Definizione
Una clausola contrattuale che stabilisce in anticipo l'importo che una parte dovrà pagare all'altra come risarcimento in caso di inadempimento o ritardo.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 296 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 53% dei casi il ricorso è stato rigettato.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 24%
- Rigettato 53%
- Inammissibile 15%
- Estinto 1%
- Altro 6%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Civile Sez. 340%
- Civile Sez. 232%
- Civile Sez. 128%
Precedenti più richiamati
- Cass. 15202/2018in 16 provvedimenti
- Cass. 21398/2021in 16 provvedimenti
- Cass. 25031/2019in 12 provvedimenti
- Cass. 23750/2018in 20 provvedimenti
- Cass. 11908/2020in 9 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Una società utilizzatrice interrompe il pagamento delle rate per un veicolo industriale concesso in locazione finanziaria. La società concedente dichiara risolto il contratto e recupera il mezzo, vendendolo a terzi, trattenendo tutti i canoni incassati. Successivamente la società utilizzatrice fallisce. La curatela fallimentare agisce in giudizio per chiedere la restituzione delle rate versate, invocando la disciplina del leasing traslativo e la tutela contro l'ingiustificato arricchimento. I giudici di merito respingono la richiesta ritenendo valida la clausola penale contrattuale. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del fallimento. La Corte afferma che il giudice deve sempre verificare in concreto le partite di dare e avere per evitare che la società di leasing ottenga un vantaggio economico superiore rispetto alla regolare esecuzione del contratto.
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Una società cliente cita in giudizio il gestore di rete lamentando ritardi tecnici e mancata copertura, chiedendo i danni patrimoniali. Il fornitore si oppone ed esige il pagamento di fatture per quasi due milioni di euro. I giudici liquidano a favore della cliente solo la clausola penale concordata per i ritardi e compensano tale somma con il credito milionario del fornitore. La Corte di Cassazione conferma la decisione. La clausola penale predetermina forfettariamente il danno e non possiede natura vessatoria in un accordo negoziato tra imprese. Inoltre, l'operatore non può invocare l'eccezione di inadempimento per sospendere integralmente i pagamenti se continua a utilizzare i servizi della controparte, violando la buona fede e la proporzione tra prestazioni. La cliente perde la causa e deve saldare il debito residuo.
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Gli acquirenti di un terreno edificabile pattuivano una clausola penale per ritardo pari a 200 euro al giorno a carico del venditore costruttore per il mancato completamento delle opere di urbanizzazione entro una data prefissata. L'opera subiva un forte ritardo e gli acquirenti chiedevano l'intero importo pattuito, compensando il saldo dovuto per le opere eseguite. Il costruttore sosteneva la sospensione legittima dei lavori per mancato pagamento, modifiche al progetto e chiedeva la riduzione della penale. La Corte di Appello ha accolto integralmente la domanda degli acquirenti, condannando l'impresa al pagamento di 77.800 euro oltre interessi. I giudici hanno chiarito che il costruttore era già in grave ritardo e non poteva invocare l'inadempimento altrui, né ha dimostrato l'eccessività della penale pattuita.
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Un utente ha chiesto l'adeguamento della propria tariffa mobile e l'attivazione della rete veloce. La compagnia telefonica ha tardato nell'eseguire l'operazione richiesta. L'utente ha citato l'operatore in giudizio per ottenere l'esecuzione del contratto, la restituzione delle somme pagate in eccesso, gli indennizzi previsti dall'autorità di vigilanza e il risarcimento del danno contrattuale. Nel corso del processo il gestore ha attivato l'offerta. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del cliente. I giudici hanno chiarito che il semplice ritardo contrattuale non fa presumere l'esistenza di un danno effettivo. Chi chiede un risarcimento deve provare la specifica perdita patrimoniale subita. Inoltre, le tabelle di indennizzo stabilite dall'autorità amministrativa non si applicano direttamente davanti al tribunale civile ordinario.
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Un promotore finanziario ha comunicato il recesso dal contratto di agenzia sostenendo la presenza di una giusta causa legata al mancato rispetto di patti accessori da parte della banca preponente. La banca ha contestato l'assenza di un grave inadempimento e ha chiesto la condanna dell'agente al pagamento della penale contrattuale per la risoluzione anticipata e dell'indennità di preavviso. La Corte Suprema di Cassazione ha confermato che i presunti inadempimenti relativi ad accordi accessori non alteravano la funzione del contratto principale e non giustificavano l'interruzione immediata del rapporto. Per questo motivo, il recesso dal contratto di agenzia è stato dichiarato illegittimo, confermando l'obbligo per l'agente di versare oltre 78.000 euro alla banca a titolo di penale e indennità risarcitoria.
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Un'Azienda e un Proprietario di terreno hanno stipulato un "preliminare di preliminare" per la permuta di un terreno in cambio di unità immobiliari future. L'Azienda non ha poi stipulato il "definitivo atto preliminare di permuta". Gli eredi del Proprietario hanno agito in giudizio per inadempimento. La Cassazione ha confermato la validità del "preliminare di preliminare" e la condanna dell'Azienda al pagamento della penale contrattuale e dei danni. La sentenza ribadisce l'efficacia di tali accordi, purché contengano un'obbligazione specifica di stipulare un successivo preliminare.
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L'Agenzia delle Entrate ha contestato la mancata tassazione di clausole penali inserite in 28 contratti di locazione, applicando l'imposta di registro. La Commissione Tributaria Regionale ha annullato l'accertamento, sostenendo che la clausola penale fosse intrinsecamente legata al contratto di locazione e quindi non autonomamente tassabile. L'Agenzia ha presentato ricorso in Cassazione per la tassazione clausola penale locazione. La Suprema Corte, con un'ordinanza interlocutoria, ha disposto la trasmissione del fascicolo a un'altra sezione per un ulteriore esame della complessa questione.
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Un'agenzia immobiliare chiedeva la condanna di un ex collaboratore al pagamento di venticinquemila euro a titolo di penale. La società contestava la violazione del patto di non concorrenza, valido per quattro anni dopo la fine del rapporto nelle province di Perugia, Terni e Roma. L'agenzia accusava il professionista di essersi iscritto all'albo dei mediatori e di aver pubblicato annunci sul proprio sito web. I giudici hanno accertato che tali iniziative non costituivano attività autonoma o a favore di concorrenti, ma erano funzionali all'interesse dell'agenzia stessa e da essa autorizzate. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso della società, confermando l'assenza di violazioni e negando il diritto alla penale economica.
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Un esercizio commerciale ha interrotto anticipatamente il contratto con una società di gestione di apparecchi da gioco lecito. L'esercente ha contestato alla società il versamento dei proventi in contanti anziché tramite bonifico su conto dedicato. L'esercente ha quindi invocato la clausola di risoluzione per violazione della tracciabilità dei flussi finanziari e della normativa antiriciclaggio. I giudici di merito hanno ritenuto illegittimo il recesso, rilevando la conformità dei contanti alle soglie di legge e la condotta contraria a buona fede dell'esercente. La Corte di Cassazione, rilevando questioni interpretative cruciali sul rapporto tra limiti generali all'uso del contante e obblighi specifici di tracciamento nella filiera del gioco, ha rimesso la decisione alla pubblica udienza per garantire un indirizzo giurisprudenziale uniforme.
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L'Agenzia delle Entrate ha tentato di tassare una clausola penale inclusa in un contratto di locazione, prevista per il ritardo nella restituzione di un immobile. La Commissione Tributaria Regionale ha annullato l'accertamento, sostenendo che la clausola non fosse autonomamente tassabile, ma parte integrante del contratto principale. L'Agenzia ha quindi presentato ricorso in Cassazione, contestando l'interpretazione sulla **clausola penale locazione tassazione**. La Suprema Corte, con un'ordinanza interlocutoria, ha deciso di trasmettere il fascicolo a un'altra sezione per un esame più approfondito, evidenziando la complessità della questione giuridica e la necessità di una valutazione più dettagliata.
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Il Fallimento di un'azienda, in veste di utilizzatore, ha contestato la richiesta di una società di leasing di ammettere il suo credito nel passivo fallimentare. Il contratto di leasing traslativo era stato risolto prima della dichiarazione di fallimento. Il Tribunale aveva erroneamente applicato l'Art. 72-quater della Legge Fallimentare. La Corte di Cassazione ha annullato tale decisione, ribadendo che per i contratti di leasing traslativo risolti prima del fallimento dell'utilizzatore si applica analogicamente l'Art. 1526 del Codice Civile. Questo principio mira a evitare arricchimenti ingiustificati del concedente, consentendo al giudice di ridurre le clausole penali eccessive e garantire un equo compenso.
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L'erede di un Venditore ha citato in giudizio un Acquirente per l'inadempimento di un contratto preliminare di vendita del 1976. L'accordo riguardava un immobile composto da scantinato e vani abitativi. L'atto definitivo del 1980 trasferì solo i vani abitativi, escludendo lo scantinato. L'Acquirente sosteneva che lo scantinato fosse una pertinenza già trasferita. La Corte d'Appello ha riconosciuto l'inadempimento contratto preliminare dell'Acquirente, condannandolo al pagamento della penale. La Cassazione ha confermato questa decisione, ribadendo che lo scantinato non era una pertinenza e che l'Acquirente non aveva adempiuto all'obbligo di acquisto.
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Un committente rifiutava di versare il saldo dei lavori di ristrutturazione a causa di gravi difetti riscontrati nelle strutture dei solai. L'impresa appaltatrice agiva in giudizio per ottenere il corrispettivo spettante, mentre il committente richiedeva il risarcimento per la riparazione dei vizi e l'applicazione della penale da ritardo. La Corte di Cassazione ha stabilito che la relazione tra compenso appaltatore e vizi dell'opera deve basarsi sul principio dell'equilibrio patrimoniale: se il committente ottiene il risarcimento integrale del costo necessario per eliminare i difetti, l'appaltatore conserva il diritto al saldo del corrispettivo. Esonerare il committente dal pagamento comporterebbe un indebito arricchimento a suo favore. La Corte ha inoltre chiarito che la penale per il ritardo spetta solo fino alla risoluzione del contratto.
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Un Commerciante ha subito l'attivazione non richiesta di linee telefoniche e la successiva sospensione ingiustificata del servizio principale da parte di un Operatore Telefonico. Il Commerciante ha chiesto il risarcimento dei danni e un indennizzo per disservizio telefonico. I giudici di merito avevano rigettato gran parte delle richieste, sostenendo che le delibere AGCOM non fossero immediatamente vincolanti e che il reclamo non fosse provato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che le delibere AGCOM, se di natura regolamentare e attuative, hanno efficacia erga omnes e il giudice deve applicarle d'ufficio. Ha inoltre chiarito che la mancata contestazione del reclamo da parte dell'Operatore Telefonico rende il fatto provato. La sentenza è stata cassata e rinviata per una nuova valutazione.
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La Corte di Cassazione ha affrontato un caso di Leasing traslativo e fallimento. Un'Azienda di Leasing aveva chiesto di essere ammessa al passivo del Fallimento di un'altra Azienda per crediti derivanti da contratti di leasing traslativo risolti prima del fallimento. Il Tribunale aveva rigettato la richiesta, applicando l'articolo 1526 del Codice Civile, che prevede la restituzione dei canoni e un equo compenso. La Cassazione ha confermato questa decisione. Ha ribadito che per i contratti di leasing traslativo risolti prima del fallimento dell'utilizzatore, e stipulati prima della Legge 124/2017, si applica l'articolo 1526 c.c. e non l'articolo 72-quater della Legge Fallimentare. Entrambi i ricorsi sono stati rigettati.
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Due società commerciali stipulano un accordo per scambiarsi quote e definire un patto di non concorrenza con divieto di rifornire determinati clienti esclusivi. Una società viola il patto servendo un cliente riservato alla controparte. La società lesa richiede il pagamento dell'intera penale pattuita, superiore a settecentomila euro. I giudici di merito accertano la violazione ma dispongono la riduzione della clausola penale del cinquanta per cento, parametrando l'importo al valore effettivo delle forniture contestate e all'equilibrio economico. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso della società inadempiente, confermando la riduzione della clausola penale e la piena discrezionalità del giudice nel rideterminare l'importo equo.
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Un'agenzia immobiliare ha chiesto la provvigione del mediatore a dei proprietari per la vendita di un immobile, avvenuta dopo la scadenza dell'incarico, ma con un acquirente inizialmente contattato dall'agenzia. I giudici di merito hanno negato la provvigione, ritenendo insufficiente la prova dell'attività concreta dell'agenzia nel portare a termine l'affare, concluso poi tramite un'altra agenzia. La Cassazione ha confermato il diniego della provvigione. Ha invece accolto il ricorso dell'agenzia sulla questione delle spese legali, stabilendo che un giudice d'appello non può condannare una parte parzialmente vittoriosa a pagare le spese legali dell'avversario, a meno che non ci sia stato un appello specifico su tale punto.
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Un'Azienda (la Parte che ha pagato) ha chiesto la riduzione di una clausola penale eccessiva, già pagata spontaneamente per un contratto di prestazione artistica, e la restituzione dell'eccedenza. L'altra Azienda (la Ricorrente) si è opposta, sostenendo che il pagamento spontaneo estingueva l'obbligazione, rendendo inapplicabile la riduzione della clausola penale. I giudici di merito hanno accolto la richiesta della Parte che ha pagato, ritenendo possibile la riduzione anche dopo l'adempimento e condannando alla restituzione. La Corte di Cassazione, riconoscendo la complessità e la mancanza di precedenti specifici sulla riduzione della clausola penale dopo pagamento, ha rinviato il caso all'Ufficio del Massimario per un approfondimento.
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Un Fornitore ha chiesto il riconoscimento di un credito nel passivo di un'Azienda in amministrazione straordinaria. Il credito derivava da un contratto di 'allibo' e trasporto, specificamente per un 'minimo garantito' (Shortfall) non raggiunto dall'Azienda. Il Tribunale ha negato il credito, qualificando lo Shortfall come una clausola penale per mancata commissione, non come corrispettivo per prestazioni. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione. Ha ribadito che, in un contratto in amministrazione straordinaria, se il Commissario si scioglie dal contratto, il credito per il 'minimo garantito' non è dovuto in prededuzione, poiché lo scioglimento non costituisce inadempimento. Solo le prestazioni effettivamente rese prima dello scioglimento possono essere pagate con priorità.
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Una società di noleggio auto e un'azienda utilizzatrice stipulano un contratto di noleggio a lungo termine. Il contratto prevede una clausola penale per la risoluzione anticipata, con rimborso se l'azienda utilizzatrice avesse noleggiato una nuova auto. L'azienda utilizzatrice risolve il primo contratto e paga la penale, ma la società di noleggio rifiuta il rimborso, sostenendo che la condizione sospensiva per il nuovo noleggio non si è verificata in tempi congrui. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'azienda utilizzatrice, confermando che il diritto al rimborso della clausola penale era subordinato all'effettivo perfezionamento del nuovo contratto entro un termine ragionevole, non verificatosi.
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