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Tentato omicidio: quando si configura l’intenzione?

Un uomo è stato condannato per tentato omicidio per aver sparato a un’altra persona. Nonostante sostenesse di voler solo ferire, la Corte di Cassazione ha confermato la condanna. Il fattore chiave è stato lo sparo verso una zona potenzialmente letale (vicino all’arteria femorale) e le minacce di morte proferite, elementi che dimostrano l’intenzione di uccidere e rendono irrilevante la mancata esplosione di ulteriori colpi ai fini della configurazione del tentato omicidio.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Tentato Omicidio: Quando Sparare a una Gamba Significa Voler Uccidere?

Il confine tra lesioni aggravate e tentato omicidio è spesso oggetto di complesse valutazioni giuridiche. Una recente sentenza della Corte di Cassazione fa luce su questo tema, analizzando un caso in cui un uomo, dopo aver sparato a un altro colpendolo alla gamba, ha sostenuto di non aver mai avuto l’intenzione di uccidere. La Corte, tuttavia, ha confermato la condanna per tentato omicidio, stabilendo principi chiari per la valutazione dell’intenzione omicida, o animus necandi.

La Vicenda Giudiziaria

I fatti alla base della sentenza riguardano un’aggressione avvenuta in un luogo pubblico. Un uomo, al culmine di un alterco, esplodeva due colpi di pistola contro un’altra persona. Prima di sparare, l’aggressore aveva urlato alla vittima una frase inequivocabile: «ora ti uccido». Il primo colpo veniva deviato dalla pronta reazione della vittima, che era riuscita a spostare il braccio armato dell’aggressore. Il secondo colpo, esploso in rapida successione, attingeva la vittima alla parte alta della gamba sinistra, in una zona prossima all’arteria femorale. L’imputato veniva condannato in primo e secondo grado per tentato omicidio e porto abusivo d’arma.

I Motivi del Ricorso: Una Difesa Basata sulla Mancanza di Intenzione Omicida

La difesa dell’imputato si è incentrata su un punto cruciale: la presunta assenza di animus necandi. Secondo il ricorrente, se avesse veramente voluto uccidere, avrebbe potuto continuare l’azione, dato che la vittima era a terra e inerme. Il fatto di essersi allontanato volontariamente, a suo dire, dimostrerebbe la volontà di desistere dal proposito omicida. Inoltre, la difesa ha sostenuto che l’intenzione era sempre stata quella di colpire la gamba, al solo fine di ferire e non di uccidere, come confermerebbe la mancanza di un movente grave che potesse giustificare un’azione così estrema.

La Decisione della Cassazione sul Tentato Omicidio

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, ritenendolo infondato e fornendo una motivazione dettagliata che chiarisce i criteri per distinguere il tentato omicidio da altri reati.

L’Animus Necandi: Come si Prova l’Intenzione di Uccidere?

I giudici hanno ribadito un principio consolidato: in assenza di una confessione, l’intenzione di uccidere deve essere desunta da elementi oggettivi e concreti. Nel caso di specie, diversi fattori indicavano in modo non equivoco la volontà omicida dell’aggressore:
1. Le Minacce Verbali: L’espressione «io ti uccido», pronunciata un istante prima di sparare, è stata considerata una chiara manifestazione dell’intento.
2. La Direzione dei Colpi: L’imputato aveva inizialmente mirato al volto e al busto della vittima, zone palesemente vitali. Solo la reazione difensiva della vittima aveva impedito un esito più grave per il primo colpo.
3. La Pericolosità della Zona Colpita: Il secondo colpo, sebbene non abbia reciso l’arteria femorale, ha raggiunto una zona del corpo la cui lesione ha un’elevata potenzialità letale. La Corte ha sottolineato che l’idoneità dell’azione a causare la morte è un elemento chiave.
4. La Modalità dell’Azione: La rapidità della successione dei colpi e la breve distanza tra aggressore e vittima sono state viste come ulteriori prove della determinazione a portare a termine l’azione.

Tentativo Compiuto e Desistenza Volontaria: Una Distinzione Cruciale

La Corte ha respinto la tesi della desistenza volontaria. I giudici hanno spiegato che la desistenza è possibile solo nella fase del cosiddetto “tentativo incompiuto”, ovvero quando l’agente non ha ancora posto in essere tutti gli atti necessari a cagionare l’evento.
Nel caso in esame, l’aggressore aveva già fatto tutto ciò che era in suo potere per uccidere: aveva sparato due colpi a breve distanza verso zone vitali o comunque ad alta pericolosità. L’azione era quindi un “tentativo compiuto”. Il fatto che la morte non sia sopraggiunta è dipeso da fattori esterni (la reazione della vittima, la mira imprecisa) e non da una scelta volontaria dell’agente di interrompere un’azione in corso. Pertanto, il non aver esploso altri colpi non cancella il reato di tentato omicidio, già pienamente configurato.

Le Motivazioni

La Corte Suprema ha stabilito che la valutazione dell’intenzione omicida non può basarsi su congetture riguardo a ciò che l’imputato avrebbe potuto fare e non ha fatto. Al contrario, deve fondarsi sull’analisi della condotta effettivamente tenuta. La combinazione di minacce di morte esplicite, l’uso di un’arma da fuoco, la direzione dei colpi verso aree vitali e la natura intrinsecamente pericolosa della ferita inflitta costituiscono un quadro probatorio solido e sufficiente a dimostrare l’esistenza dell’animus necandi. La sentenza chiarisce che il reato di tentato omicidio si perfeziona nel momento in cui viene posta in essere un’azione idonea a provocare la morte e diretta in modo non equivoco a tale scopo. L’esito non letale, se dipendente da fattori casuali o dalla reazione della vittima, è irrilevante ai fini della configurabilità del delitto.

Le Conclusioni

Questa pronuncia rafforza un principio fondamentale del diritto penale: nel tentato omicidio, ciò che conta è la potenzialità lesiva dell’azione e l’intenzione che la sorregge, desumibile da elementi oggettivi. La volontaria interruzione dell’azione dopo aver già compiuto atti idonei a uccidere non è sufficiente a escludere la responsabilità per il reato tentato. La decisione offre un importante criterio interpretativo per i tribunali, ribadendo che la valutazione deve concentrarsi sulla pericolosità della condotta posta in essere, piuttosto che sul risultato finale, spesso influenzato da variabili fortuite e imprevedibili.

Come si stabilisce l’intenzione di uccidere (animus necandi) in un caso di tentato omicidio?
L’intenzione di uccidere viene dedotta da elementi esterni e oggettivi della condotta, come le parole usate (es. minacce di morte), la direzione dei colpi verso zone vitali del corpo, la potenza del mezzo utilizzato (un’arma da fuoco) e la rapidità dell’azione, che nel loro insieme dimostrano il fine perseguito dall’agente.

Se un aggressore smette di colpire la vittima pur potendo continuare, si tratta di desistenza volontaria che esclude il tentato omicidio?
No. Secondo la sentenza, se l’aggressore ha già compiuto atti idonei a causare la morte (come sparare in una zona potenzialmente letale), il reato di tentato omicidio è già perfezionato. L’interruzione successiva dell’azione non costituisce desistenza volontaria, poiché questa è configurabile solo nella fase del tentativo “incompiuto”, cioè prima che l’azione potenzialmente letale sia stata completata.

Il fatto che la vittima subisca solo lesioni lievi o inesistenti può escludere il reato di tentato omicidio?
No, la scarsa entità o l’assenza di lesioni non esclude di per sé l’intenzione omicida. L’esito non letale può dipendere da fattori indipendenti dalla volontà dell’aggressore, come un movimento improvviso della vittima, un errore di mira o un calcolo sbagliato della distanza. Ciò che conta è l’idoneità dell’azione a provocare la morte.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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