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Clausola Di Stile

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Provvedimenti

Garanzia per vizi: la parola del venditore conta
In una compravendita immobiliare, la Corte di Cassazione ha stabilito che la dichiarazione verbale del venditore sull'assenza di difetti rende operativa la garanzia per vizi, anche se questi erano facilmente riconoscibili. La Corte ha confermato la condanna del venditore alla riduzione del prezzo, chiarendo che la clausola di vendita "nello stato in cui si trova" è una mera clausola di stile e che una lettera di messa in mora è sufficiente a interrompere la prescrizione annuale dell'azione.
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Nullità sentenza tributaria: il caso della motivazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato la nullità di una sentenza tributaria per grave carenza di motivazione. Il caso riguardava la richiesta di una società di disapplicare le norme antielusive sul riporto delle perdite in una fusione avvenuta durante un piano di ristrutturazione aziendale. I giudici di merito avevano accolto la richiesta della società, ma la loro sentenza è stata annullata perché si limitava ad affermare la non elusività dell'operazione senza analizzare nel dettaglio la sussistenza dei presupposti di legge. La Suprema Corte ha ribadito che una motivazione meramente apparente, che si risolve in clausole di stile, viola il 'minimo costituzionale' richiesto e determina la nullità della sentenza tributaria.
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Ricorso patteggiamento: limiti e inammissibilità
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 52111/2019, chiarisce i limiti di impugnazione di una sentenza emessa a seguito di patteggiamento. In questo caso, il ricorso dell'imputato è stato dichiarato inammissibile perché basato su motivi non consentiti dalla legge, come la contestazione sulla durata della pena accessoria (fissata per legge a 5 anni e non parametrata alla pena principale) e sulla valutazione del merito del fatto. La Corte sottolinea che il ricorso patteggiamento è limitato a vizi specifici, escludendo censure sulla motivazione.
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Inquadramento superiore: quando è legittimo il no?
Un lavoratore ha fatto appello per ottenere un inquadramento superiore e le relative differenze retributive. La Corte d'Appello ha respinto la richiesta, confermando la decisione di primo grado. La Corte ha stabilito che la pretesa per un primo periodo lavorativo era caduta in prescrizione. Per il secondo periodo, ha concluso che le mansioni effettivamente svolte dal lavoratore non possedevano il grado di autonomia, responsabilità e professionalità richiesto dal Contratto Collettivo per giustificare un inquadramento superiore.
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