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Cellulare In Carcere

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Cellulare in carcere: la Cassazione dichiara il ricorso inammissibile
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di una persona condannata per il reato di introduzione e possesso di cellulare in carcere. L'imputato ha proposto ricorso contro la decisione della Corte di Appello di Napoli, lamentando un presunto vizio di motivazione e chiedendo una nuova valutazione della propria responsabilità. I giudici supremi hanno respinto la richiesta dichiarando il ricorso inammissibile. L'imputato si è limitato a riproporre le medesime censure già analizzate e superate nei gradi precedenti, senza sollevare reali vizi di diritto. La Cassazione non può valutare nuovamente i fatti già accertati. Di conseguenza, l'imputato ha perso definitivamente il giudizio e deve sostenere le spese legali oltre al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Cellulare in carcere: la Cassazione condanna anche l’uso condiviso
Due soggetti detenuti all'interno di una casa circondariale hanno utilizzato e condiviso un dispositivo telefonico non autorizzato per comunicare all'esterno. La difesa ha sostenuto che il telefono fosse custodito nella cella di uno solo dei due e che le chiamate servissero unicamente a sentire i parenti durante l'emergenza pandemica, chiedendo la non punibilità per particolare tenuità del fatto o il riconoscimento delle attenuanti. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi e ha confermato la condanna. I giudici hanno stabilito che detenere, condividere o usare un cellulare in carcere integra pienamente il reato previsto dall'articolo 391-ter del codice penale, rendendo irrilevante il luogo preciso di occultamento del dispositivo.
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Cellulare in carcere: basta il possesso senza tabulati
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale nei confronti di un detenuto sorpreso a digitare su uno smartphone all'interno della propria cella. La difesa ha contestato la decisione sostenendo l'assenza dei tabulati telefonici per provare l'effettiva comunicazione verso l'esterno e la piena funzionalità del dispositivo. I giudici di legittimità hanno stabilito che detenere un cellulare in carcere funzionante e munito di SIM integra autonomamente il reato di indebita ricezione e uso di apparecchi di comunicazione. La presenza dell'oggetto nella struttura penitenziaria presuppone già una ricezione illecita, rendendo del tutto superflua l'analisi del traffico telefonico per confermare la responsabilità penale del reo.
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Cellulare in carcere: la Cassazione nega la particolare tenuità
Un detenuto all'interno di una casa circondariale nascondeva un microfono telefonico di dimensioni minime per eludere i controlli dell'istituto penitenziario. Condannato per il reato previsto dall'articolo 391-ter del codice penale per l'illecita introduzione del dispositivo, l'uomo ha proposto ricorso per cassazione chiedendo il riconoscimento della particolare tenuità del fatto e l'esclusione della recidiva. I giudici supremi hanno dichiarato inammissibile l'impugnazione. La Suprema Corte ha chiarito che il possesso di un cellulare in carcere studiato appositamente per sfuggire ai controlli costituisce una condotta grave. La commissione di un reato durante la detenzione comprova inoltre una spiccata pericolosità criminale e giustifica l'applicazione della recidiva, confermando la condanna con spese di giudizio e sanzione pecuniaria.
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Cellulare in carcere: ignoranza non scusa la pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto trovato con un cellulare in carcere. L'uomo sosteneva di non sapere che fosse reato, ma i giudici hanno respinto la tesi, evidenziando che l'occultamento del telefono e i contatti con i familiari dimostravano la sua piena consapevolezza dell'illegalità della condotta.
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Cellulare in carcere: no attenuanti se condiviso
Un detenuto, condannato per possesso di cellulare in carcere, ha presentato ricorso in Cassazione chiedendo le attenuanti generiche e il riconoscimento della particolare tenuità del fatto, sostenendo di aver usato il telefono solo per informarsi sulla salute dei familiari durante la pandemia. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, sottolineando che la condivisione del cellulare con altri compagni di cella dimostra una maggiore offensività del reato, escludendo così l'applicabilità di entrambi i benefici richiesti.
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