Definizione
Il venditore di un bene o servizio.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 68 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 49% dei casi il ricorso è stato accolto, almeno in parte.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 49%
- Rigettato 46%
- Inammissibile 5%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Civile Sez. 555%
- Civile Sez. Lavoro34%
- Civile Sez. 311%
Precedenti più richiamati
- Cass. 877/2019in 5 provvedimenti
- Cass. 2853/2019in 5 provvedimenti
- Cass. 17169/2015in 3 provvedimenti
- Cass. 23288/2018in 4 provvedimenti
- Cass. 33154/2021in 3 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
L'Agenzia delle Entrate ha chiesto il pagamento di 880.000 euro alla società acquirente per debiti fiscali della società venditrice. L'acquirente riteneva di non dover pagare grazie a un primo certificato fiscale negativo emesso mesi prima dell'atto. Tuttavia, il contratto di cessione obbligava la venditrice a richiedere una nuova certificazione aggiornata subito dopo la stipula. Il secondo certificato, rilasciato ad agosto, ha rilevato un ingente debito IVA non versato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'amministrazione finanziaria. In materia di cessione d'azienda e debiti tributari, il vecchio certificato perde valore se le parti pattuiscono un controllo aggiornato alla data del rogito. L'acquirente risponde quindi delle imposte emerse nel documento successivo.
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La Corte di Cassazione ha affrontato un caso di **solidarietà IVA acquirente** per il mancato versamento dell'imposta da parte di un venditore di autoveicoli. L'Agenzia delle Entrate aveva richiesto il pagamento dell'IVA a un acquirente, ritenuto solidalmente responsabile perché i beni erano stati venduti a prezzi inferiori al valore normale. La Commissione Tributaria Regionale aveva annullato la pretesa, basandosi su una perizia tecnica di un altro giudizio e sull'archiviazione di un procedimento penale. La Cassazione ha accolto il ricorso dell'Agenzia, stabilendo che la responsabilità solidale dell'acquirente scatta se il venditore non versa l'IVA e il prezzo è inferiore al valore di mercato. L'acquirente deve dimostrare che il prezzo ridotto era giustificato da ragioni oggettive, non da altri giudizi o archiviazione penale. Il caso tornerà in appello per una nuova valutazione.
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L'Agenzia delle Entrate contestava a un'azienda l'applicazione del regime di inversione contabile (reverse charge oro) per la cessione di semilavorati e oggetti d'oro usati, sostenendo che si dovesse applicare l'IVA ordinaria. La Cassazione ha accolto il ricorso dell'Agenzia. Ha stabilito che il giudice di appello aveva erroneamente invertito l'onere probatorio, ponendolo a carico dell'Amministrazione finanziaria anziché dell'azienda. Inoltre, il giudice non aveva verificato se l'oro venduto rispondesse ai requisiti di purezza e destinazione per il reverse charge. La sentenza è stata cassata e rinviata per un nuovo esame.
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L'Agenzia delle Entrate contestava a un Contribuente la solidarietà IVA per l'acquisto di veicoli a prezzi inferiori al valore normale, sostenendo il mancato versamento dell'imposta da parte del venditore estero. La Commissione Tributaria Regionale aveva accolto le ragioni del Contribuente, ritenendo plausibili i prezzi. La Corte di Cassazione ha cassato questa decisione. Ha rilevato che la CTR aveva erroneamente valutato il "valore normale" dei beni e basato la sua pronuncia su elementi inconferenti, violando le norme sulla solidarietà IVA. La causa è stata rinviata alla CTR per una nuova valutazione.
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L'Agenzia delle Entrate ha contestato a un'Azienda una maggiore IVA per l'acquisto di veicoli usati a prezzi inferiori al valore di mercato. La Commissione Tributaria Regionale aveva annullato l'accertamento IVA, basandosi su quotazioni di riviste specializzate e ritenendo che l'Agenzia dovesse provare la consapevolezza dell'Azienda di partecipare a una frode. La Cassazione ha accolto il ricorso dell'Agenzia. Ha stabilito che il confronto tra il prezzo di acquisto e quello di vendita del cedente è un elemento valido per l'accertamento IVA. Non è necessario dimostrare che il cessionario fosse consapevole di una frode per applicare la responsabilità solidale.
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Un'azienda orafa ha applicato il regime di reverse charge oro per la vendita di materiale aureo a un'altra società, senza addebitare l'IVA. L'Agenzia delle Entrate ha contestato questa scelta, sostenendo che l'acquirente non svolgeva attività di trasformazione industriale diretta, ma solo di intermediazione. I giudici di merito hanno dato ragione all'Agenzia. La Corte di Cassazione ha invece ribaltato la decisione. Ha stabilito che l'applicazione del reverse charge oro dipende dalla purezza del metallo e dalla sua destinazione a un nuovo ciclo economico di trasformazione, non dalla circostanza che l'acquirente esegua direttamente la lavorazione. La sentenza precedente è stata annullata e il caso rinviato per una nuova valutazione.
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L'Agenzia delle Entrate contestava a un Commerciante l'indebita applicazione del regime di **reverse charge oro** per transazioni relative a oro usato destinato a fusione. L'Ufficio recuperava maggiore reddito imponibile ai fini IRPEF, IRAP e IVA. I giudici tributari di merito avevano dato ragione al Commerciante, ritenendo corretto il regime di inversione contabile. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione. Ha stabilito che il regime di **reverse charge oro** si applica ai prodotti d'oro non destinati al consumo immediato, purché rispettino i requisiti di purezza. Il Commerciante aveva dimostrato la destinazione dell'oro alla fusione, non alla vendita di materiale usato. L'Agenzia ha perso il ricorso.
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L'Amministrazione Finanziaria ha inviato a un'Azienda delle comunicazioni di debito solidale per l'IVA non versata da un fornitore, relativa a cessioni di beni a prezzo inferiore al valore normale. L'Azienda ha contestato sia la possibilità di impugnare tali comunicazioni sia la decadenza dell'Amministrazione. La Corte di Cassazione ha chiarito che la comunicazione di debito solidale è impugnabile, in quanto porta a conoscenza del contribuente una pretesa tributaria definita. Ha inoltre stabilito che per questi atti non si applica il termine di decadenza breve previsto per gli avvisi di accertamento, ma un termine più lungo se il cedente non ha presentato la dichiarazione. La Corte ha accolto il ricorso dell'Amministrazione su questo punto, rinviando la causa.
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L'Agenzia delle Entrate ha sanzionato un'Azienda per mancata applicazione dell'IVA tramite inversione contabile IVA sull'acquisto di oro usato. Le società cedenti non avevano applicato l'IVA, ritenendo applicabile il regime speciale. La Commissione Tributaria Regionale aveva dato ragione all'Azienda, ma la Cassazione ha cassato la sentenza. La Corte ha stabilito che l'inversione contabile per l'oro usato si applica solo a prodotti non destinati al consumo immediato e con specifici requisiti di purezza, per prevenire frodi fiscali. Il caso torna al giudice di merito per una nuova valutazione.
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I Locatori richiedono il pagamento di canoni arretrati alla Società Cedente per un immobile commerciale. La società sostiene di non dover rispondere dei debiti, avendo realizzato la Cessione del contratto di locazione a un Nuovo Conduttore unitamente al ramo d'azienda. I giudici di merito condannano la Società Cedente in solido con il nuovo affittuario. La Corte di Cassazione ribalta la decisione. La Suprema Corte stabilisce che, se la comunicazione del trasferimento è stata effettuata regolarmente al proprietario, la responsabilità del vecchio inquilino è soltanto sussidiaria. Il locatore deve quindi rivolgere la preventiva richiesta di pagamento al nuovo conduttore tramite messa in mora. Solo dopo l'inadempimento di quest'ultimo è possibile agire nei confronti della società cedente.
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Una lavoratrice otteneva dal tribunale la dichiarazione di inefficacia del trasferimento causato da una cessione di ramo d'azienda. Il giudice disponeva il ripristino del rapporto di lavoro con l'azienda cedente. La dipendente metteva a disposizione le proprie energie lavorative e ingiungeva il pagamento degli stipendi arretrati. L'azienda cedente rifiutava il pagamento eccependo che la dipendente aveva risolto consensualmente il contratto con l'azienda cessionaria incassando un incentivo all'esodo. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'azienda cedente confermando l'obbligo retributivo integrale.
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L'Agenzia delle Entrate ha sanzionato un'Azienda per non aver proceduto alla Regolarizzazione fattura IVA. L'Azienda aveva ricevuto una fattura con un'aliquota IVA agevolata (10%) per un bene destinato a uso non residenziale, quando avrebbe dovuto applicarsi l'aliquota ordinaria. La Commissione Tributaria Regionale aveva escluso l'obbligo del cessionario di controllare la correttezza sostanziale dell'aliquota. La Cassazione ha ribaltato questa decisione. Ha stabilito che il cessionario deve verificare la regolarità formale della fattura, inclusa l'aliquota IVA, e procedere alla Regolarizzazione fattura IVA se l'aliquota è errata e non giustificata.
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Il caso riguarda un lavoratore il cui trasferimento a un'altra società è stato dichiarato nullo con sentenza definitiva. Nonostante la pronuncia, l'azienda originaria non ha riammesso in servizio il dipendente, il quale ha richiesto il pagamento delle retribuzioni dovute. L'azienda originaria si è opposta, sostenendo che le somme percepite dal lavoratore tramite un accordo transattivo con la società di fatto utilizzatrice dovessero essere detratte. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda, stabilendo che una cessione di azienda invalida genera due rapporti distinti: uno giuridico con il cedente e uno di fatto con il cessionario. Di conseguenza, le somme ottenute dal rapporto di fatto non possono ridurre il risarcimento dovuto dal datore di lavoro originario.
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Due lavoratori impugnano la cessione di ramo d'azienda tra la loro ex azienda datrice di lavoro e una nuova società, ritenendola invalida. Successivamente, i lavoratori firmano un verbale di conciliazione con la società acquirente per risolvere il rapporto di lavoro di fatto instaurato. L'azienda originaria sostiene che tale accordo estingua ogni pretesa anche nei suoi confronti. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso dell'azienda originaria, confermando che l'invalidità della cessione di ramo d'azienda mantiene in vita il rapporto giuridico con il datore di lavoro originario. La risoluzione del rapporto con l'acquirente di fatto non elimina l'interesse dei lavoratori a chiedere il ripristino del posto di lavoro originario.
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Una banca ha concesso un mutuo a una società vinicola, i cui beni sono stati successivamente confiscati dallo Stato. Il credito è stato poi ceduto a una società finanziaria, che ha chiesto di recuperare le somme. Il Tribunale ha respinto la richiesta, ritenendo che la società acquirente non avesse dimostrato la propria buona fede al momento dell'acquisto del credito. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione, stabilendo che la buona fede del creditore deve essere valutata con riferimento al momento in cui il credito è nato e alla posizione della banca originaria (cedente), e non dell'acquirente (cessionario). Il caso torna al Tribunale per un nuovo esame.
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L'Amministrazione Finanziaria ha richiesto a un'azienda acquirente di auto il pagamento dell'IVA non versata dal venditore. L'accertamento si fondava sul fatto che l'acquisto era avvenuto a un prezzo inferiore al valore normale di mercato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'acquirente, confermando la sua responsabilità solidale del cessionario. I giudici hanno chiarito che, per superare la presunzione di legge, l'acquirente deve fornire prove documentali specifiche e oggettive che giustifichino il prezzo inferiore in base alla propria attività economica, non bastando riferimenti generici a listini o offerte di terzi.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una società in fallimento relativo alla cessione del credito IVA. La società aveva ceduto il proprio credito d'imposta a una banca, notificando l'operazione all'Agenzia delle Entrate. Successivamente, ha impugnato il rifiuto dell'Amministrazione finanziaria di riconoscere l'efficacia della cessione. I giudici di legittimità hanno rilevato d'ufficio che, a seguito della cessione del credito IVA, la società cedente ha perso la legittimazione ad agire e l'interesse a ricorrere. Il diritto di pretendere il rimborso e di contestare le decisioni del fisco spetta infatti esclusivamente al soggetto cessionario, ossia alla banca che ha acquistato il credito.
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Una banca in liquidazione ha ceduto le proprie attività a un nuovo istituto di credito. Il Lavoratore, licenziato dalla banca cedente, ha richiesto la continuità del rapporto di lavoro con la banca acquirente. La Corte di Cassazione ha confermato che l'operazione ha costituito un effettivo trasferimento di azienda. Di conseguenza, in mancanza di un valido accordo sindacale trilaterale che potesse derogare alle tutele di legge, il rapporto di lavoro si è trasferito automaticamente alla banca cessionaria ai sensi dell'articolo 2112 del codice civile. Il licenziamento intimato dalla cedente è stato dichiarato inefficace poiché avvenuto quando il rapporto era già passato alla nuova banca. La banca acquirente deve quindi riassumere il dipendente e risarcirgli i danni.
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Un acquirente acquistava quattro autovetture da un fornitore a un prezzo di gran lunga inferiore rispetto a quello pagato dal fornitore stesso per l'acquisto precedente. L'Amministrazione finanziaria contestava l'omesso versamento dell'imposta da parte del venditore, richiedendola all'acquirente in virtù della responsabilità solidale IVA prevista per le vendite sotto il valore normale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'acquirente, confermando che la forte differenza tra il prezzo d'acquisto e il valore di mercato fa scattare la coobbligazione. Il valore normale può essere desunto dal prezzo della precedente transazione, dato oggettivo più attendibile dei listini di settore. L'acquirente non ha fornito la prova contraria per giustificare lo sconto anomalo.
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Una società acquistava un credito fiscale tramite un contratto che conteneva una condizione sospensiva: l'efficacia verso il Fisco dipendeva dal pagamento del saldo. Successivamente, la società chiedeva il rimborso delle somme, ma l'Agenzia delle Entrate notificava un diniego. La Corte di Cassazione ha stabilito che la cessione del credito d'imposta non è opponibile all'Amministrazione Finanziaria fino a quando non viene formalmente comunicato l'avveramento della condizione sospensiva. Poiché tale comunicazione è avvenuta solo nel 2016, i provvedimenti di diniego emessi nel 2014 sono pienamente legittimi. Il ricorso della società acquirente è stato quindi rigettato.
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