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Fungibilità pena e reato permanente: la Cassazione

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 24528/2024, ha stabilito un importante principio in materia di fungibilità della pena. Ha chiarito che la detenzione cautelare subita ingiustamente non può essere scomputata da una pena per un reato permanente se la condotta criminosa è cessata dopo la fine della detenzione stessa. La Corte ha annullato l’ordinanza che aveva concesso il beneficio, rinviando il caso per una nuova valutazione.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Fungibilità Pena: Quando Non Si Applica ai Reati Permanenti

L’istituto della fungibilità pena rappresenta un cardine di equità nel nostro sistema giuridico, permettendo di non ‘perdere’ il tempo trascorso in custodia cautelare per un’accusa poi rivelatasi infondata. Tuttavia, la sua applicazione presenta delle complessità, specialmente quando si interseca con la natura dei cosiddetti reati permanenti. Una recente sentenza della Corte di Cassazione, la n. 24528 del 2024, fa luce su un aspetto cruciale, stabilendo un chiaro limite a questo principio.

Il Caso in Esame

La vicenda giudiziaria ha origine dalla richiesta di un condannato a nove anni di reclusione per un reato associativo. L’uomo chiedeva di poter detrarre da questa pena un periodo di 283 giorni di custodia cautelare che aveva scontato nell’ambito di un altro procedimento, dal quale era stato successivamente assolto. Il periodo di detenzione in questione andava dall’ottobre 2013 al luglio 2014.

Inizialmente, la Corte d’Appello, in funzione di giudice dell’esecuzione, aveva accolto la richiesta, riconoscendo la fungibilità del periodo di detenzione. Contro questa decisione, il Procuratore Generale ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo un’errata applicazione della legge.

La Decisione della Corte e la non Applicabilità della Fungibilità Pena

La Corte di Cassazione ha ritenuto fondato il ricorso del Procuratore Generale, annullando l’ordinanza e rinviando il caso alla Corte d’Appello per un nuovo esame. Il cuore della decisione risiede nella specifica natura del reato per cui l’uomo era stato condannato: un reato associativo, qualificato come reato permanente.

La Suprema Corte ha sottolineato che, secondo le sentenze di merito, la condotta criminosa si era protratta dall’anno 2006 fino al gennaio 2014. Questo significa che il reato era ancora in corso quando l’interessato si trovava in custodia cautelare (iniziata a ottobre 2013). Il principio di diritto richiamato dalla Corte è netto e si basa su un precedente consolidato.

Le Motivazioni: Il Principio per il Reato Permanente

Le motivazioni della Cassazione si fondano su un principio giuridico consolidato, secondo cui l’istituto della fungibilità pena non è applicabile ai reati permanenti quando la permanenza della condotta criminosa è cessata dopo l’espiazione della custodia cautelare ingiustamente sofferta. In altre parole, non si può ‘compensare’ un periodo di detenzione con una pena per un reato che era ancora in atto durante una parte di quella stessa detenzione.

La logica è che la detenzione, anche se formalmente legata a un altro procedimento, di fatto ha interrotto (o si è sovrapposta a) una condotta criminale che era ancora in corso di esecuzione. Il fatto che il reato associativo si sia consumato fino a gennaio 2014, mentre la detenzione cautelare era iniziata nell’ottobre 2013, crea una sovrapposizione temporale che impedisce l’applicazione del beneficio della fungibilità. Il giudice dell’esecuzione, pertanto, avrebbe dovuto considerare questa dinamica temporale nel valutare il rapporto tra la pena da espiare e la detenzione subita.

Le Conclusioni: Implicazioni Pratiche

Questa sentenza ribadisce un importante limite all’applicazione della fungibilità della pena. In pratica, per i reati permanenti (come l’associazione a delinquere, il sequestro di persona, etc.), è necessario un’attenta valutazione delle finestre temporali. Se la condotta illecita si conclude prima dell’inizio della custodia cautelare ‘ingiusta’, la fungibilità può operare. Se, invece, la condotta criminale prosegue anche dopo l’inizio del periodo di detenzione cautelare, come nel caso di specie, il beneficio non può essere concesso. La decisione impone ai giudici dell’esecuzione un’analisi più rigorosa del nesso cronologico tra il reato permanente e la detenzione da scomputare, al fine di evitare applicazioni errate della legge.

La custodia cautelare sofferta in un procedimento da cui si è stati assolti può essere sempre detratta da un’altra pena?
No, non sempre. L’istituto della fungibilità della pena ha delle eccezioni. La sentenza in esame chiarisce che per i reati permanenti, se la condotta criminale è cessata dopo l’inizio del periodo di detenzione cautelare ingiustamente sofferto, questo beneficio non è applicabile.

Qual è la regola specifica per la fungibilità della pena in caso di ‘reato permanente’?
Per un reato permanente, la fungibilità della pena espiata senza titolo non si applica quando la permanenza del reato è cessata dopo l’inizio della detenzione ingiusta. La sovrapposizione temporale tra la condotta criminosa ancora in atto e il periodo di detenzione impedisce di scomputare la pena.

Qual è stata la decisione finale della Corte di Cassazione in questo caso?
La Corte di Cassazione ha annullato l’ordinanza della Corte d’Appello che aveva concesso la fungibilità. Ha rinviato il caso allo stesso giudice per un nuovo esame, che dovrà attenersi al principio di diritto secondo cui la fungibilità non è applicabile nelle circostanze descritte.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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