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Doping cavalli: maltrattamento animali confermato

La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per maltrattamento animali nei confronti di un soggetto che aveva somministrato farmaci a cavalli per migliorarne le prestazioni sportive. Secondo la Corte, questa pratica, assimilabile al doping, costituisce reato ai sensi dell’art. 544 ter c.p. perché pregiudica il benessere psico-fisico dell’animale, anche in assenza di lesioni fisiche evidenti. La sentenza è stata annullata con rinvio solo per la rivalutazione delle circostanze attenuanti generiche, omesse senza motivazione dalla Corte d’Appello.

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Pubblicato il 28 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Doping dei cavalli: la Cassazione chiarisce quando è maltrattamento animali

La somministrazione di farmaci a un cavallo per migliorarne le prestazioni sportive, anche se non causa lesioni fisiche visibili, costituisce reato di maltrattamento animali. Questo è il principio chiave ribadito dalla Corte di Cassazione, Terza Sezione Penale, con la sentenza n. 24257 del 2024. La pronuncia offre importanti chiarimenti sulla definizione di benessere animale e sui limiti delle pratiche volte a incrementare la performance agonistica.

I Fatti del Processo

Il caso ha origine da una condanna emessa dalla Corte di Appello di Firenze nei confronti di un imputato accusato di aver somministrato farmaci antinfiammatori a cavalli. Tale condotta, secondo l’accusa, era finalizzata ad aumentarne le prestazioni sportive durante attività di addestramento. In primo grado, l’imputato era stato assolto da questa specifica accusa. La Corte d’Appello, tuttavia, aveva ribaltato la decisione, qualificando i fatti come reato di maltrattamento ai sensi dell’articolo 544-ter del codice penale.

L’imputato ha quindi presentato ricorso in Cassazione, sollevando diverse questioni, tra cui la violazione del principio di correlazione tra accusa e sentenza (sostenendo che i fatti contestati in appello fossero diversi da quelli originari) e l’errata applicazione della norma sul maltrattamento, in assenza di una prova concreta di danno alla salute degli animali. Inoltre, lamentava la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche.

La Decisione della Cassazione e i Profili Processuali

La Suprema Corte ha rigettato quasi integralmente il ricorso, confermando la responsabilità penale dell’imputato per il reato di maltrattamento animali. I giudici hanno affrontato due importanti aspetti processuali sollevati dalla difesa.

Il Principio di Correlazione tra Accusa e Sentenza

La difesa sosteneva che la condanna fosse avvenuta per un fatto diverso da quello inizialmente contestato. La Cassazione ha respinto questa tesi, chiarendo che non vi è stata alcuna trasformazione radicale dell’imputazione. Il fatto storico – la somministrazione di farmaci per alterare le performance – era lo stesso. La diversa qualificazione giuridica operata dalla Corte d’Appello rientrava pienamente nelle facoltà del giudice e non ha leso il diritto di difesa dell’imputato, che ha avuto modo di controbattere su ogni aspetto della vicenda.

La Mancata Rinnovazione dell’Istruttoria in Appello

Un altro motivo di ricorso riguardava la mancata riapertura del dibattimento in appello per riascoltare i testimoni, procedura spesso necessaria quando si ribalta una sentenza di assoluzione. La Corte ha chiarito che tale obbligo non sussiste quando la condanna in appello si fonda su una diversa valutazione giuridica di fatti rimasti incontestati, e non su un differente apprezzamento delle prove dichiarative. Poiché i fatti materiali (la somministrazione dei farmaci) non erano in discussione, non era necessaria una nuova istruttoria.

Le Motivazioni della Sentenza

Il cuore della decisione risiede nella definizione giuridica del maltrattamento animali. La Cassazione ha stabilito che il benessere animale, tutelato dall’art. 544 ter c.p., non si limita alla sola salute fisica, ma comprende anche il benessere psicologico e la possibilità per l’animale di esprimere i propri comportamenti naturali.

La somministrazione di farmaci senza necessità terapeutica, specialmente se finalizzata a scopi diversi dalla cura (come il doping), è di per sé una condotta lesiva. Sottoporre un cavallo a trattamenti farmacologici per spingerlo oltre i suoi limiti naturali lo espone a stress e a rischi ulteriori, pregiudicandone lo stato psico-fisico. La Corte ha specificato che il “doping equino” è una forma di maltrattamento perché costituisce una manipolazione che danneggia la salute dell’animale, intesa in senso ampio. Pertanto, per la configurazione del reato, non è necessario dimostrare l’esistenza di una ferita o di una patologia evidente, essendo sufficiente la compromissione del benessere generale dell’animale.

L’unico punto del ricorso accolto dalla Corte ha riguardato le circostanze attenuanti generiche. La Corte d’Appello le aveva negate senza fornire alcuna motivazione. Per questa ragione, la Cassazione ha annullato la sentenza limitatamente a questo aspetto, rinviando il caso a un’altra sezione della Corte d’Appello di Firenze per una nuova valutazione sulla determinazione della pena.

Le Conclusioni

La sentenza n. 24257/2024 consolida un orientamento giurisprudenziale rigoroso in materia di tutela degli animali. Stabilisce in modo inequivocabile che qualsiasi trattamento farmacologico non terapeutico, finalizzato ad alterare le prestazioni di un animale, rientra nella nozione di maltrattamento animali. Questa decisione sottolinea che la tutela non si esaurisce nell’evitare crudeltà palesi, ma si estende a proteggere l’integrità psico-fisica dell’animale da qualsiasi forma di manipolazione che ne comprometta il benessere naturale. La responsabilità penale dell’imputato è stata dunque confermata in via definitiva, con la sola eccezione della misura della pena, che dovrà essere ricalcolata.

Somministrare farmaci a un cavallo per migliorare le sue prestazioni sportive è reato?
Sì, secondo la sentenza, la somministrazione di farmaci antinfiammatori o di altre sostanze senza necessità terapeutica ma al solo fine di aumentare le prestazioni sportive (doping) integra il reato di maltrattamento di animali previsto dall’art. 544 ter c.p.

Per configurare il reato di maltrattamento di animali è necessario provare un danno fisico evidente?
No, la Corte ha chiarito che non è necessaria la prova di una lesione fisica o di una patologia manifesta. Il reato si configura anche quando la condotta pregiudica il benessere psico-fisico complessivo dell’animale, esponendolo a stress e rischi che alterano il suo stato naturale.

È possibile condannare un imputato in appello dopo un’assoluzione in primo grado senza riascoltare i testimoni?
Sì, è possibile se la condanna in appello non si basa su una diversa valutazione delle prove dichiarative (come le testimonianze), ma su una differente interpretazione giuridica di fatti storici che sono rimasti incontestati tra le parti.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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