessante) sono imponibili, mentre quelle che compensano una perdita immediata (danno emergente, come il danno esistenziale o da perdita di chance) non lo sono. Il ricorso della Lavoratrice è stato respinto.
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Una donna dona un immobile di valore a un'associazione benefica, imponendo l'obbligo di ristrutturarlo per creare una casa-famiglia per anziani e bisognosi. L'ente ricevente non realizza l'opera concordata nei termini stabiliti. La donante subisce una profonda sofferenza morale per il mancato raggiungimento del fine altruistico. L'erede testamentario della donna cita in giudizio l'ente e il suo presidente. I giudici riconoscono il risarcimento del danno morale causato dall'inadempimento. La Suprema Corte conferma la decisione e respinge il ricorso dell'ente. L'inadempimento dell'onere in una donazione modale lede valori costituzionali di solidarietà sociale e genera un risarcimento economico.
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Un Lavoratore ha citato in giudizio un'Associazione per ottenere il risarcimento del danno alla reputazione a seguito di un recesso comunicato dall'Associazione. Il Tribunale aveva riconosciuto un risarcimento, ma la Corte d'Appello ha escluso il danno, ritenendo che la comunicazione non fosse offensiva. Il Lavoratore ha quindi proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ritenuto che le censure fossero mal formulate o mirassero a una nuova valutazione dei fatti, non consentita in Cassazione. Il Lavoratore è stato condannato a pagare le spese legali.
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Un medico dirigente ha citato in giudizio un'Azienda USL per i danni subiti a causa di una condotta discriminatoria da parte del suo superiore. Il primario aveva scelto un collega più giovane e meno esperto per sostituirlo, emarginando il lavoratore. La Corte d'Appello ha riconosciuto il carattere discriminatorio della condotta e ha condannato l'Azienda al risarcimento del danno non patrimoniale, escludendo però il danno patrimoniale da mancata qualificazione. La Cassazione ha rigettato sia il ricorso del lavoratore che quello dell'Azienda, confermando la decisione precedente. Ha ribadito il principio dell'unitarietà del danno non patrimoniale e ha escluso il risarcimento per il danno patrimoniale non dimostrato, consolidando l'interpretazione sulla Discriminazione sul lavoro.
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Un Fornitore ha chiesto il risarcimento danni a una Banca e al suo Direttore per una bancarotta fraudolenta. Il Direttore di Banca, in concorso con l'Amministratore di una Società Debitore, aveva distratto fondi derivanti dalla vendita di pellami forniti dal Fornitore, causando il fallimento della Società Debitore. Il Tribunale aveva riconosciuto il nesso di causalità e condannato al risarcimento. La Corte d'Appello ha ribaltato la decisione, ritenendo non provato il nesso di causalità diretto tra la condotta fraudolenta del Direttore di Banca e la specifica perdita economica del Fornitore. La Cassazione ha confermato che il giudicato penale accerta il fatto e la responsabilità generica, ma il nesso di causalità e risarcimento danni specifici devono essere provati nel giudizio civile. Il ricorso del Fornitore è stato rigettato.
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