Definizione
Somma di denaro versata al momento della firma di un contratto come garanzia dell'impegno assunto.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 382 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2019–2026). Nel 50% dei casi il ricorso è stato rigettato.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 35%
- Rigettato 50%
- Inammissibile 9%
- Estinto 1%
- Altro 6%
Provvedimenti per anno
2019
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Civile Sez. 282%
- Civile Sez. 511%
- Civile Sez. 37%
Precedenti più richiamati
- Cass. S.U. 553/2009in 19 provvedimenti
- Cass. 18392/2022in 9 provvedimenti
- Cass. 35068/2022in 10 provvedimenti
- Cass. 13627/2017in 8 provvedimenti
- Cass. 6401/2015in 9 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
La proprietaria di quote in una multiproprietà alberghiera ha presentato un ricorso d'urgenza contro la società di gestione della struttura. La titolare lamentava il mancato riscontro alle proprie richieste via PEC per confermare i soggiorni della stagione invernale. A suo dire, il silenzio del gestore le impediva di conoscere l'importo della caparra e le esponeva al rischio di decadere dai propri turni. La società ha replicato precisando che i prezzi erano consultabili sul portale del consorzio dei proprietari. Il Tribunale ha respinto il ricorso cautelare. Il giudice ha accertato che il meccanismo di calcolo era già noto e che il listino era liberamente verificabile online. Non sussisteva alcun pericolo di danno imminente, potendo la proprietaria versare la caparra del trenta per cento entro il termine contrattuale fissato al quindici ottobre.
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Un acquirente cita in giudizio la società venditrice per ottenere la restituzione caparra confirmatoria di cinquantamila euro, versata per l'acquisto di un immobile poi sfumato per mutuo consenso. L'acquirente sostiene di aver ricevuto indietro solo venticinquemila euro. La società replica di aver saldato l'intero debito e di aver versato quattrocento euro in eccedenza mediante bonifici e due assegni circolari. L'acquirente riduce la pretesa ma contesta tardivamente la causale degli assegni. In primo grado il tribunale condanna la società, ritenendo non provato il legame tra assegni e debito. La Corte d'Appello ribalta la pronuncia: la mancata contestazione tempestiva dell'imputazione dei titoli rende pacifico il pagamento. L'acquirente perde la causa e deve restituire l'eccedenza con le spese di lite.
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Due acquirenti citano una società costruttrice per chiedere la risoluzione del compromesso per mancata concessione edilizia e la restituzione del doppio della caparra. La costruttrice eccepisce il recesso e trattiene la somma versata, lamentando la mancata cooperazione dei compratori. Il tribunale dà ragione all'impresa, ma la corte d'appello ribalta l'esito: i giudici dichiarano d'ufficio la nullità del contratto preliminare per indeterminatezza dell'oggetto, condannando l'impresa a restituire gli importi ricevuti. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della società venditrice. Il magistrato d'appello può rilevare la nullità contrattuale, ma deve obbligatoriamente stimolare il contraddittorio preventivo tra le parti. L'omessa segnalazione trasforma il verdetto in una sentenza a sorpresa, determinando la nullità insanabile del provvedimento per lesione del diritto di difesa.
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Un acquirente e due proprietarie stipulano un contratto preliminare di compravendita per un immobile. In seguito, le venditrici alienano il bene a terzi. L'acquirente recede chiedendo il doppio della caparra e la restituzione degli acconti. Le venditrici si difendono sostenendo che l'acquirente non aveva fondi sufficienti a causa di difficoltà economiche e di salute. La Corte d'Appello condanna le venditrici ritenendo rinunciate le loro richieste di prova testimoniale, poiché richiamate solo genericamente tramite rinvio all'atto di appello. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso delle venditrici. I giudici stabiliscono che il richiamo complessivo all'atto di impugnazione mantiene vive le istanze istruttorie, a meno che non emerga un'esplicita rinuncia.
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Una società acquirente versava 425.000 euro per un immobile mai costruito. A seguito di un sequestro antimafia, l'amministratore giudiziario chiedeva la nullità del contratto preliminare per illiceità dello scopo. Il preliminare serviva infatti a distrarre fondi pubblici tramite pattuizioni fortemente squilibrate e una fittizia perdita della caparra. La Corte d'Appello accertava l'accordo illecito e dichiarava invalido l'accordo, omettendo tuttavia di pronunciarsi sulla domanda di restituzione del denaro. La Corte di Cassazione ha confermato l'illiceità dell'intesa fraudolenta e ha accolto il ricorso dell'acquirente per omessa pronuncia sulle somme. I giudici hanno rinviato la causa a un nuovo collegio d'appello, prescrivendo di verificare se l'immoralità sociale dell'operazione precluda il rimborso.
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In un contenzioso relativo a un contratto di appalto per lavori edili, la Corte d’Appello ha ribaltato la sentenza di primo grado che aveva ritenuto illeggibili i bonifici presentati dal committente. Grazie all'analisi tecnica e documentale, è stato accertato che il committente aveva versato somme superiori al valore delle opere realizzate, annullando il debito residuo preteso dall'impresa appaltatrice.
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Una promissaria acquirente ha citato in giudizio una società immobiliare per far dichiarare nullo un accordo immobiliare, ritenendolo un contratto definitivo privo delle menzioni urbanistiche obbligatorie, chiedendo la restituzione della caparra confirmatoria di 30.000 euro. La società costruttrice ha invece sostenuto la natura di contratto preliminare di compravendita dell'atto, chiedendo di trattenere la caparra a causa del rifiuto dell'acquirente di stipulare il rogito notarile. La Corte di Cassazione ha confermato che l'accordo costituiva un contratto preliminare di compravendita: il rinvio del passaggio di possesso e proprietà all'atto notarile dimostra la volontà di differire gli effetti traslativi. L'acquirente inadempiente perde la caparra. La Suprema Corte ha inoltre rideterminato le spese legali a favore della società, commisurandole all'intero valore dell'immobile compravenduto (333.000 euro) anziché alla sola caparra.
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Un Acquirente ha citato in giudizio un Venditore e un'agenzia per un presunto inadempimento contrattuale relativo alla vendita di un immobile con vincoli non dichiarati. L'Acquirente chiedeva il legittimo esercizio del suo recesso dal preliminare e la restituzione del doppio della caparra confirmatoria. Il Venditore, a sua volta, ha esercitato il recesso per il mancato rispetto del termine di stipula da parte dell'Acquirente. Il Tribunale aveva condannato il Venditore, ma la Corte d'Appello ha annullato la condanna per ultrapetizione. La Cassazione ha accolto il ricorso dell'Acquirente, stabilendo che il giudice può valutare l'inadempimento complessivo delle parti anche se le specifiche motivazioni non sono identiche a quelle inizialmente dedotte, purché petitum e causa petendi rimangano invariati. La sentenza è stata cassata con rinvio per una nuova valutazione del recesso dal preliminare.
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Un acquirente ha stipulato un contratto preliminare per l'acquisto di un immobile, versando una caparra. Ha poi scoperto irregolarità urbanistiche, inclusa una dependance abusiva successivamente demolita. L'acquirente ha chiesto la risoluzione contratto preliminare e la restituzione delle somme. I giudici di merito hanno accolto la domanda, ritenendo grave l'inadempimento del venditore. La Cassazione ha cassato la sentenza, precisando che la risoluzione per evizione parziale non è automatica. Il giudice deve valutare se la parte mancante fosse essenziale per l'acquirente, ovvero se questi non avrebbe acquistato l'immobile senza quella specifica porzione.
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Una promissaria acquirente aveva stipulato un contratto preliminare per l'acquisto di un immobile, con una clausola che obbligava la società costruttrice a mantenere la destinazione residenziale dell'intero stabile per vent'anni. La società, tuttavia, ha venduto alcune unità per uso commerciale, configurando un chiaro inadempimento contrattuale. I giudici di merito avevano escluso la rilevanza della violazione, ma la Cassazione ha accolto il ricorso dell'acquirente. La Suprema Corte ha affermato che la clausola era una valida obbligazione, indipendentemente dai motivi soggettivi del venditore, e la sua violazione costituisce un grave inadempimento contrattuale. La sentenza è stata rinviata alla Corte d'Appello per una nuova valutazione.
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Un Promissario Acquirente ha citato in giudizio una Promittente Venditrice per l'inadempimento di un contratto preliminare di vendita immobiliare, chiedendo l'esecuzione specifica o la risoluzione con risarcimento. La Venditrice aveva inviato una diffida ad adempiere all'Acquirente, che era risultato inadempiente. La questione centrale riguardava la possibilità per la Venditrice di ottenere la ritenzione caparra confirmatoria dopo la risoluzione automatica del contratto per effetto della diffida. La Corte di Cassazione ha stabilito che la parte non inadempiente può ritenere la caparra anche se il contratto si è risolto automaticamente tramite diffida, senza necessità di esercitare un formale diritto di recesso. La Venditrice ha vinto, potendo trattenere la caparra e ottenendo il rimborso delle spese processuali.
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Due proprietarie hanno promesso di vendere un terreno. L'acquirente ha versato una caparra. Successivamente, l'acquirente ha rifiutato di stipulare il contratto definitivo, sostenendo l'esistenza di una servitù di passaggio non dichiarata sul terreno. Le venditrici hanno esercitato il **recesso dal contratto preliminare** e preteso di trattenere la caparra. La Corte d'Appello ha dato ragione alle venditrici. La Cassazione, invece, ha accolto il ricorso dell'acquirente. Ha chiarito che il consulente tecnico d'ufficio può acquisire documenti per provare fatti principali rilevabili d'ufficio, come una servitù, e che il timore di una servitù non dichiarata giustifica il rifiuto dell'acquirente.
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Un promissario acquirente ha stipulato un contratto preliminare per l'acquisto di un immobile. I promittenti venditori hanno inizialmente esercitato il `recesso dal contratto preliminare`. Successivamente, il promissario acquirente ha agito in giudizio per l'esecuzione specifica. I venditori hanno aderito, ma la prima sentenza ha dichiarato la cessazione della materia del contendere, senza pronunciarsi sulla legittimità del recesso. A seguito di un nuovo inadempimento dei venditori, il promissario acquirente ha esercitato un nuovo recesso, chiedendo il doppio della caparra. La Cassazione ha confermato la legittimità di questo secondo recesso, stabilendo che la precedente sentenza di cessazione della materia del contendere non aveva formato un `giudicato sostanziale` sulla validità del primo recesso. I venditori hanno perso e sono stati condannati alle spese.
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L'Agenzia delle Entrate ha contestato la dichiarazione IRES di un'azienda per il 2007, riguardante la plusvalenza tassabile derivante dalla cessione di partecipazioni. L'azienda aveva conferito un complesso aziendale a una nuova società, poi venduto le quote. Un primo contratto di vendita fu risolto, portando al trattenimento di una caparra e alla costituzione di un fondo rischi. L'Agenzia riteneva errato il calcolo della plusvalenza e l'utilizzo del fondo. Dopo che i giudici tributari di primo e secondo grado avevano dato ragione all'azienda, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Agenzia. Ha annullato la decisione precedente, ritenendo la motivazione insufficiente e incomprensibile, e ha rinviato il caso a una diversa Commissione Tributaria Regionale per un nuovo giudizio sulla corretta determinazione della plusvalenza tassabile.
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Alcuni acquirenti stipulano un preliminare per un fabbricato e versano una cospicua caparra. In seguito formalizzano la cessione del preliminare a favore di un terzo tramite accordi interni riservati. Il venditore accetta il subentro del nuovo acquirente. Quando emergono irregolarità sull'abitabilità di un piano, il nuovo acquirente interrompe i pagamenti rateali concordati. Il venditore recede legittimamente dal contratto per grave inadempimento e incamera l'intera caparra versata. Gli acquirenti originari citano in giudizio il venditore e il cessionario, chiedendo il trasferimento coattivo del bene, la riduzione del prezzo o la restituzione delle somme. La Corte di Cassazione respinge definitivamente le richieste dei cedenti: la risoluzione del contratto ha effetto esclusivo verso il nuovo acquirente subentrato e gli accordi dissimulati restano del tutto inopponibili al venditore rimasto all'oscuro.
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Una società venditrice stipula un contratto preliminare per la vendita di cinquanta appartamenti, garantendo la loro destinazione urbanistica residenziale. La parte acquirente versa un milione di euro a titolo di caparra confirmatoria. Prima del rogito definitivo, la parte acquirente riscontra gravi incertezze sulla documentazione urbanistica ed edilizia degli immobili. Nonostante le espresse richieste, la parte venditrice non fornisce prove chiare della destinazione d'uso nei termini stabiliti. La parte acquirente comunica quindi il recesso dal contratto preliminare chiedendo la restituzione del doppio della caparra. La Corte di Cassazione conferma la legittimità del recesso per grave inadempimento del venditore.
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Un'azienda venditrice e una promittente acquirente stipulano un contratto preliminare per la cessione di un bar. L'acquirente versa tre cambiali a titolo di caparra confirmatoria, le quali restano insolute. L'azienda invia inizialmente un'intimazione ad adempiere, ma successivamente richiede in giudizio l'esecuzione in forma specifica del contratto e il pagamento dei titoli. L'acquirente sostiene che il contratto sia risolto e chiede la cancellazione dell'accordo. La Corte di Cassazione stabilisce che la rinuncia alla diffida ad adempiere è del tutto ammissibile anche per fatti concludenti, quando la parte adempiente agisce per ottenere il rispetto dell'accordo. L'acquirente perde la causa, viene condannata a saldare gli importi delle cambiali come acconto sul prezzo e deve rimborsare le spese legali.
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Un acquirente firma una scrittura privata per acquistare un immobile e versa una cospicua caparra confirmatoria. Successivamente trascrive soltanto la domanda giudiziale diretta ad accertare l'autenticità delle firme, poiché la promittente venditrice rifiuta di stipulare il contratto definitivo. Poco dopo, la società venditrice viene dichiarata fallita e il curatore sceglie di sciogliersi dal contratto preliminare. L'acquirente chiede di insinuare al passivo il credito restitutorio della caparra con il privilegio speciale immobiliare. La Corte di Cassazione respinge la richiesta. I giudici chiariscono che la semplice trascrizione della domanda giudiziale non equivale alla trascrizione del contratto preliminare. Senza il completamento dell'intera sequenza formale prima della dichiarazione di fallimento, il credito rimane chirografario e non gode di alcuna garanzia d'incasso sul bene.
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Un acquirente ha citato in giudizio un venditore per inadempimento di un contratto preliminare di vendita immobiliare. Il venditore ha chiesto il pagamento delle spese condominiali relative a un immobile concesso in comodato al padre dell'acquirente. Dopo una sentenza di primo grado favorevole all'acquirente, la Corte d'Appello ha condannato il padre dell'acquirente al pagamento delle spese condominiali. Il padre ha proposto ricorso in Cassazione, contestando l'errata valutazione delle prove e la violazione dell'onere della prova spese condominiali. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la condanna al pagamento delle spese condominiali a carico del padre dell'acquirente.
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Un contratto preliminare di compravendita immobiliare prevedeva l'**estinzione ipoteca preliminare** a carico della venditrice prima del rogito. La venditrice estinse il debito e ottenne il consenso bancario alla cancellazione, ma la formalità di registrazione richiese più tempo. L'acquirente ritenne la venditrice inadempiente e recedette. La Corte d'Appello diede ragione all'acquirente. La Cassazione ha cassato questa decisione, stabilendo che l'estinzione del debito e il consenso alla cancellazione sono sufficienti a soddisfare l'obbligo, anche se la cancellazione formale non avviene entro il termine pattuito per ragioni burocratiche. Richiedere l'impossibile viola il principio di buona fede.
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