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Partecipazione mafiosa: la prova secondo la Cassazione

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un indagato, confermando la custodia cautelare per partecipazione mafiosa. La Corte ha ritenuto sufficienti gli indizi derivanti da intercettazioni e precedenti sentenze, sottolineando che non è necessaria la commissione di specifici reati-fine per dimostrare l’appartenenza al sodalizio.

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Pubblicato il 28 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Partecipazione mafiosa: la Cassazione sui criteri di prova per la custodia cautelare

La recente sentenza della Corte di Cassazione, Sezione Penale, n. 24301 del 2024, offre importanti chiarimenti sui criteri per accertare la partecipazione mafiosa ai fini dell’applicazione della custodia cautelare in carcere. La Corte ha rigettato il ricorso di un indagato, confermando la validità di un’ordinanza di custodia basata su un complesso di indizi, tra cui intercettazioni e precedenti sentenze, ribadendo principi fondamentali in materia.

I fatti del caso

Il Tribunale del riesame aveva confermato un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di un soggetto, ritenuto partecipe di un’associazione per delinquere di stampo mafioso facente capo a una nota famiglia operante in Calabria. La difesa dell’indagato ha proposto ricorso in Cassazione, sollevando diverse questioni.

In primo luogo, si contestava la mancanza di prove concrete sull’esistenza stessa della cosca e sull’appartenenza del ricorrente. Secondo la difesa, gli elementi a carico, derivanti da intercettazioni e dalla commissione di reati-fine, erano ambigui e non sufficienti a dimostrare l’esistenza di una nuova aggregazione mafiosa, né il ricorso al metodo mafioso.

In secondo luogo, veniva lamentata la violazione dell’art. 292 c.p.p., per presunta mancanza di un’autonoma valutazione da parte del GIP (Giudice per le Indagini Preliminari) riguardo ai gravi indizi di colpevolezza e alla sussistenza dell’aggravante mafiosa.

La decisione della Corte di Cassazione

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso infondato, rigettandolo integralmente. I giudici hanno confermato la solidità dell’impianto accusatorio e la correttezza della decisione del Tribunale del riesame. La sentenza si articola su due punti principali: la valutazione degli indizi di partecipazione mafiosa e la validità dell’ordinanza cautelare sotto il profilo dell’autonoma valutazione del giudice.

Le motivazioni sulla prova della partecipazione mafiosa

La Corte ha smentito l’argomento difensivo secondo cui mancherebbero elementi per desumere l’esistenza della cosca e l’appartenenza del ricorrente. Il collegio ha valorizzato il richiamo, operato dal Tribunale, a precedenti vicende giudiziarie passate in giudicato. Sebbene tali sentenze non contenessero accertamenti diretti sulla responsabilità penale del ricorrente per il reato associativo, hanno permesso di delineare il contesto ‘ndranghetistico di riferimento, la sua stabilità strutturale e le dinamiche territoriali.

In questo contesto si inseriscono gli ulteriori elementi indiziari, come le intercettazioni, che dimostrano il coinvolgimento del ricorrente in attività tipiche del sodalizio:
* Organizzazione di summit.
* Interventi in occasione di contrasti con altre famiglie mafiose.
* Accordi per nuove affiliazioni.
* Consumazione di vari reati-fine.

La Corte ribadisce un principio consolidato, espresso anche dalle Sezioni Unite: la prova della partecipazione mafiosa può essere desunta da indicatori fattuali (i cosiddetti facta concludentia), quali i comportamenti tenuti, l’affiliazione rituale, la commissione di delitti-scopo, che nel loro insieme dimostrano la costante permanenza del vincolo associativo. Non è quindi necessario che il membro del sodalizio si renda protagonista di specifici atti esecutivi, essendo sufficiente che egli aderisca consapevolmente al programma criminoso, accrescendo così la forza intimidatrice del clan.

La questione dell’autonoma valutazione del giudice

Anche il secondo motivo di ricorso è stato respinto. La Cassazione ha chiarito che l’obbligo di autonoma valutazione da parte del GIP, previsto dall’art. 292 c.p.p., non implica la necessità di riscrivere da zero ogni passaggio logico, specialmente in procedimenti complessi con molteplici indagati e imputazioni. Il requisito è soddisfatto quando, dal contesto complessivo del provvedimento, emerge che il giudice ha esaminato criticamente il materiale a sua disposizione.

Nel caso di specie, il GIP, pur rinviando al provvedimento originario, aveva effettuato la dovuta autonoma valutazione attraverso:
1. Un richiamo espresso ai singoli addebiti.
2. L’enucleazione di elementi indiziari specifici per ogni indagato.
3. L’analisi ponderata del materiale intercettivo e dei segmenti di conversazione rilevanti.

La Corte ha specificato che, in presenza di posizioni analoghe o reati commessi con modalità ‘seriali’, il giudice può ricorrere a una valutazione cumulativa, purché risulti evidente la ragione giustificativa della misura per ciascun soggetto. L’importante è il ‘risultato finale’, che deve dare contezza della delibazione del giudice.

Le conclusioni

La sentenza n. 24301/2024 consolida l’orientamento della giurisprudenza di legittimità in materia di associazione di tipo mafioso e misure cautelari. Si conferma che la prova della partecipazione può basarsi su un quadro indiziario composito, in cui le risultanze di precedenti processi, le intercettazioni e i comportamenti concludenti dell’indagato si integrano a vicenda per dimostrare la sua intraneità al sodalizio. Inoltre, viene fornita un’interpretazione pragmatica del requisito dell’autonoma valutazione, bilanciando la necessità di una delibazione critica del giudice con le esigenze di efficienza processuale nei procedimenti complessi, purché sia sempre garantito un controllo effettivo e non meramente formale sugli elementi a carico dell’indagato.

Come si può provare la partecipazione a un’associazione mafiosa ai fini di una misura cautelare?
La prova può essere desunta da un insieme di indicatori fattuali (indizi gravi, precisi e concordanti), anche senza la commissione diretta di reati-fine. Elementi come la partecipazione a summit, la mediazione in conflitti tra clan, l’essere a conoscenza della struttura organizzativa, insieme a risultanze di intercettazioni e precedenti sentenze sul contesto criminale, possono costituire prova sufficiente.

È necessario che un membro di un’associazione mafiosa commetta specifici reati per essere considerato partecipe?
No. La sentenza chiarisce che non è necessario che il membro si renda protagonista di specifici atti esecutivi del programma criminoso. È sufficiente che assuma o gli venga riconosciuto il ruolo di componente del sodalizio e aderisca consapevolmente al programma, contribuendo anche solo con la sua presenza ad accrescere la potenzialità operativa e la capacità di intimidazione del gruppo.

In cosa consiste l’obbligo di ‘autonoma valutazione’ del giudice nell’emettere un’ordinanza di custodia cautelare?
L’autonoma valutazione impone al giudice di esaminare in modo critico e personale gli elementi di prova, esplicitando il proprio percorso logico-giuridico. Tuttavia, in casi complessi con più indagati, non è necessario che il giudice riformuli ogni passaggio. È sufficiente che dal provvedimento risulti un apprezzamento specifico del quadro indiziario, anche attraverso richiami mirati agli atti o valutazioni cumulative per posizioni analoghe, purché sia evidente il controllo effettivo sulla fondatezza della richiesta accusatoria.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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