Definizione
Elementi costitutivi del reato di truffa. Indicano le macchinazioni e gli inganni utilizzati per indurre qualcuno in errore e procurarsi un ingiusto profitto.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 287 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 64% dei casi il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 22%
- Rigettato 13%
- Inammissibile 64%
- Altro 2%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Penale Sez. 262%
- Penale Sez. 734%
- Penale Sez. 64%
Precedenti più richiamati
- Cass. 42867/2017in 6 provvedimenti
- Cass. 51166/2019in 8 provvedimenti
- Cass. S.U. 7537/2010in 10 provvedimenti
- Cass. 29853/2016in 7 provvedimenti
- Cass. 23079/2018in 7 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Due individui hanno convinto una persona ad acquistare telefoni cellulari stipulando contratti di finanziamento del tutto insostenibili per le sue capacità economiche. Gli autori dell'inganno avevano promesso alla vittima che si sarebbero occupati della rivendita degli apparecchi e che le avrebbero consegnato l'intero guadagno. Dopo aver ottenuto i telefoni, i due soggetti sono spariti senza versare alcuna somma. I giudici di merito hanno condannato entrambi per il reato di truffa. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i loro ricorsi, ritenendo accertata la condotta fraudolenta e sanzionando gli imputati con il pagamento delle spese legali e di una somma alla Cassa delle ammende.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di una donna per truffa contrattuale seriale. La venditrice pubblicava annunci online per la cessione di cuccioli, incassava l'importo concordato dai clienti e si rendeva immediatamente irreperibile senza mai consegnare gli animali. La difesa sosteneva che si trattasse di un mero inadempimento civile e chiedeva l'estinzione del reato avendo restituito l'importo economico versato dalla persona offesa. I giudici supremi hanno respinto il ricorso. La serialità degli annunci, la totale assenza di giustificazioni sull'esistenza dei beni e la repentina fuga post-pagamento integrano pienamente gli artifizi e raggiri. Inoltre, l'offerta risarcitoria limitata al solo danno economico, escludendo il danno morale patito dalle vittime, non basta a estinguere il reato. La condanna e il pagamento delle spese processuali restano definitivi.
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Un cliente ha soggiornato in una struttura alberghiera pagando caparra e saldo con carte di credito intestate a persone ignare, le quali hanno poi disconosciuto le operazioni. La difesa ha sostenuto l'assenza di inganno iniziale, invocando la minore gravità dell'insolvenza fraudolenta o la totale buona fede dell'ospite. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per reato di truffa. I giudici hanno chiarito che l'impiego abusivo di dati finanziari altrui per prenotare costituisce un vero artifizio fraudolento, idoneo a carpire il consenso della struttura ricettiva e a generare un ingiusto profitto.
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L'imputato ha pubblicato un falso annuncio per la locazione di un immobile, inducendo la persona offesa a versare un acconto economico. L'autore ha incassato il denaro senza consegnare l'abitazione e si è reso irreperibile. La difesa ha sostenuto l'esistenza di un semplice inadempimento civile e non di un reato. La Corte di Cassazione ha confermato che l'inganno iniziale integra a pieno titolo il reato di truffa contrattuale. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile a causa della genericità delle censure e del deposito tardivo delle memorie. L'imputato deve pagare le spese processuali e versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Un finto venditore ha intascato il pagamento anticipato per un veicolo mai consegnato, simulando una trattativa affidabile con documenti, fatture e videochiamate. L'autore del raggiro ha poi negato di aver ricevuto i soldi e ha minacciato azioni legali contro la vittima, sostenendo che si trattasse di un semplice inadempimento civile privo di rilievo penale. La Corte di Cassazione ha smascherato l'inganno, confermando la condanna per truffa contrattuale. I giudici hanno chiarito che il dolo sussiste sin dall'inizio quando il venditore sa già che non consegnerà il bene. La Corte ha negato le attenuanti e ha confermato la recidiva, condannando il ricorrente anche alle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Un venditore incassa il pagamento pattuito per una compravendita senza mai spedire la merce all'acquirente. L'uomo sostiene che il fatto costituisca solo un debito civile o un'insolvenza fraudolenta. La Corte di Cassazione respinge la tesi difensiva e conferma la condanna per truffa contrattuale. I giudici evidenziano che l'imputato ha creato una falsa fiducia nella vittima attraverso continue rassicurazioni via messaggistica telematica, simulando la reale disponibilità del bene al solo scopo di farsi pagare. La condotta integra gli artifizi e i raggiri previsti dal codice penale e travalica il semplice inadempimento civilistico. Il ricorso del venditore viene dichiarato inammissibile, con contestuale condanna al versamento delle spese di giudizio e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Un gestore di fatto di un'agenzia di viaggi vendeva pacchetti vacanza incassando acconti e saldi, pur sapendo che la società si trovava in grave crisi economica. L'operatore non prenotava i servizi promessi e rifiutava la restituzione del denaro. La Corte di Cassazione ha confermato la penale responsabilità dell'uomo per il reato di truffa, ritenendo comprovati gli artifizi e i raggiri ai danni dei viaggiatori. Tuttavia, i giudici hanno dichiarato prescritto un singolo episodio privo di recidiva, mantenendo ferma la condanna per gli altri capi assistiti da recidiva aggravata e rinviando gli atti per il solo ricalcolo della pena.
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Un individuo, condannato per truffa, ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione. Ha sostenuto la prescrizione del reato e vizi di motivazione. La Corte ha dichiarato l'inammissibilità ricorso penale perché i motivi erano generici e non specifici. Di conseguenza, la questione della prescrizione, seppur maturata successivamente, non è stata esaminata. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato un ricorso inammissibile per truffa, confermando la condanna di un imputato. Questi aveva sottratto merce da un negozio con un inganno, fingendo di recarsi all'auto per poi fuggire senza pagare. La Suprema Corte ha ritenuto che gli "artifizi e raggiri" (mezzi ingannevoli) fossero evidenti e che il riconoscimento fotografico fosse valido. Ha inoltre confermato il diniego delle "circostanze attenuanti generiche" (sconti di pena) a causa della mancanza di iniziative risarcitorie. L'imputato dovrà pagare le spese processuali e una sanzione di 3000 euro.
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L'Imputato è stato condannato per il reato di truffa contrattuale con assegno in concorso. Il soggetto aveva fornito continue e false rassicurazioni alla vittima circa la provvista e la copertura economica del titolo bancario consegnato, inducendola in errore per ottenere la prestazione concordata. Contro la pronuncia di secondo grado, la difesa ha proposto ricorso per cassazione, sostenendo l'assenza di idonei elementi probatori a sostegno della condanna. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, rilevando che i motivi reiteravano in modo generico le doglianze d'appello senza contestare la puntuale ricostruzione dei giudici territoriali. Di conseguenza, il Collegio ha confermato la condanna e ha imposto all'Imputato il pagamento delle spese di giudizio oltre a tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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L'Imputato è stato condannato per diverse truffe legate all'organizzazione di corsi di formazione privi delle necessarie strutture economiche. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione depositando l'atto di ritiro della denuncia da parte di una delle vittime. La Suprema Corte ha ricordato che la remissione di querela per truffa, se accettata, estingue il reato anche durante il giudizio di legittimità, purché il ricorso sia tempestivo. Di conseguenza, i giudici hanno annullato la condanna senza rinvio per quel singolo episodio. Hanno invece giudicato inammissibili le censure sugli altri capi di imputazione. La responsabilità penale dell'Imputato per le restanti frodi è diventata definitiva. La Cassazione ha inviato gli atti ad altra Corte d'Appello per la sola ricalcolazione della pena.
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Un individuo è stato condannato per truffa contrattuale. Aveva accettato denaro da diversi clienti per l'acquisto di pacchetti viaggio, ma invece di adempiere agli accordi, ha utilizzato le somme per saldare propri debiti pregressi, abusando della fiducia. La Corte d'Appello aveva confermato la sua responsabilità. L'Imputato ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che si trattava di un mero inadempimento contrattuale e non di truffa. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che le argomentazioni erano già state esaminate. Ha così confermato la condanna, disponendo il pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di una Lavoratrice per truffa aggravata ai danni di un'Azienda. La Lavoratrice aveva ottenuto forniture di pannelli fotovoltaici e inverter presentando una polizza fideiussoria inefficace e gestendo di fatto la società acquirente anche dopo le dimissioni formali, creando un'apparenza di solvibilità. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, ribadendo la sussistenza del dolo iniziale nella truffa contrattuale e la rilevante gravità del danno (oltre 46.900 Euro), indipendentemente dalla restituzione parziale della merce. La Lavoratrice dovrà pagare le spese processuali e risarcire l'Azienda.
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Un promotore finanziario abusivo è stato condannato per truffa aggravata e altri reati, avendo ingannato i clienti con false promesse di investimento. La Corte d'Appello ha dichiarato prescritti alcuni reati di truffa. Il Promotore ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la qualificazione di "truffa a consumazione prolungata" per alcuni episodi e la sussistenza di altri reati. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che la truffa a consumazione prolungata si configura con un unico comportamento fraudolento che genera versamenti scaglionati. La Corte ha confermato la condanna alle spese per il Promotore, sottolineando l'inammissibilità dei motivi di ricorso.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un'impiegata postale per peculato aggravato e riciclaggio. L'impiegata si era appropriata di somme di denaro già in suo possesso per ragioni d'ufficio, tentando poi di occultare le sue azioni con falsificazioni contabili. La difesa aveva sostenuto la qualificazione come truffa aggravata. Tuttavia, la Suprema Corte ha ribadito che il peculato si configura quando l'agente ha già la disponibilità del bene, mentre la truffa richiede l'acquisizione fraudolenta del possesso. Le manovre dell'impiegata servivano a mascherare un'appropriazione già avvenuta, non a ottenerne il possesso. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Un presunto imprenditore edile ha finto di essere un operatore economico solvibile, fornendo falsi dati ed espedienti per convincere un cliente a stipulare un contratto. Il cliente, una volta scoperto l'inganno, ha presentato querela. I giudici di merito hanno condannato l'uomo per truffa contrattuale. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo la tardività della querela e configurando il fatto come semplice inadempimento o insolvenza fraudolenta. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il termine per sporgere querela decorre dal momento della piena consapevolezza del raggiro. Inoltre, l'uso di artifizi attivi distingue questo reato dal semplice nascondimento dei propri debiti. L'imputato deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un individuo per concorso in truffa, sostituzione di persona e calunnia. L'imputato, presentandosi con false generalità, acquistò merce pagando con un assegno post-datato intestato a una complice. Successivamente, l'assegno fu falsamente denunciato come smarrito. La Corte ha ritenuto che l'uso di false identità, la richiesta di fatturazione a nome fittizio e l'utilizzo di un assegno altrui senza autorizzazione costituissero validi artifizi e raggiri per la truffa. Il ricorso è stato rigettato, confermando la responsabilità penale.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per truffa ai danni dello Stato. L'imputato ha percepito per decenni un'indennità per cecità totale, dissimulando le proprie reali capacità visive alle commissioni mediche. Le testimonianze hanno dimostrato che l'uomo si orientava nello spazio e frequentava regolarmente una palestra di boxe, svolgendo compiti incompatibili con la cecità assoluta. La Suprema Corte ha confermato la condanna, precisando che il rifiuto di disporre una perizia medica non costituisce vizio della sentenza. Inoltre, la natura alimentare delle somme non impedisce la restituzione quando manca la buona fede dell'accipiente. L'imputato deve rimborsare le spese legali all'Ente previdenziale.
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Un acquirente convince la controparte ad accettare un assegno bancario a saldo di un accordo, superando la diffidenza della vittima con rassicurazioni insistenti e rilasciando copia del documento d'identità e una scrittura privata. L'assegno risulta privo di provvista lo stesso pomeriggio. I giudici di merito condannano l'acquirente per il reato di truffa. L'imputato ricorre in Cassazione invocando la buona fede e un improvviso dissesto economico, ma ripropone le stesse doglianze già respinte nei gradi precedenti. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. La condotta integra la truffa con assegno bancario: l'apparente regolarità documentale costituisce parte del raggiro e l'impossibilità economica immediata è del tutto implausibile. L'imputato deve pagare le spese legali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Due imprenditori hanno ottenuto finanziamenti agevolati per aprire una palestra gonfiando i costi dei macchinari. Tramite fatture per operazioni fittizie e triangolazioni bancarie, hanno dichiarato spese per oltre 114.000 euro a fronte di un costo reale di circa 45.750 euro, incassando indebitamente oltre 57.000 euro da un ente pubblico erogatore. I giudici hanno confermato la condanna per truffa aggravata per erogazioni pubbliche. La presenza fisica delle attrezzature nei locali non esclude il reato, poiché i costi comunicati erano fittizi. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi degli imputati, precludendo anche la prescrizione e condannandoli al pagamento delle spese e della sanzione alla Cassa delle ammende.
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