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Reato associativo: prova e calcolo della pena

La Corte di Cassazione si è pronunciata sui ricorsi di tre imputati condannati per reato associativo di stampo mafioso. La sentenza analizza in dettaglio i criteri di valutazione delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, anche deceduti, il principio del ‘ne bis in idem’ in caso di precedente archiviazione e l’obbligo di motivazione per l’aumento di pena derivante da più aggravanti. La Corte ha rigettato quasi integralmente i ricorsi, confermando le condanne, ma ha annullato con rinvio la sentenza per un imputato limitatamente al calcolo di un aumento di pena, per difetto di motivazione.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Reato Associativo: la Cassazione sui criteri di prova e il calcolo della pena

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 24723 del 2024, è tornata a pronunciarsi su temi cruciali in materia di reato associativo di stampo mafioso, offrendo chiarimenti fondamentali sulla valutazione delle prove, l’applicabilità del principio del ne bis in idem e la corretta determinazione della pena. La pronuncia esamina i ricorsi di tre imputati condannati per aver fatto parte di note organizzazioni criminali, analizzando nel dettaglio le doglianze difensive e stabilendo principi di diritto di notevole importanza pratica.

I Fatti del Processo

Il caso trae origine da una sentenza della Corte di Appello che, pur riformando parzialmente le pene, aveva confermato la responsabilità di tre individui per partecipazione a un’associazione di tipo camorristico. Le condotte contestate si estendevano per un lungo arco temporale, dagli anni ’80 e ’90 fino a tempi più recenti, con ruoli diversi all’interno dei clan, da quello di organizzatore a quello di partecipe.

Gli imputati hanno proposto ricorso per cassazione sollevando diverse questioni:
1. Uno degli appellanti contestava il mancato riconoscimento della continuazione tra il reato associativo e alcuni reati-fine (estorsioni), giudicati separatamente.
2. Un altro imputato lamentava l’inattendibilità delle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, in particolare quelle di un dichiarante deceduto prima del controesame, oltre a vizi nella motivazione sul calcolo della pena per la presenza di più aggravanti.
3. Il terzo ricorrente eccepiva la violazione del divieto di un secondo giudizio (ne bis in idem) per fatti già oggetto di un precedente procedimento archiviato e contestava la genericità dell’accusa e la solidità delle prove a suo carico.

L’Analisi della Corte di Cassazione e la prova nel reato associativo

La Suprema Corte ha esaminato meticolosamente ogni motivo di ricorso, rigettandoli quasi nella loro interezza. La sentenza è particolarmente interessante per come affronta il tema della prova nel reato associativo.

La Corte ha ribadito che le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia deceduto, acquisite ai sensi dell’art. 512 c.p.p., possono essere utilizzate, ma non possono costituire l’unica o la principale fonte di prova per una condanna. Tuttavia, nel caso di specie, la condanna non si basava esclusivamente su tali dichiarazioni, ma su un solido quadro probatorio composto da plurime e convergenti testimonianze di altri collaboratori, riscontri documentali e intercettazioni. La valutazione della prova, quindi, era stata correttamente operata dai giudici di merito nel rispetto del principio del contraddittorio e delle garanzie procedurali.

Il Principio del Ne Bis in Idem e l’Archiviazione

Un altro punto significativo riguarda il principio del ne bis in idem. Un imputato sosteneva di non poter essere processato perché i fatti erano già stati oggetto di un’indagine archiviata. La Cassazione ha respinto la tesi, chiarendo che il divieto di un secondo giudizio si applica solo in presenza di una sentenza irrevocabile di condanna o proscioglimento. Un provvedimento di archiviazione non ha tale efficacia e non preclude l’esercizio dell’azione penale per lo stesso fatto, soprattutto in un reato associativo, la cui natura permanente consente di valutare nuove condotte e la persistenza del vincolo criminale nel tempo.

Le Motivazioni della Decisione

La Cassazione ha ritenuto infondate le censure relative alla valutazione delle prove, sottolineando che il giudice di merito aveva operato una ricostruzione logica e coerente basata su molteplici elementi. Per quanto riguarda la continuazione tra reato associativo e reati-fine, è stato chiarito che essa richiede la prova che i singoli delitti fossero già programmati fin dal momento dell’adesione al sodalizio, una condizione che la Corte di Appello aveva motivatamente escluso per i reati più risalenti nel tempo.

L’unico punto di accoglimento ha riguardato un aspetto tecnico del calcolo della pena per uno degli imputati. La Corte ha rilevato un difetto di motivazione nell’applicazione dell’aumento di pena per la concorrenza di due aggravanti ad effetto speciale. Secondo l’art. 63, comma 4, c.p.p., quando il giudice decide di applicare un ulteriore aumento di pena oltre a quello per l’aggravante più grave, ha l’obbligo di fornire una specifica giustificazione. In assenza di tale motivazione, la sentenza è stata annullata su quel punto, con rinvio alla Corte di Appello per una nuova valutazione.

Conclusioni e Implicazioni Pratiche

Questa sentenza consolida importanti principi in materia di reato associativo. In primo luogo, riafferma che la condanna deve poggiare su un quadro probatorio robusto e variegato, dove le dichiarazioni dei collaboratori, seppur fondamentali, devono trovare riscontro in altri elementi. In secondo luogo, delimita con precisione l’ambito di applicazione del ne bis in idem, escludendone l’operatività in caso di archiviazione. Infine, richiama i giudici a un rigoroso obbligo di motivazione nel calcolo della pena, specialmente in presenza di circostanze aggravanti complesse, a garanzia del diritto di difesa e della corretta applicazione della legge.

Le dichiarazioni di un testimone deceduto possono essere usate per una condanna?
Sì, ma con dei limiti. La Corte di Cassazione ha chiarito che le dichiarazioni predibattimentali di un testimone poi deceduto, legittimamente acquisite, non possono fondare in modo esclusivo o significativo l’affermazione di responsabilità penale. Devono essere corroborate da altri elementi di prova solidi e convergenti, come nel caso di specie, dove la condanna si basava anche sulle dichiarazioni di numerosi altri collaboratori e su riscontri oggettivi.

Una precedente indagine archiviata impedisce di iniziare un nuovo processo per lo stesso reato associativo?
No. La sentenza specifica che il principio del ‘ne bis in idem’ (divieto di un secondo giudizio per lo stesso fatto) presuppone una precedente sentenza irrevocabile. Un decreto di archiviazione non costituisce un giudicato e, pertanto, non impedisce l’esercizio dell’azione penale per il medesimo fatto, specialmente se emergono nuovi elementi o se la condotta criminosa, come nel reato associativo, si è protratta nel tempo.

Quando il giudice applica più aggravanti, deve sempre motivare l’aumento di pena?
Sì, in casi specifici. La Corte ha accolto un ricorso proprio su questo punto. Quando concorrono più circostanze aggravanti ad effetto speciale, il giudice applica la pena prevista per l’aggravante più grave, ma può ulteriormente aumentarla. Se decide di applicare questo ulteriore aumento, anche minimo, ha l’obbligo di fornire una specifica motivazione per giustificare la sua decisione discrezionale, come previsto dall’art. 63, comma 4, del codice di procedura penale.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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