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Pena base frode fiscale: la Cassazione chiarisce

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un’imputata condannata per frode fiscale. L’imputata sosteneva l’illegalità della pena base, fissata a 4 anni, ritenendola frutto dell’applicazione delle norme più severe introdotte nel 2019, anziché di quelle più miti vigenti all’epoca del reato (2013). La Corte ha chiarito che la pena base frode fiscale era legittima, poiché rientrava pienamente nei limiti edittali (da 1 anno e 6 mesi a 6 anni) applicabili al momento del fatto. La scelta di una pena superiore al minimo era giustificata dalla gravità della condotta, senza che ciò implicasse l’applicazione retroattiva di una legge sfavorevole.

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Pubblicato il 28 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Pena Base Frode Fiscale: Chiarimenti dalla Cassazione sul Principio del Tempus Regit Actum

Con la sentenza n. 24268/2024, la Corte di Cassazione torna a pronunciarsi su un tema cruciale nel diritto penale tributario: la determinazione della pena base frode fiscale. La decisione offre importanti chiarimenti sul potere discrezionale del giudice e sull’applicazione della legge nel tempo, soprattutto in relazione alle modifiche normative che hanno inasprito le sanzioni per i reati fiscali. Il caso in esame riguardava un’imputata condannata per utilizzo di fatture per operazioni inesistenti e dichiarazione infedele, commessi prima della riforma del 2019.

I Fatti del Processo

Il percorso giudiziario ha origine da una sentenza di primo grado che condannava un’imprenditrice per diversi reati fiscali, tra cui la sottrazione al pagamento dell’accisa, l’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti (art. 2 D.Lgs. 74/2000) e la dichiarazione infedele (art. 4 D.Lgs. 74/2000).

In appello, la Corte territoriale riformava parzialmente la decisione: dichiarava prescritto il reato relativo all’accisa ma confermava la colpevolezza per i reati di frode fiscale. Di conseguenza, la pena veniva rideterminata in 3 anni e 4 mesi di reclusione. Insoddisfatta, l’imputata proponeva ricorso per cassazione, sollevando un’unica, specifica doglianza.

Il Motivo del Ricorso: Una Questione di Pena Base e Legge Applicabile

Il fulcro del ricorso verteva sulla presunta illegalità della pena base individuata dai giudici di merito. La difesa sosteneva che la pena di partenza di 4 anni di reclusione, stabilita per il reato più grave (art. 2 D.Lgs. 74/2000), fosse errata. Secondo la ricorrente, tale sanzione non teneva conto dei limiti edittali vigenti all’epoca del fatto (2013), che prevedevano una pena da 1 anno e 6 mesi a 6 anni.

L’imputata argomentava che i giudici avessero implicitamente applicato la nuova e più severa cornice edittale introdotta dal D.L. n. 124/2019, che ha innalzato il minimo della pena per quel reato proprio a 4 anni. In sostanza, si contestava una violazione del principio del tempus regit actum e l’applicazione retroattiva di una legge penale più sfavorevole.

La Decisione della Cassazione sulla Pena Base Frode Fiscale

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, dichiarandolo inammissibile per due ordini di motivi: genericità e manifesta infondatezza.

Inammissibilità per Genericità e Manifesta Infondatezza

In primo luogo, i giudici hanno rilevato che il motivo di ricorso era una mera riproposizione di quanto già dedotto e respinto in appello, senza introdurre nuovi elementi di critica alla motivazione della sentenza impugnata.

Nel merito, la Corte ha definito l’argomentazione manifestamente infondata. L’errore della ricorrente consisteva nel confondere la scelta discrezionale del giudice con l’applicazione di una norma diversa. La pena base frode fiscale di 4 anni, sebbene coincidente con il nuovo minimo edittale post-riforma, rientrava perfettamente nel range sanzionatorio applicabile ratione temporis (da 1 anno e 6 mesi a 6 anni).

La Correttezza della Determinazione della Pena

La Cassazione ha ribadito un principio fondamentale: il giudice, nell’esercizio del suo potere discrezionale, può stabilire una pena base superiore al minimo edittale, purché motivi adeguatamente la sua scelta in base alla gravità del reato e alla colpevolezza del reo. Nel caso di specie, la Corte d’Appello aveva già chiarito che la misura elevata della pena era giustificata dalla gravità della condotta e dall’ingente importo dell’imposta evasa. Pertanto, non vi è stata alcuna violazione di legge, ma solo una valutazione di merito, insindacabile in sede di legittimità se logicamente motivata.

le motivazioni

Le motivazioni della Suprema Corte si fondano su principi cardine del diritto penale. Innanzitutto, viene riaffermata la piena discrezionalità del giudice nella quantificazione della pena entro i limiti edittali fissati dalla legge vigente al momento del fatto. La scelta di una pena superiore al minimo non costituisce un errore di diritto, ma un apprezzamento di merito che, se supportato da una motivazione congrua (come nel caso di specie, basata sulla gravità del danno erariale), sfugge al sindacato di legittimità. In secondo luogo, la Corte sottolinea come la coincidenza numerica tra la pena inflitta e il nuovo minimo edittale introdotto da una legge successiva sia irrilevante, se la pena rientra nei limiti della legge applicabile ratione temporis. Non si può presumere l’applicazione di una norma sfavorevole solo sulla base di tale coincidenza.

le conclusioni

La sentenza consolida un orientamento giurisprudenziale chiaro: la determinazione della pena base è un’attività squisitamente discrezionale del giudice di merito. Per contestarla efficacemente in Cassazione, non è sufficiente lamentare che sia stata fissata una sanzione superiore al minimo, ma è necessario dimostrare che essa fuoriesca dai limiti legali applicabili o che la motivazione a suo sostegno sia manifestamente illogica o contraddittoria. La pronuncia serve da monito sulla necessità di formulare ricorsi specifici e non meramente ripetitivi, evidenziando come la scelta di una pena severa, se ben giustificata, sia pienamente legittima, anche se vicina al massimo edittale o, come in questo caso, coincidente con un minimo introdotto da una riforma successiva.

È illegale applicare una pena base molto più alta del minimo previsto dalla legge al momento del reato?
No, non è illegale. La sentenza chiarisce che il giudice può fissare una pena base in qualsiasi punto all’interno dei limiti edittali (minimo e massimo) vigenti al momento del reato. La scelta di una pena superiore al minimo deve essere giustificata dalla gravità del fatto.

Se la legge cambia e le pene diventano più severe, quale legge si applica a un reato commesso in precedenza?
Si applica la legge in vigore al momento della commissione del reato (principio del tempus regit actum), specialmente se è più favorevole all’imputato. Nel caso di specie, i giudici hanno correttamente applicato i limiti di pena previsti prima della riforma del 2019.

Perché il ricorso in Cassazione è stato dichiarato inammissibile?
Il ricorso è stato dichiarato inammissibile per due ragioni: era generico, in quanto si limitava a ripetere le stesse argomentazioni già respinte in appello, ed era manifestamente infondato, poiché la pena base di 4 anni rientrava pienamente nei limiti di pena (da 1 anno e 6 mesi a 6 anni) applicabili all’epoca dei fatti.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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