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Testimonianza videoregistrazioni perse: la Cassazione

Un individuo è stato condannato per spaccio sulla base della testimonianza di agenti di polizia riguardo a videoregistrazioni perse a causa di un guasto tecnico. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che la testimonianza sul contenuto delle videoregistrazioni perse è ammissibile come prova, a differenza di quanto avviene per le intercettazioni. I ricorsi degli altri imputati, condannati per evasione, sono stati dichiarati inammissibili.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Testimonianza su Videoregistrazioni Perse: la Prova è Ammissibile?

Una recente sentenza della Corte di Cassazione (n. 24583/2024) affronta un tema cruciale nell’era della prova digitale: cosa succede se le prove video, fondamentali per un’accusa, vengono perse? La testimonianza di chi le ha viste può sostituirle? Il caso riguarda una condanna per spaccio basata proprio sulla deposizione di agenti di polizia che avevano visionato delle videoregistrazioni perse a causa di un guasto tecnico. La Suprema Corte ha fornito chiarimenti importanti, distinguendo nettamente le videoriprese dalle intercettazioni e definendo i confini dell’ammissibilità della prova dichiarativa.

I Fatti del Processo

Il caso principale vedeva un imputato accusato di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. Le accuse si fondavano quasi interamente su riprese effettuate da una telecamera di sorveglianza della polizia giudiziaria. Tuttavia, a causa di un problema tecnico, i file video erano stati sovrascritti e quindi erano andati irrimediabilmente persi. L’accusa ha quindi costruito il suo caso sulla base dei verbali redatti dagli agenti e sulla loro testimonianza in aula, in cui descrivevano ciò che avevano visto nelle registrazioni prima che andassero distrutte.

La difesa dell’imputato ha eccepito l’inutilizzabilità di tale testimonianza, sostenendo che essa violasse il diritto di difesa. L’argomentazione difensiva si basava su un’analogia con la disciplina delle intercettazioni, per le quali la legge prevede garanzie molto stringenti, inclusa la messa a disposizione delle registrazioni originali alla difesa. Secondo questa tesi, la testimonianza de relato non poteva surrogare la prova originale andata persa.

Contestualmente, la Corte esaminava i ricorsi di altri tre imputati, condannati per evasione dagli arresti domiciliari, i cui appelli vertevano principalmente sulla motivazione della pena e sul mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti.

La Questione della Testimonianza su Videoregistrazioni Perse

Il fulcro della sentenza risiede nella distinzione operata dalla Cassazione tra le intercettazioni di comunicazioni e le videoriprese di comportamenti. Le prime (art. 268 c.p.p.) sono soggette a una disciplina rigorosa a tutela della segretezza delle comunicazioni, un diritto costituzionalmente protetto. Le seconde, quando catturano comportamenti non comunicativi in luoghi pubblici o aperti al pubblico, sono considerate dalla giurisprudenza prevalente come “prove documentali non disciplinate dalla legge” (o prove atipiche) ai sensi dell’art. 189 c.p.p.

Questa distinzione è fondamentale. Se le garanzie previste per le intercettazioni non si applicano direttamente alle videoriprese, cade il presupposto su cui si fondava l’eccezione della difesa. La Corte ha stabilito che la perdita del supporto materiale non determina automaticamente l’inutilizzabilità di altre fonti di prova relative al medesimo fatto storico.

La Decisione della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso dell’imputato principale. Ha affermato che, una volta accertata la legittimità originaria dell’attività di videosorveglianza, la deposizione degli agenti di polizia giudiziaria sul contenuto delle immagini da loro visionate è una prova pienamente ammissibile e utilizzabile.

La Corte ha specificato che la “sovrascrittura” dei file implica che una registrazione era esistita. La successiva perdita del dato digitale non inficia la legittimità del mezzo di ricerca della prova originario. Di conseguenza, il contenuto di tale prova può essere introdotto nel processo attraverso altri mezzi, come la testimonianza di chi ha avuto una percezione diretta del suo contenuto.

Per quanto riguarda i ricorsi degli altri tre imputati, la Corte li ha dichiarati inammissibili, ritenendo che le motivazioni della Corte d’Appello sulla determinazione della pena e sul diniego delle attenuanti fossero adeguate, logiche e prive di vizi di legge. Le censure proposte erano generiche e miravano a una rivalutazione del merito, non consentita in sede di legittimità.

Le motivazioni

La Corte ha motivato la sua decisione sottolineando che la prova dei fatti non era costituita dalle video-riprese, ormai distrutte, ma dalla testimonianza degli agenti. Questa testimonianza non è vietata dalla legge (art. 195, comma 4, c.p.p.). I giudici di merito hanno correttamente ammesso tale prova, valutandone l’attendibilità in base al grado di conoscenza del soggetto, alla qualità dei testimoni e alla convergenza delle dichiarazioni. La perdita della “prova regina” (la videoregistrazione) non esclude quindi l’ammissibilità di prove subordinate o alternative, purché legittimamente acquisite. La Corte ha sgombrato il campo da ogni riferimento alla violazione del diritto di difesa, poiché il processo non si è basato sulle registrazioni (non più esistenti), ma su una prova dichiarativa ammessa al contraddittorio dibattimentale.

Le conclusioni

Questa sentenza consolida un importante principio giurisprudenziale: la fragilità del supporto digitale non si traduce necessariamente in una fragilità della prova. Se una videoregistrazione legittimamente effettuata viene persa per cause tecniche, il suo contenuto può essere provato attraverso la testimonianza di chi l’ha visionata. Questo principio bilancia l’esigenza di accertamento della verità processuale con la tutela dei diritti di difesa, confermando che il contraddittorio può validamente formarsi anche su una prova dichiarativa che riporta il contenuto di una prova documentale non più disponibile.

È possibile utilizzare in un processo penale la testimonianza di un agente di polizia sul contenuto di una videoregistrazione che è andata persa?
Sì. Secondo la Corte di Cassazione, la testimonianza è ammissibile. La perdita del supporto materiale (il file video) a causa di un guasto tecnico non rende inutilizzabile la prova dichiarativa di chi ha visionato le immagini, a condizione che l’attività di videoripresa originaria fosse legittima.

La disciplina delle intercettazioni telefoniche si applica anche alle videoregistrazioni di comportamenti in luoghi pubblici?
No. La Corte chiarisce che le videoregistrazioni di comportamenti non comunicativi in luoghi pubblici sono considerate “prove documentali non disciplinate dalla legge” (art. 189 c.p.p.) e non sono soggette alle rigide garanzie procedurali previste per le intercettazioni di conversazioni (art. 268 c.p.p.).

Cosa succede se una prova video viene persa per un guasto tecnico?
La perdita della prova principale (la registrazione) a causa di un guasto tecnico non esclude che il suo contenuto possa essere introdotto nel processo attraverso altri mezzi di prova, come la testimonianza degli agenti che l’hanno visionata e il cui contenuto è stato riportato nei verbali di servizio.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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