Definizione
L'intenzione specifica di uccidere una persona.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 228 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2019–2026). Nel 46% dei casi il ricorso è stato rigettato.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 16%
- Rigettato 46%
- Inammissibile 37%
- Altro 1%
Provvedimenti per anno
2019
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Penale Sez. 190%
- Penale Sez. 78%
- Penale Sez. 52%
Precedenti più richiamati
- Cass. 11928/2018in 47 provvedimenti
- Cass. 35006/2013in 37 provvedimenti
- Cass. 52043/2014in 32 provvedimenti
- Cass. 39293/2008in 17 provvedimenti
- Cass. 24173/2022in 25 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Un giovane ha aggredito un conoscente all'esterno di un istituto scolastico. L'aggressore ha prima cercato di colpire la vittima alla gola con un coltello. Poi ha inseguito la vittima caduta a terra e l'ha accoltellata alla coscia, recandole una grave emorragia. Il motivo del gesto risiedeva nella morbosa gelosia per una ragazza contesa. La difesa chiedeva di derubricare l'accusa in lesioni personali per la presenza di un solo colpo non penetrato a fondo e di escludere l'aggravante dei futili motivi. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'imputato. I giudici hanno confermato la condanna a sei anni e otto mesi di reclusione per tentato omicidio, evidenziando il bersagliamento di zone vitali come collo e arteria femorale.
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Due soggetti hanno aggredito una persona in un locale dopo una lite per una bottiglia caduta. L'esecutore materiale ha colpito la vittima al collo con un coccio di bottiglia, mentre il complice lo ha sollecitato e affiancato. I giudici hanno condannato entrambi a cinque anni di reclusione per il reato di tentato omicidio. I difensori hanno presentato ricorso sostenendo che la ferita fosse superficiale, non avesse leso vasi vitali e non avesse posto in concreto pericolo di vita il ferito, configurando mere lesioni personali. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi e confermato la condanna. I giudici hanno chiarito che l'idoneità dell'azione va valutata prima dell'esito: usare un'arma tagliente contro un punto vitale come il collo dimostra l'intento omicida, a prescindere dal fatto che la vittima sia riuscita a salvarsi reagendo.
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Un individuo con il volto coperto da passamontagna entrava nel retrobottega di un esercizio commerciale per compiere una rapina. Di fronte al rifiuto del commerciante, l'aggressore afferrava una pesante mannaia da macellaio dal bancone e feriva gravemente la vittima al capo e al volto. Il negoziante reagiva impugnando un altro coltello per salvarsi la vita. La difesa dell'imputato sosteneva la tesi della legittima difesa nella rapina, asserendo che il commerciante avesse sferrato il primo fendente e chiedendo la riqualificazione dei reati. I giudici di merito hanno condannato l'aggressore a dodici anni di reclusione per tentata rapina aggravata e tentato omicidio. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile: chi crea volontariamente una situazione di grave pericolo illecito non può invocare alcuna tutela giustificatrice.
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La Suprema Corte ha confermato la condanna per tentato omicidio di alcuni imputati, dichiarando inammissibili i loro ricorsi. Il caso riguardava un'aggressione violenta, ritorsione tra bande rivali. La Corte d'Appello aveva basato la condanna su testimonianze, ritrovamento di armi, tabulati telefonici e intercettazioni ambientali. La Suprema Corte ha ribadito la piena utilizzabilità dei dati di traffico telefonico e delle intercettazioni, specialmente quando corroborate da altri elementi, per dimostrare l'intento omicida e giustificare il diniego delle attenuanti generiche.
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Un Lavoratore è stato condannato per aver partecipato a una rapina aggravata e a un triplice tentato omicidio in rapina contro Carabinieri intervenuti. La Corte d'Appello ha confermato la sua responsabilità, riducendo la pena. Il Lavoratore ha fatto ricorso in Cassazione, contestando la mancata visione pubblica dei filmati di sorveglianza, l'affermazione del tentato omicidio senza prova dell'intenzione di uccidere, il mancato coinvolgimento della difesa in accertamenti tecnici e la negazione delle attenuanti. La Cassazione ha respinto il ricorso, affermando che il tentato omicidio in rapina era una conseguenza prevedibile dell'azione e che gli accertamenti erano validi, confermando la condanna.
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Un individuo ha sparato tre colpi di pistola, uno al ventre, contro una vittima. Il Giudice per le Indagini Preliminari ha qualificato il fatto come tentato omicidio. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo che si trattasse di lesioni personali, contestando l'intento omicidiario. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che l'erronea qualificazione giuridica in caso di patteggiamento è impugnabile solo per errore manifesto, non riscontrato nel caso del tentato omicidio, data la dinamica dei fatti.
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Un ospite di un centro di accoglienza ha aggredito un'altra persona con un coltello, irrompendo nella sua stanza e infliggendo ferite al volto e alle mani. La difesa ha chiesto di riqualificare il reato da Tentato omicidio a lesioni personali, sostenendo la mancanza di animus necandi (intento di uccidere). La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna per Tentato omicidio. Ha ritenuto l'azione deliberata, l'arma idonea e i colpi ripetuti in zone vitali, indicando un chiaro intento omicida, nonostante lo stato confusionale dell'aggressore dopo la fuga.
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A seguito di una banale discussione stradale, un aggressore si è allontanato per poi tornare poco dopo a bordo di uno scooter con un complice. Giunto sul posto, ha estratto una pistola ed esploso colpi ad altezza d'uomo, ferendo la vittima di striscio al collo e poi alla gamba prima di rendersi latitante per un mese. I giudici di merito hanno condannato il responsabile per tentato omicidio aggravato dai futili motivi e per reati in materia di armi a oltre sei anni di reclusione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la piena sussistenza della volontà omicida e la futilità del movente, condannandolo anche alle spese processuali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Un individuo ha sparato con un fucile a un altro partecipante durante una rissa, colpendolo all'addome e causandogli gravi lesioni. La Corte d'Appello ha confermato la condanna per tentato omicidio in rissa, detenzione e porto d'arma da guerra. L'imputato ha sostenuto che si trattasse di lesioni personali o legittima difesa. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che chi partecipa volontariamente a una rissa non può invocare la legittima difesa. L'intenzione di uccidere (animus necandi) è stata dedotta dalla micidialità dell'arma, dalla zona colpita e dalla breve distanza dello sparo. Solo il tempestivo intervento medico ha evitato la morte.
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Un uomo è stato condannato per `tentato omicidio` nei confronti del fratello, aggredito con un coltello. La difesa ha contestato la qualificazione del reato e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la condanna. I giudici hanno ribadito l'intenzione di uccidere, la gravità dell'attacco e la validità delle motivazioni che hanno negato le circostanze attenuanti, rendendo definitiva la sentenza di condanna.
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Un lavoratore, privo di permesso di soggiorno, ha aggredito il suo datore di lavoro con una mannaia dopo essere stato pressato per riprendere l'attività lavorativa in condizioni ritenute vessatorie. Il datore ha riportato ferite al torace e al braccio. La Corte d'Appello ha confermato la condanna per **tentato omicidio**. La Cassazione ha respinto le tesi di legittima difesa e provocazione, confermando l'intento omicidiario. Tuttavia, ha annullato la sentenza nella parte in cui negava le circostanze attenuanti generiche, ritenendo insufficiente la valutazione della difficile condizione personale del lavoratore e rinviando la questione per un nuovo esame.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per omicidio volontario di un uomo che ha spinto la sua convivente dal balcone di casa, causandone la morte. I giudici hanno respinto la tesi difensiva di caduta accidentale o simulazione di suicidio, basandosi su prove tecniche e testimoniali. La sentenza ha ribadito che l'intenzione di uccidere (dolo) era presente, seppur d'impeto, e ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, condannandolo al pagamento delle spese processuali e al risarcimento delle parti civili.
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Un Uomo ha investito un altro con la sua auto dopo un alterco tra quest'ultimo e il cognato dell'investitore, venendo condannato per tentato omicidio. La difesa ha contestato l'intenzione di uccidere (animus necandi) e la compatibilità tra futili motivi e provocazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha confermato che l'intenzione di uccidere era evidente dalle modalità violente dell'investimento e dalle gravi lesioni. Ha anche ribadito la compatibilità tra futili motivi e provocazione in questo caso, data la sconsideratezza dell'imputato. La condanna a sei anni di reclusione è stata mantenuta.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tentato omicidio aggravato dal metodo mafioso e reati in materia di armi a carico di tre soggetti. La vicenda trae origine da una spedizione punitiva maturata all'interno di dinamiche criminali per il mancato pagamento di una partita di stupefacenti. L'esecutore materiale ha esploso plurimi colpi di pistola a distanza ravvicinata contro la vittima all'interno di un circolo ricreativo, cagionandole una lesione intestinale. Il mandante aveva commissionato l'azione fornendo l'arma da fuoco, mentre il complice aveva accompagnato l'autore materiale a bordo di uno scooter garantendone la fuga. I giudici di legittimità hanno respinto le tesi difensive volte a riqualificare la condotta in mere lesioni personali o in concorso anomalo, ravvisando il pieno dolo omicidiario.
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Un uomo è stato condannato a 18 anni di reclusione per omicidio volontario aggravato della sua ex convivente, strangolata in una tenda. La difesa ha sostenuto l'assenza di `animus necandi` (intenzione di uccidere), ipotizzando un omicidio preterintenzionale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha confermato che la condotta (strangolamento in zona vitale, frattura laringea, ematomi, minacce) dimostrava l'intenzione di uccidere, qualificando il fatto come omicidio volontario. L'uomo è stato condannato anche alle spese processuali.
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Due individui sono stati condannati per rapine aggravate e tentato omicidio, avendo colpito una vittima alla testa con una bottiglia. La difesa ha contestato il mancato accesso alle videoregistrazioni e l'assenza di `animus necandi` (intenzione di uccidere), oltre alla mancata specificazione del ruolo di ciascuno nel `concorso di persone nel reato`. La Cassazione ha dichiarato i ricorsi inammissibili, confermando che i filmati erano disponibili e che l'intenzione di uccidere era desumibile dalla pericolosità degli atti e dalla gravità delle lesioni. Ha ribadito che nel concorso non serve precisare il ruolo specifico di ogni partecipante.
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Un uomo (Il Ricorrente) è stato accusato di tentato omicidio aggravato. Aveva aggredito un altro uomo (La Vittima) con un'arma da taglio dopo un alterco nato da futili motivi, danneggiando prima l'auto della Vittima e poi colpendolo quando questi chiedeva spiegazioni. La difesa ha invocato la legittima difesa o l'eccesso colposo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha confermato che la ricostruzione dei fatti, che evidenziava un'aggressione con intento omicida per futili motivi, era incompatibile con l'applicazione della legittima difesa. Il Ricorrente è stato condannato alle spese processuali.
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L'Indagato è stato sottoposto alla custodia cautelare in carcere per il reato di tentato omicidio e porto abusivo d'arma. L'episodio nasce da una spedizione punitiva contro un dipendente agricolo, colpevole di aver chiamato le forze dell'ordine per fermare un furto commesso dai familiari dell'aggressione. L'Indagato ha raggiunto la vittima e le ha sparato un colpo di pistola all'inguine mentre cercava di fuggire a piedi. La difesa ha chiesto la derubricazione in lesioni aggravate, sostenendo l'assenza della volontà di uccidere e il tiro mirato solo alle gambe. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando il carcere. I giudici hanno stabilito la sussistenza del dolo diretto alternativo: sparare con un'arma da fuoco da breve distanza verso zone corporee delicate dimostra la piena consapevolezza e volontà di poterne causare la morte, a prescindere dal numero di colpi esplosi.
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La Corte di Cassazione si è pronunciata sul ricorso di un indagato sottoposto alla custodia cautelare in carcere per tentato omicidio e violazione delle leggi sulle armi. L'ipotesi accusatoria scaturiva dall'esplosione di diversi colpi di pistola indirizzati verso la vittima all'interno di uno stabile residenziale. La persona offesa era riuscita a salvarsi illesa riparandosi nell'ascensore. La difesa chiedeva la riqualificazione in tentate lesioni, evidenziando l'assenza di ferite ed escludendo l'intenzione di uccidere. I giudici di legittimità hanno rigettato il ricorso, precisando che per la sussistenza del tentato omicidio non occorre il ferimento effettivo della vittima. L'idoneità dell'azione e la volontà omicida vanno valutate ex ante, considerando le modalità dell'agguato e l'uso dell'arma. La misura carcere è stata confermata in ragione della gravità del fatto e della disponibilità di armi clandestinementi detenute.
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