Definizione
Un gruppo di persone che si uniscono per commettere reati, usando la forza di intimidazione del vincolo associativo per controllare territori o attività economiche.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 308 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2019–2026). Nel 45% dei casi il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 15%
- Rigettato 40%
- Inammissibile 45%
- Altro 0%
Provvedimenti per anno
2019
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Penale Sez. 640%
- Penale Sez. 131%
- Penale Sez. 229%
Precedenti più richiamati
- Cass. 3508/2019in 10 provvedimenti
- Cass. 51742/2018in 7 provvedimenti
- Cass. S.U. 36958/2021in 53 provvedimenti
- Cass. 47361/2022in 7 provvedimenti
- Cass. 38848/2021in 8 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un individuo contro una misura cautelare che lo vedeva coinvolto in una storica associazione mafiosa e in episodi di estorsione. Il Ricorrente contestava l'interpretazione delle intercettazioni e la valutazione delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, ritenendo insufficienti gli indizi di colpevolezza. La Suprema Corte ha ribadito che non può riesaminare il merito delle prove, ma solo la logicità della motivazione del giudice di grado inferiore. Ha confermato la correttezza della valutazione degli indizi di colpevolezza per l'associazione mafiosa e l'estorsione.
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L'Imputato ha contestato la custodia cautelare in carcere per il reato di trasferimento fraudolento di valori, aggravato dall'agevolazione mafiosa. Egli aveva fittiziamente intestato quote di una società ad altri, pur essendone il reale proprietario e gestore, al fine di eludere misure di prevenzione e agevolare la 'ndrangheta. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Imputato, confermando la decisione del Tribunale di Milano. La Corte ha ritenuto corretto l'accertamento sia dell'elemento materiale che psicologico del reato, nonché la sussistenza dell'aggravante mafiosa e delle esigenze cautelari. L'Imputato deve pagare le spese processuali e una sanzione.
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L'Indagata ha presentato ricorso contro la conferma della sua custodia in carcere, disposta per gravi indizi di associazione mafiosa ed estorsione aggravata, oltre a porto e detenzione di armi. La difesa ha contestato la nullità dell'ordinanza per l'incompatibilità di un giudice e la nullità dei decreti di intercettazione. Ha inoltre sostenuto l'illogicità della motivazione sui gravi indizi di colpevolezza per i reati contestati. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ritenuto infondate le eccezioni sulla nullità per incompatibilità del giudice e sull'inutilizzabilità delle intercettazioni. La Corte ha confermato la logicità e l'adeguatezza della motivazione del Tribunale riguardo la sussistenza dei gravi indizi di associazione mafiosa ed estorsione.
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La Cassazione ha confermato la decisione del Tribunale che aveva ribadito la sussistenza della gravità indiziaria per un Lavoratore accusato di partecipazione ad associazione mafiosa e di estorsione aggravata. Il Tribunale aveva riesaminato il caso dopo un precedente annullamento con rinvio della Cassazione per carenza di motivazione. La Suprema Corte ha ritenuto logica e persuasiva la motivazione del Tribunale, basata su intercettazioni, videosorveglianza e la presenza del Lavoratore sui luoghi dei fatti, elementi che dimostravano la sua stabile partecipazione all'organizzazione criminale e la *gravità indiziaria per associazione mafiosa*. Il ricorso del Lavoratore è stato rigettato.
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Un individuo, sottoposto a custodia cautelare in carcere per partecipazione ad associazione mafiosa (camorra), ha presentato ricorso in Cassazione. Contestava la motivazione dell'ordinanza cautelare, ritenuta insufficiente e basata su un "copia-incolla", l'assenza di gravi indizi di colpevolezza e la non attualità delle esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che la valutazione autonoma del giudice non implica una motivazione "diversa", ma una conoscenza degli atti. Ha inoltre confermato la presunzione di sussistenza delle esigenze cautelari per i reati di associazione mafiosa, non superabile dal tempo trascorso se i legami con il sodalizio persistono.
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Un rappresentante sindacale era accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. La Procura sosteneva che avesse favorito un clan criminale gestendo in modo "addomesticato" i lavoratori di un'azienda appaltatrice in un ospedale e agevolando assunzioni. Il Tribunale del riesame aveva confermato la misura cautelare. La Cassazione ha annullato questa decisione. Ha ritenuto che la motivazione fosse generica e non avesse dimostrato il contributo specifico del rappresentante al rafforzamento del clan, né la reciprocità dei vantaggi. La sentenza ha rinviato il caso per una nuova valutazione degli indizi.
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Un individuo ha impugnato la **custodia cautelare** in carcere, disposta per il reato di associazione mafiosa. Il Tribunale del Riesame aveva confermato la misura, ritenendo la sua affiliazione a un clan mafioso persistente. L'individuo ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la motivazione e l'assenza di attuali esigenze cautelari, invocando il "tempo silente" (il tempo trascorso dal reato). La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che per i reati di mafia, la presunzione di esigenze cautelari è forte e il tempo trascorso, da solo, non dimostra il distacco dall'associazione. L'individuo è stato condannato alle spese processuali e a una sanzione economica.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo già condannato per partecipazione ad associazione mafiosa. L'imputato aveva contestato l'ordinanza del Tribunale del Riesame che aveva disposto gli arresti domiciliari, basandosi su nuove prove della sua rinnovata attività all'interno dell'organizzazione criminale, anche dopo aver scontato la pena. Le intercettazioni mostravano il suo ruolo di mediatore e la sua disponibilità a influenzare attività commerciali, configurando una continua partecipazione ad associazione mafiosa. La Cassazione ha confermato che la ripresa dei contatti e la 'messa a disposizione' per il gruppo sono sufficienti a dimostrare la persistenza dell'adesione criminale. L'uomo dovrà pagare le spese processuali e una multa.
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Il Ricorrente, sottoposto a custodia cautelare per associazione mafiosa, ha impugnato il rigetto della sua richiesta di revoca o sostituzione della misura. Ha sostenuto che il Tribunale non aveva considerato il suo ruolo marginale, la risalenza dei fatti e la lunga detenzione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che il controllo di legittimità non può rivalutare i fatti, ma solo verificare la logicità della motivazione. La Corte ha confermato che il tempo trascorso senza nuove condotte è rilevante, ma nel caso specifico la motivazione del Tribunale non era manifestamente illogica. Il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese.
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La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un individuo sottoposto a custodia cautelare per associazione mafiosa. Il Tribunale del Riesame aveva annullato tale misura, ritenendo insufficienti i gravi indizi. Tuttavia, la Procura ha contestato questa decisione. La Cassazione ha accolto il ricorso, evidenziando che il Riesame non aveva valutato in modo completo e unitario le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e le intercettazioni. Queste prove suggerivano un ruolo di vertice dell'indagato nell'associazione mafiosa. La sentenza ha annullato la decisione del Riesame, rinviando il caso per un nuovo giudizio.
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La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un Lavoratore condannato per partecipazione ad associazione mafiosa, estorsione aggravata e detenzione di armi. Il Lavoratore aveva imposto assunzioni e richiesto denaro a una cooperativa di raccolta rifiuti, sfruttando il clima intimidatorio. La Cassazione ha annullato la condanna per associazione mafiosa e per un capo di estorsione. Ha rilevato che l'assoluzione di coimputati in un processo separato aveva fatto venir meno il numero minimo di partecipanti necessario per configurare il reato di associazione mafiosa. Ha anche riscontrato una contraddizione logica nell'accertamento dell'estorsione. Le condanne per un altro capo di estorsione e detenzione di armi sono diventate definitive.
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La Cassazione ha esaminato il caso di un uomo in custodia cautelare per associazione mafiosa, estorsione e altri reati. Il Ricorrente contestava l'incompatibilità di un giudice e la nullità delle intercettazioni, ma la Corte ha respinto queste eccezioni. Ha invece accolto il ricorso limitatamente alla contestazione del suo presunto ruolo verticistico nell'associazione mafiosa. La sentenza ha rilevato che la motivazione del Tribunale non aveva chiarito con precisione il ruolo effettivo del Ricorrente all'interno del clan, specialmente in relazione al fratello, capo riconosciuto. Pertanto, la Cassazione ha annullato l'ordinanza su questo specifico punto, rinviando al Tribunale per un nuovo esame.
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Un individuo, accusato di partecipazione a un'**associazione mafiosa** e di estorsioni, aveva impugnato la misura cautelare della custodia in carcere. Il Tribunale del Riesame aveva confermato la misura, ritenendo validi gli indizi di colpevolezza. Il Ricorrente ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la valutazione delle prove e l'attualità delle esigenze cautelari, sostenendo anche che la sua residenza all'estero dal 2013 dovesse escludere il suo coinvolgimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che la motivazione del Tribunale era logica e persuasiva, e che la residenza all'estero non escludeva la partecipazione ai reati, dato che le prove erano state raccolte proprio durante tale periodo.
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Un ex ispettore di polizia ha presentato ricorso contro un'ordinanza che confermava le misure cautelari a suo carico. L'uomo era accusato di aver sfruttato la sua posizione e le sue conoscenze per favorire un'associazione mafiosa, fornendo informazioni e agevolando attività criminali. La Corte ha valutato il persistente pericolo di reiterazione del reato, ritenendo che la cessazione dal servizio non eliminasse la sua capacità di influire su indagini o prove. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, confermando la condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Un Lavoratore, sottoposto agli arresti domiciliari per `partecipazione ad associazione mafiosa` ('ndrangheta), ha visto il suo ricorso in Cassazione dichiarato inammissibile. Il Tribunale di Reggio Calabria aveva confermato la misura cautelare, basandosi su gravi indizi di colpevolezza emersi da intercettazioni che dimostravano la sua conoscenza delle dinamiche interne dell'organizzazione e un ruolo attivo come 'paciere'. La Cassazione ha respinto le contestazioni del Lavoratore, confermando la sussistenza del pericolo di recidiva e la validità delle motivazioni del Tribunale, condannandolo al pagamento delle spese processuali.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso presentato da un imputato contro un'ordinanza del Tribunale del Riesame. Quest'ultima aveva confermato la custodia in carcere per l'imputato, accusato di partecipazione a un'associazione di stampo mafiosa dedita al traffico di stupefacenti e all'estorsione. L'imputato, in particolare, era ritenuto un "assaggiatore e tagliatore" di cocaina e attivo nello spaccio. La Suprema Corte ha ritenuto il ricorso generico e non confrontato con le motivazioni del Tribunale, confermando la gravità indiziaria. La decisione finale è l'inammissibilità del ricorso penale, con condanna dell'imputato alle spese processuali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo di beni aziendali e del patrimonio di una società di forniture mediche. Le indagini avevano rivelato che la società era strumentale alle infiltrazioni di una cosca mafiosa nel settore sanitario pubblico, attraverso corruzione e appalti illeciti. Nonostante la società fosse formalmente intestata a una persona non indagata, l'effettivo controllo (dominus) era esercitato da un altro soggetto, coinvolto nell'associazione mafiosa. La Corte ha ribadito che il sequestro preventivo è legittimo per impedire la continuazione dei reati, anche se il bene è di proprietà di un terzo in buona fede, poiché la sua disponibilità rappresenterebbe un "periculum in mora". Il ricorso della proprietaria formale è stato dichiarato inammissibile.
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Un individuo, amministratore di fatto di un'azienda, ha presentato ricorso contro la conferma degli arresti domiciliari. La misura cautelare era stata applicata per il reato di partecipazione ad un'associazione per delinquere, aggravata dalla finalità di agevolare la 'ndrangheta. Il Tribunale aveva basato la sua decisione su numerose intercettazioni telefoniche e documentazione che dimostravano i rapporti stabili dell'indagato con esponenti mafiosi e la sua consapevolezza delle attività illecite. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la validità degli indizi di colpevolezza e la permanenza del pericolo di recidiva legato all'associazione mafiosa. L'individuo è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Un Lavoratore, accusato di essere un organizzatore di un'associazione mafiosa, ha impugnato l'ordinanza che confermava la sua custodia cautelare in carcere. La difesa contestava la valutazione degli indizi di colpevolezza, sostenendo che le intercettazioni telefoniche fossero state interpretate male. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che il ricorso in Cassazione non può contestare la ricostruzione dei fatti o proporre una diversa valutazione delle prove, ma solo denunciare violazioni di legge o illogicità manifeste della motivazione. Il Tribunale aveva correttamente ritenuto la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza basandosi sulle intercettazioni, che mostravano il ruolo direttivo del Lavoratore nella associazione mafiosa anche durante la sua latitanza.
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Il Ricorrente è stato sottoposto a custodia cautelare per presunta partecipazione a un'associazione di stampo mafioso, il clan Puntina - Pillera. Il Tribunale del riesame ha confermato questa misura. Il Ricorrente ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la gravità degli indizi di colpevolezza e la motivazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha ritenuto che le prove, incluse intercettazioni e videoriprese, dimostrassero un ruolo di sostegno del Ricorrente al capo dell'organizzazione. La Corte ha confermato la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza e delle esigenze cautelari, ribadendo la correttezza della valutazione dei giudici precedenti.
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