LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Presunzione cautelare: il tempo non basta da solo

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 24313/2024, ha stabilito che per i reati di mafia la presunzione cautelare di adeguatezza della custodia in carcere non può essere superata dal solo decorso del tempo. È necessaria la prova di un distacco irreversibile dal sodalizio criminale. La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato che chiedeva gli arresti domiciliari, sottolineando come la sua personalità e la gravità dei reati rendessero inadeguata ogni misura meno afflittiva del carcere.

Prenota un appuntamento

Per una consulenza legale o per valutare una possibile strategia difensiva prenota un appuntamento.

La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)
Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Presunzione Cautelare per Reati di Mafia: il Tempo da Solo Non Basta

La Corte di Cassazione, con la recente sentenza n. 24313 del 2024, è tornata a pronunciarsi su un tema cruciale in materia di misure cautelari: il valore del cosiddetto ‘tempo silente’ nel superare la presunzione cautelare di adeguatezza della custodia in carcere per i reati di criminalità organizzata. La decisione ribadisce un orientamento rigoroso, sottolineando che il solo decorso del tempo non è sufficiente a dimostrare la cessazione della pericolosità sociale dell’indagato.

I Fatti del Caso: La Richiesta di Sostituzione della Misura

Il caso trae origine dal ricorso di un indagato, sottoposto a custodia cautelare in carcere per gravi reati, tra cui estorsione aggravata dal metodo mafioso. La difesa aveva richiesto la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari, anche con braccialetto elettronico. La richiesta si fondava principalmente su due elementi: il notevole tempo trascorso dai fatti contestati e la circostanza che l’indagato si fosse allontanato dal territorio in cui operava il clan di appartenenza.

Sia il Tribunale del Riesame che la Corte d’Appello avevano rigettato l’istanza, ritenendo ancora attuali e concrete le esigenze cautelari. Contro questa decisione, la difesa ha proposto ricorso per cassazione, lamentando una motivazione solo apparente e un’errata applicazione della legge in materia di misure cautelari.

La Presunzione Cautelare e il ‘Tempo Silente’: Due Orientamenti

Il cuore della questione giuridica risiede nell’interpretazione dell’articolo 275, comma 3, del codice di procedura penale. Questa norma stabilisce una presunzione relativa: per i reati di particolare gravità, come quelli di mafia (art. 416-bis e 416-bis.1 c.p.), si presume che la custodia in carcere sia l’unica misura idonea a fronteggiare il pericolo di recidiva. Tale presunzione può essere vinta solo se si acquisiscono elementi da cui risulti che le esigenze cautelari sono venute meno o possono essere soddisfatte con misure meno afflittive.

La giurisprudenza di legittimità ha sviluppato due diversi orientamenti sul ruolo del ‘tempo silente’ nel superare questa presunzione.

L’Orientamento Minoritario: Il Peso del Tempo

Secondo un primo indirizzo, il trascorrere di un rilevante arco temporale senza che l’indagato commetta ulteriori reati può essere considerato un elemento idoneo a dimostrare l’assenza di esigenze cautelari. Questa interpretazione, costituzionalmente orientata, valorizza il principio di attualità della pericolosità sociale.

L’Orientamento Maggioritario: La Prova del Distacco dal Sodalizio

La Corte di Cassazione, nella sentenza in esame, aderisce al secondo e prevalente orientamento. Secondo questa impostazione, la presunzione cautelare può essere superata solo da una prova concreta e oggettiva del recesso dell’indagato dall’associazione criminale o dell’esaurimento dell’attività del sodalizio stesso. Il ‘tempo silente’, da solo, non costituisce prova di un distacco irreversibile. Può essere valutato solo in via residuale, insieme ad altri elementi significativi come la collaborazione con la giustizia o il trasferimento stabile in un’altra area geografica, come parte di un quadro complessivo che dimostri la cessazione della pericolosità.

Le Motivazioni della Cassazione

La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ritenendolo generico e non in grado di confrontarsi efficacemente con le solide argomentazioni del provvedimento impugnato. I giudici di legittimità hanno evidenziato che il Tribunale del Riesame aveva ampiamente motivato le ragioni per cui il tempo trascorso era recessivo rispetto ad altri elementi di segno contrario. In particolare, sono stati considerati decisivi:

1. La Condanna Subita: L’imputato era stato condannato in primo grado a una pena molto elevata (poi ridotta in appello), anche per il reato di associazione di tipo mafioso.
2. La Gravità dei Reati: I reati per cui era ancora in essere la misura cautelare erano di eccezionale gravità (due episodi di estorsione aggravata dal metodo mafioso).
3. La Personalità dell’Imputato: È stata descritta come ‘allarmante’, con un pieno inserimento nel sodalizio di stampo mafioso, tale da renderlo del tutto inaffidabile e incapace di rispettare le prescrizioni di una misura meno afflittiva.

La Cassazione ha concluso che la difesa si è limitata a riproporre la questione del ‘tempo silente’ senza scalfire la logicità e la coerenza della motivazione del giudice di merito, che aveva correttamente applicato la presunzione cautelare prevista dalla legge.

Conclusioni

La sentenza n. 24313/2024 rafforza un principio fondamentale nella lotta alla criminalità organizzata: la pericolosità derivante dall’appartenenza a un clan mafioso è considerata persistente e difficile da estinguere. Per ottenere una mitigazione della misura cautelare, non basta un periodo di buona condotta o l’allontanamento fisico dal territorio, ma occorrono prove concrete e inequivocabili di una rottura definitiva con il passato criminale. Questa decisione conferma la specialità del regime cautelare per i reati di mafia, dove la tutela della collettività prevale, salvo prova contraria, sulla richiesta di misure alternative al carcere.

Il semplice trascorrere del tempo può bastare a sostituire il carcere con gli arresti domiciliari per reati di mafia?
No. Secondo la sentenza, il cosiddetto ‘tempo silente’ (un lungo periodo senza commettere altri reati) non è, da solo, sufficiente a superare la presunzione di adeguatezza della custodia in carcere. È necessaria la prova di un recesso irreversibile dall’associazione criminale.

Cosa si intende per presunzione cautelare di adeguatezza del carcere?
È una regola stabilita dall’art. 275, comma 3, c.p.p., secondo cui per reati di eccezionale gravità, come quelli legati alla mafia, si presume che solo la detenzione in carcere possa soddisfare le esigenze di prevenzione. Questa presunzione non è assoluta, ma può essere vinta fornendo elementi che dimostrino la cessazione della pericolosità dell’indagato.

Perché il ricorso dell’imputato è stato dichiarato inammissibile?
Il ricorso è stato ritenuto inammissibile perché generico. La difesa si è limitata a ribadire l’argomento del tempo trascorso, senza confrontarsi con le specifiche motivazioni del giudice del riesame, il quale aveva basato la sua decisione sulla gravità dei reati, sulla pesante condanna subita e sulla personalità ‘allarmante’ e inaffidabile dell’imputato, ritenuta incompatibile con qualsiasi misura diversa dal carcere.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

Desideri approfondire l'argomento ed avere una consulenza legale?

Prenota un appuntamento. La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza / conference call e si svolge in tre fasi.

Prima dell'appuntamento: analisi del caso prospettato. Si tratta della fase più delicata, perché dalla esatta comprensione del caso sottoposto dipendono il corretto inquadramento giuridico dello stesso, la ricerca del materiale e la soluzione finale.

Durante l’appuntamento: disponibilità all’ascolto e capacità a tenere distinti i dati essenziali del caso dalle componenti psicologiche ed emozionali.

Al termine dell’appuntamento: ti verranno forniti gli elementi di valutazione necessari e i suggerimenti opportuni al fine di porre in essere azioni consapevoli a seguito di un apprezzamento riflessivo di rischi e vantaggi. Il contenuto della prestazione di consulenza stragiudiziale comprende, difatti, il preciso dovere di informare compiutamente il cliente di ogni rischio di causa. A detto obbligo di informazione, si accompagnano specifici doveri di dissuasione e di sollecitazione.

Il costo della consulenza legale è di € 150,00.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)

Articoli correlati